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Riduci Diario del Sottosuolo

Portale dedicato a tutti i cercatori che necessitano di un pò di materiale per formarsi e nutrirsi... una specie di compendio di ricerca personale condiviso

Questo è il luogo in cui prorompe la voce di un’anima assetata di verità che vive la propria affannosa ricerca nel “sottosuolo” di se stessa, scavando attraverso l’enigma dell’esistenza, l’infinito della conoscenza, l’irraggiungibile bellezza dell’arte e i tortuosi meandri della società, con la brama di riportare alla luce autentici tesori depositari di verità dimenticate. Riflessioni, intuizioni, confessioni dal profondo rimaste inespresse ...

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 18/03/2012

(IX) Frammenti di psicologia

 

Spesso ci si avvicina alla psicologia convinti che in essa siano racchiusi quei segreti e misteri che avvolgo la mente umana, con l’aspettativa di svelarne trucchi e verità come dei bravi prestigiatori. Oppure ci si rivolge all’analista vedendo in questa figura una specie di santone o oracolo capace di leggerci dentro come con quelle pile di libri ordinate e perfettamente pulite sulla sua libreria (ma forse mai letti), e in grado di risolvere ogni nostro problema con qualche  fantomatica abilità. Ahimè, purtroppo la realtà è tutt’altra da come l’avevamo immaginata. Anche la psicologia infatti, come le altre scienze (sebbene tra tutte sia quella più eclettica ed elastica), non è immune da una visione che troppo spesso, per la sua enorme parzialità, scade nel comodo e gelido letto di Damaste dello scientismo, quando non si adorna di teorie astruse o non produce quintali d’aria fritta, astratta come un quadro di Kandinsky.

Eppure, malgrado la sua giovine età, oramai questa scienza ne ha viste di tutti i colori durante il suo travagliato sviluppo, e bisogna riconoscere che oggi di strada ne ha fatta davvero tanta, a cominciare con il caro Freud e il suo rivoluzionante “L’interpretazione del mondo dei sogni” all’alba del ‘900, fino ad arrivare alle minuziose analisi moderne dei processi mentali e neuropsichici delle scienze cognitive. Per quello che finora ho potuto indagare, un plauso particolare lo rivolgo ad una delle tante branche frammentate della psicologia, ovvero la psicologia sociale, che meglio ha cercato di di-mostrare le origini del comportamento umano, le influenze sociali ad esso connesse e i processi primari che sottendono la formazione di opinioni e azioni. Forse perché in tutto ciò sembra emergere costante un concetto di fondo mica da poco: la consapevolezza. Un tipo di consapevolezza - e quindi di libertà? - che invita a scalfire la scorza superficiale del mondo per penetrarlo in profondità, che stimola continuamente un senso critico fondato sul dubbio e sulla riflessione, che può servire per liberarsi da manipolazioni ed inganni, e ridurre la tendenza verso quel pericoloso cieco conformismo che troppo spesso appiattisce la coscienza. Ecco che allora si toccano inevitabilmente temi come la costruzione dei significati da parte delle persone, la percezione degli altri e dei gruppi, l’enorme potere delle aspettative, la pregnanza del concetto del sé, gli innumerevoli errori di giudizio (i bias) che inconsapevolmente commettiamo quotidianamente, le cause di certi atteggiamenti e comportamenti, e infine l’inimmaginabile influenza che gli altri, il ruolo assunto e l’autorità possono esercitare su quello che si reputa essere l’intaccabile sé.

A voi questi appunti frammentati (per non dire saggio breve), arricchiti con i video dei curiosi esperimenti svolti ed estratti da qualche buon libro che ogni tanto qualche buon professore si prende la briga di trattare. Perciò buona lettura, con quel vezzoso godimento ricordatoci da Voltaire:

“Nessuno è più felice di un filosofo che legge nel gran libro che Dio ci ha messo sotto gli occhi. Le verità scoperte sono sue: egli nutre ed innalza la sua anima, vive tranquillo; non teme nulla dagli uomini e la sua tenera sposa non gli vuole tagliare il naso.”

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Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 17/09/2011

(VIII) Quando è ora di partire...

 

“O notte! o rinfrescanti tenebre! Voi siete per me il segnale di una festa interiore, siete la liberazione da ogni angoscia! Nella solitudine delle pianure, nei labirinti di pietra di una grande città, scintillio di stelle o esplosione di fanali, voi siete il fuoco pirotecnico della dea Libertà!
Crepuscolo, come sei dolce e tenero! Le luci rosate che indugiano ancora all'orizzonte come l'agonia del giorno sotto l'oppressione vittoriosa della notte, le fiamme dei candelabri che minacciano con un rosso cupo le ultime glorie del tramonto, i pesanti drappeggi che una mano invisibile attira dalle profondità dell'Oriente, imitano tutti i complicati sentimenti che lottano dentro il cuore umano nelle ore cruciali della vita.
O potrebbero sembrare le bizzarre vesti di una danzatrice, la cui trasparenza lascia intravedere, smorzati e velati, gli splendori di un abito stupendo, come al di sotto del nero presente traspare il passato delizioso; e le vacillanti stelle d'oro e d'argento di cui è cosparsa la Notte, rappresentano quei fuochi della fantasia che si accendono davvero solo nel suo lutto profondo.”
  C.Baudelaire – Lo spleen di Parigi

Solitamente si pensa al viaggio come ad una delle tante possibilità estive per rilassarsi dopo un anno passato ad alienarsi in un grigio ufficio, per raggiungere finalmente un vero divertimento rifacendosi dalla noia accumulata faticosamente, o per andarsi a cacciare chissà quali bellezze nel mondo con la speranza che siano in grado di alleviare qualche nostro male interiore. Tutto ciò ha a che fare con qualcosa d’esterno, una meta o un luogo su cui proiettiamo sogni e desideri, dimenticando però che il viaggio è prima di tutto una lunga e ripida discesa verso quella che è la parte più profonda di noi stessi. Il viaggio è una domanda continua che irrompe in un’esistenza intorpidita e distratta e che obbliga a ripiegarci su noi stessi come del metallo fuso a cui si tenta con fatica di dare forma. Si direbbe quindi, come suggeriva Dostoevskij, che più della meta ha valore il percorso intrapreso per essa: viaggiare significa spezzare violentemente con tutti i costosi compromessi imposti dal nostro sistema sociale, abbandonare comodità, abitudini e sicurezze, ritrovare una semplicità nel fare e nel vivere dimenticata, misurare continuamente se stessi scontrandosi di frequente con i propri fallimenti e limiti, allargare gli orizzonti della propria mente attraverso persone e culture di una diversità difficilmente immaginabile, perdere totalmente le vecchie concezioni di tempo e spazio per ricrearne di nuove dentro di noi a cui solo ad esse forniremo totale obbedienza, ritornare ad amare pienamente la vita dopo averla per lungo tempo solo subita.

“Spesso sento che vado in zone lontane del mondo solo per ricordarmi chi sono... quando ci si priva del proprio ambiente, degli amici, delle abitudini quotidiane, del frigorifero pieno di cibo, dell'armadio pieno di abiti, si è costretti a vivere un'esperienza diretta che, inevitabilmente, ci fa capire chi veramente sta facendo quella esperienza. Non è sempre comodo, ma rinvigorisce sempre.”   M.Crichton

In un solo mese all’anno si dovrebbe avere la “libertà” di poter svolgere quello che in realtà è il più grande compito a cui l’uomo è chiamato, la ricerca e la realizzazione di se stesso, e i pochi che utilizzano il tempo a disposizione in tal modo, quando non sono invidiati, vengono accusati di fuggire dall’inevitabile e dogmatica “realtà” quotidiana. Ma a questo punto vien lecito pensare che non siano invece proprio questi prosaici benpensanti a fuggire da loro stessi tradendo i propri desideri e celando vigliaccheria e ottusità dietro a un fatale atteggiamento di rassegnazione e cieco conformismo.

“Per mio conto, io viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare e basta. Viaggio per amore del viaggio. La cosa importante è spostarsi, sentire più da vicino i bisogni e i sobbalzi della vita; scendere da questo letto di piume che è la civiltà e trovarsi sotto i piedi il globo di granito, ricoperto di pietre taglienti.”   R.L.Stevenson - Viaggio nelle Cèvennes in compagnia di un asino

Sicuramente il viaggio non costituisce una tappa obbligata per ognuno, ma io so solo che se quest’estate fossi restato nel mio solito rifugio in cui prima o poi si trova come compagna la noia, non avrei respirato la libertà di praterie infinite dove la terra sembra unirsi al cielo, ascoltato attentamente la profonda saggezza che esiste solo nel deserto, goduto di un’amicizia in cui si condivide tutto come fraterni compagni d’arme, veduto donne talmente belle da far invidia al grano dorato e al chiarore dei laghi quando il sole è ancora pallido, perduto ogni mia catena trasportando il necessario su una bici sgangherata ma fedele che mi ha rimbalzato in ogni angolo di un intero paese, sopportando freddo, vento e pioggia con accettazione serafica e alla fine del giorno trovando sempre riparo nell’oscurità amena del bosco. Ma viaggiare non significa solo piacere, bellezza e idilliaco, anzi, frequenti saranno le difficoltà quotidiane, i bisogni e i pericoli, la sofferenza fisica da fame e da stanchezza, lo sconforto provato nella solitudine e nei fallimenti, la puzza dei propri vestiti logori, le zecche e i raffreddori perenni da freddo, e tutto ciò che viene riservato a chi decide di ricevere violentemente l’autentico nettare della vita come uno schiaffo.

"Preferisco la sella al tram e il cielo stellato al soffitto, preferisco il sentiero oscuro e difficoltoso verso l'ignoto alla strada asfaltata, e la pace profonda del selvaggio allo scontento generato dalle città"    E.Ruess – Lettera al fratello Wald

E alla fine si scopre qualcosa in tutto questo, qualcosa d’atavico e di immensamente intenso e stimolante che ci sfida e ci fa raggiungere il midollo della realtà mostrandocene un valore amplificato quasi sacro… che non lascia più spazio all’effimero, al noioso e al falso che mi aspetteranno al ritorno in quell’ambiente che si è soliti chiamar “casa”.

 

“Lo incontrai dove le strade s'incrociavano, un uomo con mantello e bastone e nient'altro, e un velo di pena sul volto. E ci salutammo e gli dissi: “Vieni nella mia casa, sii mio ospite”.

E lui venne.

Mia moglie e i miei figli si fecero incontro a noi sulla soglia, e lui sorrise, e al loro piacque che fosse venuto. Sedemmo tutti a tavola e gli facemmo festa, perchè c'era in lui silenzio e mistero.

E dopo cena ci radunammo attorno al fuoco e io gli chiesi che parlasse dei suoi vagabondaggi.

Molte storie ci raccontò quella notte e anche il giorno seguente, ma quelle che ora riferisco nascevano dall'amarezza dei suoi giorni nonostante la sua benevolenza,e sono storie di polvere e pazienza, sono le storie delle sue strade

E quando se ne andò, dopo tre giorni, non ci parve che fosse partito un ospite ma piuttosto che uno di noi fosse rimasto in giardino e dovesse ancora rientrare.”   K.Gibran – Il vagabondo

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 09/02/2010

(VIIb) Medley sul silenzio

(Residui di Natale)

Pubblicazione dell'articolo di una persona a me molto cara, grazie Lisa.

 

Mai come da quando sono qua, se penso al tempo di Natale mi viene in mente il silenzio: niente musichette stonate e metalliche che escono dai bigliettini d’auguri, niente campane né campanellini tintinnanti, niente “Jingle Bells” in piazza o nei centri commerciali, niente canzoncina della pubblicità Coca-Cola che fa gli auguri per tv. Solo silenzio. Sarà per via del letargo in cui sprofondiamo tutte il 25 dicembre dopo i postumi delle quattro ore di sonno? Saranno state le nevicate abbondanti e i ritiri in tempo di avvento? Mah. Fatto sta che anche quest’anno, mentre sull’aria di “tutto passa, tutto finisce” smantellavo il presepe in anticoro (che mi sembrava di aver allestito il pomeriggio prima!), mi ritrovavo a chiedermi cosa è rimasto di un altro Natale andato, o meglio, se il Natale del 2009 avesse lasciato in me qualcosa in particolare, o se la fosse semplicemente svignata alla chetichella così com’era venuto.

 

In tutta risposta ho pensato di proporvi un medley sul silenzio. Gli appassionati di concerti rock -ma non solo- sanno che il medley (in italiano: miscuglio, dal verbo to melt, mescolare) indica un insieme di canzoni suonate una dopo l’altra, senza interruzioni, legate tra loro da una parte musicale comune, come se fossero un unico grande brano. Di solito i pezzi possono essere di un solo artista o accomunati dallo stesso genere, ma comunque sempre legati tra di loro con grande continuità: sta alla bravura di chi suona scivolare in modo “jazzato” da una canzone all’altra, quasi senza che l’ascoltatore se ne accorga. Per il mio “medley su carta” utilizzerò i contributi di vari autori, ma tutti, digressioni comprese, ruoteranno intorno al tema del silenzio come filo conduttore della riflessione.

 

Esistono in natura mattine e pomeriggi colmati in modo particolarmente accurato di una gran quantità di silenzio: allora gli uomini vengono colti di sorpresa, il più delle volte sprovvisti e del tutto incapaci di starsene in casa con gusto. Volentieri invece vanno a procacciarsi diversivi e “divertimenti” in grande quantità: la loro infelicità “deriva da una sola cosa, che è quella di non riuscire a starsene tranquilli in una stanza… Eppure, togliete loro la distrazione e li vedrete morire di noia; essi sentono allora il loro niente senza conoscerlo” (B. Pascal, Pensieri). “E’ il primo passo, per quanto doloroso, verso la salvezza. E’ la caduta degli idoli, il crepuscolo degli dei. A saperlo portare, guardare, conoscere, non più attaccati a se stessi, il vuoto che si sente non è altro che la vanità dell’io, la morte che si approssima, il nulla che ci attende” (G. L. Ferretti, Reduce).

 

A dispetto di quanti vi vedono soltanto derive nichiliste, “percepire il presente come vuoto è un grande atto spirituale: fermarsi, zittirsi, oscurare l’immaginazione che sempre lavora in noi, imparare a stare fermi, respirare profondamente” (ibidem) dischiude ad una sorta di rimpatrio dentro di sé, di ritorno, di risucchio verso l’interno e verso le proprie radici. Educarsi ad accogliere senza fughe né resistenze l’irrompere di un evento simile, “sentire il vuoto del presente e noi che sprofondiamo in esso liberandoci da noi stessi” (ibidem), conduce alla consapevolezza che “non dobbiamo più andare da nessuna parte, siamo arrivati, siamo a casa” (ibidem). E’ l’esperienza del precipitare sulla soglia di un varco, uno squarcio, una fenditura interiore, che viene a prendere per mano chi la vive introducendolo in quella solitudine da cui è possibile ri-contattare la parte più autentica e sepolta di sé: “La solitudine mi conduceva in quel silenzio che faceva parlare il fondo. Si trattava di un nascondimento dal fuori per rientrare dentro, in ascolto di una voce intima, accettando di stare lì dentro, non fuori” (A. Lumini, Voce del silenzio e Pustinia).

 

Esigenza profonda e irrinunciabile, perché “se l’anima perde connessione con la sua luce interiore e si rivolge solo verso l’esterno, si ammala. L’anima non può identificarsi solo con l’esterno, ha bisogno di rimanere radicata nell’interno. Si sentirà sostenuta dal suo fondo anche quando dovrà restare nel buio” (ibidem). Solo da questo fondo si impara veramente ad ob-audire, a rimanere nell’ascolto umile del reale, solo da lì è possibile apprendere il magistero del silenzio che conduce al discernimento, per arrivare a vedere la verità di sé e delle cose. “Occorre coraggio per entrare in se stessi, per far emergere la propria verità, per compiere il viaggio più lungo: il viaggio interiore. Pensare, interrogarsi, riflettere, essere attenti e vigilanti, elaborare interiormente le esperienze, conoscere momenti di silenzio e solitudine…” (L. Manicardi, L’accompagnamento spirituale). Quale solitudine? “La grande solitudine interiore. Scendere nel proprio intimo e non incontrare per delle ore nessuno: ecco cosa bisogna fare. Essere soli come il bambino quando i grandi sono in faccende e non si occupano di lui” (R. M. Rilke, Lettere a un giovane poeta).

 

Mai, forse, come oggi, l’esperienza del rientro è una delle più urgenti e fruttuose: “Da ogni parte gli uomini si agitano e sono impazienti. Di fronte a questa generale urgenza gli attivisti predicano azioni energiche. Pensiamo sia ancora più pressante la necessità di sedersi, insieme se possibile, a lungo in silenzio. Se il mondo deve essere rinnovato dall’effusione dello Spirito, la sola cosa necessaria è fare silenzio e ascoltarsi” (J. P. Schnetzler, Meditazione e preghiera nel buddismo e nel cristianesimo). Esistenzialmente, per un ritorno al fare che scaturisca dall’essere, è necessario impostare scelte “in modo che non si lasci spazio all’attività frenetica, alla moda del momento; a vantaggio di una ricerca deliberata, come se si trattasse dell’ossigeno per respirare, di spazi di solitudine, di silenzio, di anonimato deliberato. La vita delle persone è come quella del seme: per salire verso l’alto e dare frutto, deve sprofondare nella terra” (Fr. C. Serna Gonzales, Monaci qui e ora).

E lo sprofondamento avviene all’interno del proprio cuore di terra e di cielo, là dove l’uomo “è chiamato alla solitudine del suo interiore laboratorio” (G. M. Vannucci, La santità oggi): “se sappiamo costruirci interiormente una cella ben riservata, ritornandovi tanto spesso quanto è possibile, in nessun luogo del mondo può mancarci qualcosa” (E. Stein, Scientia Crucis). E’ la scoperta della Pustinia, del luogo segreto e nascosto che ognuno si porta dentro e di Colui che vi abita: “Pustinia - dal russo, deserto - designa un luogo tranquillo e solitario in cui si desidera entrare per trovare il Dio che abita in noi. Entrare nella Pustinia significa ascoltare Dio” (C. H. Doherty, Pustinia: le comunità del deserto oggi).  Il principio di orientamento che ci dona il deserto è la P/parola, che finisce per nutrire tutte le altre parole: “Il silenzio è il tempo in cui si matura l’arte del parlare: la parola diventa di costruzione, dialogo disarmato, comunione e ascolto obbediente. Il silenzio impasta la parola nel cuore e nella mente” (B. Secondin) e dona un linguaggio nuovo, quasi artistico, a chi lo fa scaturire da dentro: “In me c’è un silenzio sempre più profondo. Bisogna sempre più risparmiare le parole inutili per poter trovare quelle poche che ci sono necessarie. E questa nuova forma d’espressione deve maturare nel silenzio” (E. Hillesum, Diario). E’ questa “esperienza di ascolto interiore che predispone l’ascolto degli uomini” (A. Lumini, Voce del silenzio e Pustinia) a far sì che “la parte più essenziale e profonda di me ascolti la parte più essenziale e profonda dell’altro” (E. Hillesum, Diario).

 

In questo modo il silenzio, che è funzionale alla parola, educa alla giustizia. Quale giustizia? La giustizia che supera quella di scribi e farisei: “L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini… Ma non basta disseppellirti dai cuori altrui. Bisogna aprirti la via, e per fare questo bisogna essere un gran conoscitore dell’animo umano, un esperto psicologo. A volte le persone sono per me case con la porta aperta. Io entro e giro per corridoi e stanze, ogni casa è arredata in modo un po’ diverso, ma in fondo è uguale alle altre; di ognuna si dovrebbe fare una dimora consacrata a te, mio Dio. Io mi metto in cammino e cerco un tetto per te” (ibidem).

 

In fondo anche i tempi attuali non sono meno difficili: sappiamo che una complessità sempre crescente, una precarietà diffusa, il tramonto di tradizioni, istituzioni e ideologie, una marcata mancanza di riferimenti, hanno generato una crisi globale a cui non sappiamo ancora cosa rispondere, né quale “nuovo” progettare. L’unico dato sicuro è che il nome stesso della nostra epoca post-moderna - come d’altronde la sua identità - designa un’insita incertezza e una mancanza di auto-definizione: qualcosa che viene dopo il “moderno”, ma non si dice di più. “Eppure io credo che se ci fosse un po' di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire" (F. Fellini, La voce della luna.).

 

Lisa

 

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 30/01/2010

(VII) La voce del silenzio


(VIIa) Prefazione

 

Che cos’è il silenzio? E’ una domanda che ci si pone oramai quando, nella disperata confusione del mondo affollato di stonature e distrazioni, per sbaglio ci si ritrova soli in mezzo ad un apparente stato di vuoto, con la sensazione di essere lontani da tutto. Magari ci capita mentre stiamo aspettando qualcuno, alla fermata dell’autobus, poco prima di addormentarsi sotto le coperte, o semplicemente quando arriviamo a casa e, chiusa la porta alle spalle, finiamo nella nostra cameretta accogliente.

 

Ed è proprio in quei momenti di “vuoto e solitudine” che una strana e amara sensazione  improvvisamente ci piomba addosso, quasi come volesse sorprenderci in un momento di debolezza e vulnerabilità. Dopo solo qualche minuto in compagnia del silenzio, esso ci diventa talmente fastidioso da spingerci ad allontanarlo con una delle tante distrazioni che la casa ha da offrici. Ma quale errore si commette fuggendolo: in verità nulla stilla più significato che imparare a guardare in faccia questo nuovo ospite inatteso e molesto, capace di possedere una voce talmente sonora e violenta da far terribilmente paura. Inizia subito come un mormorio seccante e subito trascurabile, ma alla lunga finisce per irrompere in un monito incessante puntato ad impegnare tutta l’attenzione di cui siamo capaci. E allora ci carpisce, ci rende totalmente assorti in qualcosa, ci sveglia; d’un tratto iniziamo a sentire, sentire cose che non avevamo mai percepito prima: il pensiero che in tutta la sua vitalità appare cristallino e vivo, il respiro profondo e solenne che diventa la nuova clessidra dell’anima, quei suoni attorno a noi talmente flebili da esser sempre risultati impercettibili.

 

Ci obbliga a ripiegarci in noi stessi e a gettare gli occhi in fondo a quell’immenso abisso che ci abita ed è in grado di spalancare quelle porte tenute accuratamente chiuse, guardiane di chissà quali segreti. E in quel baratro buio come la notte e vasto quanto il deserto, lentamente scorgiamo un’immagine informe, qualcosa di cui ne percepiamo nettamente la presenza ma a cui non riusciamo a darei un nome e un senso. Come se avessimo stabilito per la prima un contatto diretto e intimo con una nuova dimensione del nostro essere, l’anfratto più autentico e profondo di noi stessi, depositario di una verità ora totalmente nuda, esposta, viva.

Diventa allora possibile prendere consapevolezza della propria esistenza e del pesante bagaglio di domande e aneliti di cui è fatta la vita, percepire le sfumature più sottili di tutta la totalità del nostro complesso essere, costruire i pensieri più sublimi e veritieri, ma soprattutto avere l’illusione di scorgere nel chiarore di una tiepida preghiera, quello che sembra essere il riflesso di Dio. Un dialogo muto che diventa l’unico mezzo col quale poter afferrare anche solo per un istante Lui, la Sua presenza.

 

"Dov'è l'amico che il mio cuore ansioso
ricerca ovunque senza avere mai riposo...

Finito il dì ancor non l'ho trovato
e resto sconsolato...

La Sua presenza è indubbia ed io la sento
in ogni fiore e in ogni spiga al vento...

L'aria che io respiro e dà vigore
del Suo Amore è piena.

Nel vento dell'estate
la Sua voce intendo"


Ingmar Bergman, Il posto delle fragole, 1957

 

E in una lunga e intensa contemplazione, quasi come per un istante si fosse riusciti ad abbracciare l’Assoluto, allora forse l’animo diviene partecipe di quella pienezza tanto bramata e misteriosa. Una volta destati da quell’atmosfera nuova di silenzio onirico, è facile durante la giornata accorgersi che qualcosa di quella discesa dentro di noi stessi è rimasto, come un’esperienza nuova appena conclusa di cui se ne conservano le emozioni e le riflessioni. Quest’orma che inconsapevolmente diventa traccia dentro di noi è una nuova consapevolezza del significato delle cose, l’attenzione sottile e sensibile con cui il nostro sguardo si poserà sul mondo. E solo con questa contemplazione attenta il nostro animo potrà ritrovare le proprie risposte di quel grande misterioso interrogativo che è l’uomo e il mondo.

 

“Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell'Oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi. Non li meraviglia ch'io parlassi di tutte queste cose senza vederle con gli occhi; eppure non avrei potuto parlare senza vedere i monti e le onde e i fiumi e gli astri che vidi e l'Oceano di cui sentii parlare, dentro di me, nella memoria tanto estesi come se li vedessi fuori di me. (…)

Tardi ti amai, bellezza cosí antica e cosí nuova, tardi ti amai. Sí, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lí ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai' e ho fame e sete'; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace.“

Dalle Confessioni di Sant’Agostino d’Ippona.

 

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 24/12/2009

(VI b) La saggezza del cuore

 

 

"L'abuso di libri uccide la scienza. Credendo di sapere quello che si è letto, ci si crede dispensati dall'apprendere. Troppe letture servono solo a creare ignoranti presuntuosi." 

Rousseau, dalle Confessioni

 

 

 

La speranza di ottenere risposte e verità fondamentali per mezzo della ragione e dei principi logici risulta però vana, sia perchè la mente umana possiede dei forti limiti, sia perchè un buon esame critico riuscirebbe a smontare qualsiasi ipotesi creata. La logica, seppur un formidabile mezzo a disposizione dell'uomo, come ci è stato spesso dimostrato dai filosofi, incappa spesso in contraddizioni evidenti: contraddizioni però che sono tali nella logica, ma che si rivelano poi illusorie nella totalità della dimensione umana. Poco niente si riesce a dimostrare "a priori"  in base alle considerazione di ciò che dovrebbe essere.
L’apparente perfezione della ragione ha una macchia evidente che stona con la natura umana, ovvero è spesso carente rispetto ai bisogni e l’essenza stessa dell’uomo; allora mi vengono in mente tanti nella storia che hanno sminuito il valore della ragione come il solo mezzo per giungere la verità.

 

Primo fra tutti Pascal, che affermava che certe verità possono essere conosciute solo dal cuore, non con la ragione: "Se c'è un Dio, egli è infinitamente incomprensibile, perché, non possedendo né parti né limiti, non ha alcuna proporzione con noi. [...] Dio esiste oppure non esiste? Da che parte ci decideremo? La ragione non può decidere nulla; c'è di mezzo un caos infinito. Si giuoca una partita, all'estremità di questa distanza infinita, dove risulterà testa o croce. Su che cosa puntare? Secondo ragione, non potete scegliere né l'uno né l'altra; secondo ragione, non potete escludere nessuno dei due. Dunque non accusate di falsità coloro che hanno fatto una scelta, perché non ne sapete niente. [...] L'ultimo passo della ragione è riconoscere che c'è un'infinità di cose che la sorpassano, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce." (da Pensieri). 

 

Il grande Dostoevskij, che forse più di tutti aveva a cuore  l’ardua missione dell'affannosa ricerca della verità, sapeva bene cosa avrebbe significato voltarle le spalle o perdersi in una qualche illusione. Ma nonostante questo D. non cercò mai quella felicità frutto di un processo etico, di una dialettica filosofica, di un equilibrio. Anzi, ha sempre tentato nei suoi romanzi di far venire a galla quella parte più profonda e celata dell'oscuro e intricato animo umano, il più delle volte rivelando le bassezze, le miserie e le mediocrità di assassini, giocatori d’azzardo, ladri, prostitute, pezzenti, uomini-topi. Questo perché D. sentiva prima di pensare che insito nell’anima dell’uomo c’è un anelito, una sete d’infinito, un misterioso male, un ignoto che, consapevoli o no, grida orrende urla mute. Aveva capito che non gli sarebbe bastato un perfetto e armonico equilibrio raggiunto con la ragione per far tacere questa voce molesta, anche se sarebbe stato poi capace di cose bellissime e grandiose, di meravigliose imprese o di stabili basi durature. Esiste nell’uomo un abisso di una profondità tale che nemmeno la mente più sviluppata può colmare. E D. è stato il primo a rendersi conto di questa verità di cui solo un maledetto russo poteva accorgersi.



E ancora Bukowski e la sua vita impossibile da paria sociale, le sue sbronze e le frasi vomitate dentro a qualche squallido night:
“Se hai intenzione di provare vai fino in fondo altrimenti non cominciare neanche …Potrebbe voler dire perdere la ragazza, la moglie, i parenti, il lavoro e forse anche la testa.  Potrebbe voler dire non mangiare per tre, quattro giorni. Potrebbe voler dire gelare su una panchina del parco.  Potrebbe vole dire la prigione. Potrebbe voler dire la derisione, lo scherno, ’isolamento. L'isolamento è il premio … tutto il resto è un test di resistenza per vedere fino a che punto sei veramente disposto a farlo e tu lo farai, nonostante i rifiuti e le peggiori probabilità di successo, e sarà meglio di qualunque cosa tu possa immaginare. Se hai intenzione di provare vai fino in fondo, non c'è una sensazione al pari di questa, sarai da solo con gli dei e il fuoco incendierà le tue notti. Cavalcherai la tua vita dritto verso una risata perfetta, è l'unica battaglia buona che ci sia.” (da Factotum)

 

L'immortale H.Hesse che più di tutti scrisse così dettagliatamente del contrasto tra la sfera della ragione e dei sentimenti: l’umanità intera avrebbe perso molto di più se non fosse mai esistito una personalità di pura passione sregolata e così stracolma di vita come Mozart, che uno eticamente perfetto e “alto” come Socrate o Cristo, scrisse in un suo romanzo.

 

Tutto ciò mi ricorda anche quelle pazze figure indomite dei "bohemiens" o dei "Wanderers" ottocenteschi e dei loro “Bildungreise” (viaggio di formazione) e “Wanderlust” (anelito al viaggio): personaggi inquieti che viaggiavano continuamente alla ricerca del nuovo, dell'esperienza di un altro mondo che rappresentava un rifiuto dei valori del villaggio e della famiglia, ovvero di una vita tranquilla, tipici del "filisteo" chiuso nel suo mondo limitato e ristretto. Tutte attività di una libertà straordinaria che rispondevano ad un'attività interiore e non ad un esigenza produttiva esteriore: proprio come l'allegoria della poesia che, nella sua inutilità, riesce tuttavia ad esprimere sentimento, amore e gioia di vivere.
 

"A chi dio vuol concedere una vera grazia
lo fa viaggiare per il vasto mondo
a scoprire le sue meraviglie
per monti e valli e boschi e campi e fiumi.



i pigri chiusi in casa
non sono rallegrati dall'aurora
e sanno solo il pianto dei bambini
e angustie e noie e l'ansia per il pane.

 

dai monti sgorgano i ruscelli,
lassù le allodole trillano di gioia,  

perchè non devo anch'io cantar con loro

a piena voce e con felicità?

 

 Al buon Dio mi voglio affidare,
 egli che regge cielo e terra
 e ruscelli e allodole e boschi e campi
 anche i miei giorni al meglio ha programmato."

Eichendorff, da Vita di un perdigiorno


O il pazzo e coraggioso C. McCandless, altro inquieto viaggiatore, rappresentato recentemente nel film "Into the wild" di S.Penn: "se ammettiamo che l'essere umano possa essere governato dalla ragione, ci precludiamo la possibilità di vivere".
 

E allora forse "la voce del cuore è la più grande verità" come diceva G.Gaber, e forse non è nemmeno sbagliato "piantare un chiodo" sui Libri di filosofia e di religione che oramai non sanno più rispondere alle esigenze umane e "che non hanno mai salvato il mondo" (dal film "Centochiodi" di E.Olmi). Così tutto ciò diventa la metafora di una nuova libertà dell'uomo che va ricercata nella sua semplicità, nella purezza dei suoi sentimenti espressi dall'amore di un "Cristo della strada" che, libero dalle vecchie idolatrie passate racchiuse in libri morti, incarna vita e amore.
Non più quindi una saggezza che attinge ai libri ma alla vita, una filosofia di vita che sfocia non alla cattedra ma all'umanità.

 

"Io ne ho abbastanza delle persone che muoiono per un'idea. Non credo nell'eroismo, so che è facile e ho imparato che era omicida. Quello che m'interessa è che si viva e si muoia di quello che si ama."
 

di A.Camus

 

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 24/12/2009

(VI) Le due vie di una stessa conoscenza

 

(VI a) La saggezza della ragione

 

 

"Si arriva al significato delle cose solo chiamandole con il loro vero nome"

Andrei Rublev, di A.Tarkovskij

 

 

Purtroppo mai come oggi la tendenza predominante, soprattutto nelle università, è quella di trattare la conoscenza e in particolar modo la filosofia (e discipline similari), come una delle tante materie scientifiche che si insegnano per preparare lo studente al mondo della tecnica e della professionalità. Diventano dei mezzi finalizzati a farcirgli la testa di nozioni che parleranno unicamente alla memoria e alla logica. Ma forse si è dimenticato che il ruolo della filosofia è nato innanzitutto per soddisfare un sentimento, la curiosità, e per aiutare l'uomo a conoscere se stesso e migliorarsi. Se si considera tale disciplina solamente come un fine, omettendo la fondamentale funzione che ha sull'individuo e sulle proprie verità interiori, allora si rischia di rimanere bloccati in una prigione invisibile con pareti fatte di termini, nozioni e parole prive di significato.

 

Socrate soleva invitare le persone con cui parlava a curare la propria anima, non solo la propria logica, Wittgenstein diceva che l’unica cosa si può fare per cambiare il mondo è migliorare se stessi.
E allora le discipline come la filosofia non sono di nessuna utilità pratica, se non per l'effetto prodotto sulle menti e sulla vita di coloro che le praticano e studiano. Esse non servono per avere garanzie, certezze e nuovi basi, ma piuttosto per porsi domande, per creare dubbie e incertezze, ovvero il terreno fertile per la nascita di una conoscenza più profonda e maggiore libertà.

La libertà è il bene più prezioso che può raggiungere il filosofo, affermava Platone: la conoscenza infatti permette di suggerire e stimolare nuove possibilità che allargano l'orizzonte della propria mentalità liberandola da pregiudizi, passività e consuetudini. Aumenta la conoscenza della realtà e dell'uomo stesso in quanto diminuisce la sicurezza nei loro riguardi, ma soprattutto scuote il dogmatismo arrogante di coloro che "credono di sapere e invece non sanno nulla" (Socrate) o che utilizzano la conoscenza per fini utilitaristici o interessi personali. L'uomo “pratico", il classico individuo omologato e inserito da buon borghese in società, colui che riconosce principalmente i bisogni materiali, dimentica di fornire altrettanto nutrimento alla mente e se vogliamo allo "spirito". Colui che non è mai entrato nella "regione del dubbio liberatore" (B.Russel) vedrà sempre il mondo e se stesso come qualcosa di scontato, di chiaramente definito, immutabile e probabilmente già determinato e chiuso nel contesto sociale nel quale si trova.

 

Così appare netto il ruolo della conoscenza e in particolar modo della filosofia nello sviluppo critico e cognitivo: ovvero considerare più attentamente quelle incongruenze che possono esistere nei principi, al fine di accettarli solamente quando l'esame critico non ha messo in luce elementi per respingerli. Questo non per arrivare alle conclusioni degli scettici o al vuoto assoluto di Cartesio, eliminando ogni certezza, ma piuttosto per chiedersi continuamente se si conosce tutta la profondità di tutto ciò che si crede di conoscere. Si tratta quindi di spogliare ogni apparente conoscenza per tentare di giungere ad una conoscenza più profonda e autentica, che sia "oltre il velo di Maya" (Schopenhauer).

 

"La vita non mi ha disilluso. Di anno in anno la trovo sempre più ricca, più desiderabile e più misteriosa - da quel giorno che venne da me il grande liberatore, quel pensiero che la vita potrebbe essere un esperimento di chi è volto alla conoscenza - e non un dovere, non una fatalità, non una fede... La vita come mezzo di conoscenza. Con questo principio nel cuore si può non soltanto valorosamente, ma anche gioiosamente vivere e gioiosamente ridere. " F.Nietzsche, da La gaia scienza

 

Ma la vera forza e bellezza della conoscenza consistono proprio nella contemplazione : essa abbraccia ogni cosa in un'unica visione che tende a trovare un'"armonia oggettiva" nel complesso. Essa libera la mente dai meschini scopi personali ed elimina quella divisione apparente tra il sè e la realtà esterna che il più delle volte la si crede unicamente ostile. Solo così l'anima dell'uomo riuscirà a scorgere una nuova profondità e un infinità globale che lo renderanno libero e partecipe di tale bellezza: conservando questa visione anche nella vita di tutti i giorni, allora essa prenderà forma nell'ambito dell'azione e del sentimento. Sarà possibile accorgersi che solo l'amore e la giustizia sono le sfaccettature  di una stessa verità universale racchiusa nell'umanità e che le mura che cingono ogni uomo mettendolo in guerra col resto del mondo, sono solo illusioni prodotte da falsi valori indotti da una società individualistica e competitiva.

 

Le cose possiedono valore e significato solamente rispetto al grado d'attenzione che ognuno vi dedica: tanto più si è riflessivi, meditativi e "recettivi", tanto più si riuscirà a penetrare l'essenza stessa delle cose e quindi, della loro bellezza e significato. Sarebbe un vero peccato vivere non accorgendosi dell'infinita bellezza e significato che la vita contiene e ha da proporci. (Mi viene in mente il film "Il sapore della ciliegia" di Kiarostami, in cui il protagonista alla fine evita di suicidarsi solo per riassaporare il dolce sapore della ciliegia...)

C'è un grande mistero che attornia l'universo intero a partire dall'enigma più complesso che è l'uomo, tentare di scoprirne tutta la profondità scardinando l'arroganza dogmatica che preclude la mente alla speculazione, costituisce per l'uomo il massimo bene.

 

Per quanto sia grande il chiasso che si fa nel mondo per errori e opinioni, devo però rendere giustizia all'umanità avvertendo che gli uomini impigliati in errori e false opinioni non sono poi tanto numerosi come si suppone di solito. Non perchè penso che  riconoscano la verità, ma perchè intorno a quelle dottrine che danno tanto da fare a loro e agli altri non hanno effettivamente nessuna opinione e nessun pensiero. E se infatti uno catechizzasse un poco la più gran parte di tutti i partigiani delle sette del mondo, troverebbe che intorno alle cose sulle quali si impegnano con tanto zelo non hanno personalmente una qualsiasi opinione, e meno ancora avrebbe motivo di credere che l'abbiano accolta in seguito a un esame dei motivi e a un'apparenza di verità; essi invece sono risoluti a tenersi stretti al partito per il quale l'educazione o l'interesse li hanno reclutati e, come i comuni soldati dell'esercito, manifestano il loro zelo e il coraggio secondo le direttive dei loro comandanti, senza indagare mai o soltanto conoscere la causa per la quale combattono. Se il tenore di vita di un uomo indica che non prende affatto sul serio la religione, perchè dovremmo credere che egli si romperà la testa intorno all'ordinamento della Chiesa e si sforzerà di esaminare i fondamenti di questa o quella dottrina. A lui, obbediente a chi lo guida, basta aver pronte la mano e la lingua per sostenere la causa comune e in questo modo fare buona prova presso coloro che gli possono procurare autorità, promozioni e protezione nella società alla quale appartiene. Così gli uomini diventano seguaci e propugnatori di opinioni delle quali non si sono mai convinti, delle quali non sono mai stati proseliti, le quali non sono mai passate per la loro mente. Dunque, benchè non si possa dire che il numero delle opinioni inverosimili e d errate sia nel mondo minore di quanto non sia, è pur certo che ad esse aderiscono in realtà, prendendole erroneamente per verità, meno persone di quanto generalmente non si immagini.

 

Locke, da Saggio sull’intelletto umano

 

 

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 14/11/2009

O.Wilde: un uomo che per tutta la vita cercò la Bellezza e finì per incontrare la Verità

Un lungo lavoro a quattro mani incentrato sulla figura di O.Wilde. Un grande esempio del cercatore inquieto che vive il tormentoso tentativo di abbraciare Dio e l'umanità.


La presente dissertazione riguarda la figura di Oscar Wilde, il cui nome è passato alla storia giungendo alle orecchie di tutti nel bene e nel male; un personaggio unico per la complessa e multiforme personalità e allo stesso tempo per aver conservato durante tutta la vita la semplicità e la purezza del bambino. Il saggio è composto da tre capitoli, il cui scopo è quello di mostrare le diverse fasi del continuo cammino di ricerca di Wilde che traspare dalle sue opere e di portare alla luce alcuni aspetti della sua personalità da molti sconosciuti e inattesi. Per riuscire a comprendere a fondo le sfumature di tale figura, la vita, le relazioni che ne influenzarono il corso, la natura e il significato delle sue opere immortali, è necessario concentrare la prima parte del lavoro sul panorama sociale e politico del XIX secolo e sui fermenti culturali che contribuirono fortemente a plasmarne il pensiero. La società vittoriana, con i suoi rigidi principi morali e la soppressione della libertà individuale, costituì sempre agli occhi di Wilde un sistema contro cui lottare, non soltanto per difendere la propria identità irlandese, ma anche per salvaguardare il principio fondamentale della libertà di pensiero e opinione, necessario per lo sviluppo di ogni uomo. Per questo Wilde lottò continuamente per non omologarsi al pensiero comune e per crearsi una filosofia totalmente soggettiva. La seconda parte del lavoro riguarda la vita estetica e l’amore per la bellezza esaltati nel suo capolavoro ll ritratto di Dorian Gray. Come il protagonista del suo romanzo, Wilde condusse inizialmente un’esistenza all’insegna della bellezza e del piacere, nascondendo la sua vera personalità dietro ad un’affascinante maschera che gli permise di stupire, divertire e talora provocare. Pur conducendo questo tipo di vita, Wilde non poté però rimanere sordo di fronte al malessere della sua anima, in cui emergeva il continuo contrasto tra passioni ed intelletto, ovvero tra corpo e spirito. Nonostante egli presagisse le terribili conseguenze che una tale esistenza poteva recare all’anima, la propria fragilità gli impedì di abbandonare la vita dell’esteta e la sua vivace e sontuosa esistenza precipitò a poco a poco nell’infamia più umiliante. La terza parte del lavoro descrive la rinascita spirituale di Wilde in seguito al dolore e alla solitudine recati dalla condanna a due anni di carcere. Dopo aver vissuto la sofferenza più atroce e la più grande umiliazione che un artista potesse subire, l’animo di Wilde e la sua facoltà artistica riuscirono infine a riemergere in una lunga lettera intitolata dopo la sua morte De Profundis, un grido di dolore che nel buio più profondo della sua solitudine intravide finalmente una luce di speranza e di vita. In quest’opera Wilde decide di “smascherare” la propria anima e di metterla a nudo per poi iniziare un progressivo cammino di rinnovamento di tutta la sua morale, che lo porterà a rimodellare totalmente il suo pensiero sulla base di valori fino ad allora sconosciuti e rifiutati. Se quindi da un lato la sua vita fu un susseguirsi di pensieri contrastanti e azioni contraddittorie, dietro la maschera dell’apparente amoralità egli non smise mai di interrogarsi sul significato vero e recondito delle cose.

 

►SCARICA SAGGIO

 

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 02/10/2009

(IVd) Conclusioni

Dove esiste una sovrabbondanza che addormenta e distrae e quando le più grandi risorse della società, i giovani, diventano le vittima del marketing e non un potente strumento d'utilizzo sociale; quando la società non sa di che farsene, quando ogni progetto o speranza giovanile viene stroncato in partenza dalla grave condizione d'insicurezza e di precarietà; quando si fatica a trovare un solo punto di riferimento che non sia l'omologazione assillante che elimina la propria identità, allora diventa molto difficile non adeguarsi o fuggire altrove. Ma non si può sacrificare l'infinita bellezza e l'enorme valore dell'uomo, a nessun prezzo: è necessario trovare la forza per ricercare e ritornare alla verità perduta, iniziando ad opporsi al conformismo generale che porta alla disperazione e al nulla; iniziando a costruire e vivere le relazioni in maniera autentica fornendo tempo e spazio alle persone e abbattendo quel muro fittizio che divide; iniziando davvero a dar espressione alle proprie capacità e al proprio essere facendo qualcosa che esprima, che crei, che piaccia, e non uccidere il tempo a disposizione dietro a cose inutili, odiose e alienanti; iniziando a togliersi da quell’isolamento borghese egoistico e vivere esperienze di solidarietà e fraternità; in generale, cominciando davvero col svegliarsi da questo assopimento e ascoltare attentamente quel vuoto dentro di sè per iniziare a compiere quella ricerca incondizionata che miri al significato e alla maturazione e che ricostruisca se stessi e l'esterno.

Nonostante quest’era della tecnica abbia tentato in tutti i modi di dire addio e di abbandonare con ogni sforzo il valore e l’importanza della “coscienza umana” e della formazione di un’identità, il grande malessere e l’infinito bisogno di senso danno prova di come in realtà sia impossibile sbarazzarsene. Solamente attraverso lo sforzo e la ricerca, come l’artista che inventa, si potrà ridar forma a qualcosa di nuovamente bello e vivo, una nuova morale. E’ la mentalità fossilizzata nel realismo, il più delle volte “filistea”, che troppo spesso cancella quello che può essere la diversità e l’innovazione, conservando solo quel gelido conformismo senza via d’uscita. A questo punto si tratta di riprendere le redini della propria vita e della propria identità o di finire nell’abisso del vuoto, del nulla, del nichilismo.

“Perché ci lagniamo della natura? Si è comportata generosamente: la vita, se sai usarne, è lunga. Uno è in preda a un’avidità insaziabile, uno alle vane occupazioni di una faticosa attività; uno è fradicio di vino, uno è abbruttito dall’ozio; uno è stressato dall’ambizione, che dipende sempre dai giudizi altrui, uno dalla frenesia del commercio è condotto col miraggio di guadagni di terra in terra, di mare in mare; alcuni, smaniosi di guerra, sono continuamente occupati a creare pericoli agli altri o preoccupati dei propri; c’è chi si logora in una volontaria schiavitù, all’ingrato servizio dei potenti; molti non pensano che ad emulare l’altrui bellezza o a curare la propria; i più, privi di bussola, cambiano sempre idea, in balìa di una leggerezza volubile e instabile e scontenta di sè; a certuni non piace nessuna meta, a cui dirigere la rotta, ma sono sorpresi dalla morte fra il torpore e gli sbadigli, sicchè non dubito che sia vero ciò che in forma di oracolo si dice nel più grande dei poeti: . Sì: tutto lo spazio rimanente non è vita, ma tempo. Incalzano e assediano i vizi da ogni parte e non li lasciano risollevarsi o alzare gli occhi a discernere il vero, ma col loro peso li tengono sommersi e inchiodati al piacere. Non hanno mai la possibilità di rifugiarsi in se stessi; se gli tocca per caso un momento di riposo, come in alto mare, dove anche dopo la caduta del vento continua l’agitazione, ondeggiano e non trovano mai pace dalle loro passioni. Credi che io parli di costoro, i cui mali sono alla luce del sole? Guarda quelli, la cui fortuna fa accorrere la gente: sono soffocati dai loro beni. Per quanti le ricchezze sono un peso! A quanti fa sputar sangue l’eloquenza e la quotidiana ostentazione del proprio ingegno! Quanti sono terrei per continui piaceri! A quanti non lascia respiro la calca dei clienti! Insomma, passa in rivista tutti costoro dai più piccoli ai più grandi: questo chiede assistenza, questo la dà, quello è imputato, quello difensore, quello giudice, nessuno rivendica per sé la sua libertà, ci si logora l’uno per l’altro. Informati di costoro, i cui nomi s’imparano a mente, e vedrai che si riconoscono a tali segni: questo corre dietro a quello, quello a quell’altro, nessuno appartiene a se stesso. E poi che c’è di più insensato dello sdegno di certuni? Si lagnano della boria dei potenti, che non hanno tempo di riceverli. Ha il coraggio di lagnarsi dell’altrui superbia uno che non ha mai tempo per sé? Lui almeno, chiunque tu sia, ti ha rivolto uno sguardo, sia pure con aria arrogante, lui ha abbassato l’orecchio alle tue parole, lui ti ha messo al suo fianco: tu non ti sei degnato di guardare dentro di te, di ascoltare te. Non hai dunque ragione di rinfacciare ad alcuno cotesti servigi, giacchè li hai resi non per il desiderio di stare con altri, ma per l‘impossibilità di stare con te stesso.”

Seneca, “De brevitate vitae”

 

BIBLIOGRAFIA: U.Galimberti, I.Mancini, V. Mathieu, E.Severino e A.Rovatti. P.P.Pasolini, Appunti di Sociologia.

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 02/10/2009

(IVc) Il fallimento educativo della famiglia e la scuola

L'educazione, che in teoria si occupa di formare l'individuo in base a ciò che si crede "giusto e vero", rispetto a questo tipo di società cannibalistica diventa anch'essa un mezzo che plasma in nome della sopravvivenza e del conformismo sociale. Quindi invece che la fratellanza, l'umanità, la solidarietà e la collaborazione, viene insegnato al giovane che si sta per introdurre in società di dovercela fare da solo a tuttii i cosi, di sopraffare gli altri per vincere, di puntare ad arrivare e non a costruire. In questo modo si crea però un individualismo conservatore che rinchiude ognuno in un isolamento coatto, invece che sviluppare le basi per una comunità che va avanti tramite la collaborazione e le relazioni umane.

La famiglia

In questo drammatico prospetto sociale/culturale anche i genitori spesso non forniscono un’adeguata educazione ai figli, sostituita malamente dal tentativo di colmare il vuoto attraverso le cose, l’abbondanza superficiale e nociva. Così come il rapporto genitore-figlio si riduce ad un arido colloquio in cui la comunicazione con l'altra generazione viene a mancare aumentando maggiormente l'enorme baratro che li separa. Il dialogo si limita alle formalità e a mantenere un "equilibrio" apparente in famiglia fatto di "informazioni sull'andamento scolastico" e di "ora di rientro alla sera", ma senza un’attenzione e una comprensione piena, si può essere due sconosciuti e abitare sotto le stesso tetto.

Così invece che comunicare quella vitalità e moralità di cui avrebbe bisogno il cuore del ragazzo e quei punti di riferimento che potrebbero salvarli, i genitori si impegnano di più ad “incastrare” meglio i figli in questo marcio sociale, trasformandoli in individui sempre più disumanizzati ma seri, dignitosi e professionali. D’altronde meglio conformarli al gregge e vederli infelici che correre il rischio di diversificarli e renderli così “inadeguati”. E quanto è poco il tempo che il genitore trascorre con il figlio: sempre affaccendato e occupato dietro al guadagno lavorando ore ed ore, dimentica quanto sia importante condividere quantitativamente il tempo assieme . Tutto ciò avvicina sempre più il giovane alla disperazione e al vuoto che già lo avvolge e lo si allontana ulteriormente dalla sua interiorità e “sete d’amore” che nemmeno in famiglia sembra trovar appagamento.

E così il modo di vivere dei giovani rispecchia il loro smarrimento: le relazioni diventano aride, quasi inesistenti, la comunicazione quando non è fittizia (virtuale) è assente e la sensibilità emotiva risulta azzerata, fredda, incapace di rispondere ai più elementari stimoli. Senza nemmeno la famiglia come punto di riferimento, i giovani risultano essere altamente impreparati alla vita, senza stimoli o desideri, impotenti emotivamente, poveri di cultura e soprattutto soli, senza nessuno che possa aiutarli.

 

LA NUOVA INFANZIA

"Ma l'evoluzione verso una socializzazione dei servizi svolti dalla famiglia incide in maniera particolare sulla condizione del bambino. E indubbio che il bambino è sempre meno 'in famiglia', e questo sia per ragioni di istruzione, sia perché la donna esce dalla casa e quindi di necessità se ne occupa meno. Questo bambino sarà diverso da quello delle generazioni precedenti, la presenza dei genitori sarà a volta a volta meno importante o più desiderata (in maniera più o meno struggente) proprio perché si tratterà di genitori assenti. Nei limiti in cui non sarà possibile procurare al bambino validi sostituti affettivi dei genitori, la condizione del bambino sarà di maggiore insicurezza psicologica, con una maggiore tendenza alla nevrosi. Sarà inoltre, da adulto, un uomo diverso, con un altrettanto diverso atteggiamento verso la famiglia di origine e l'istituzione familiare. Comunque, lo scarico del bambino sulla società è una realtà e spinge in questa direzione anche il fatto che il bambino è meno centrale, meno importante nella vita della nuova coppia, anche se (per ragioni biologiche e psicologiche fondamentali» non può essere 'sradicato' Comunque, la coppia ha una vita sessuale, ludica, affettiva molto articolata e non necessariamente centrata sul bambino." (S. Acquaviva, La famiglia nella società contemporanea, in AA.VV, Ritratto di famiglia degli anni '80, Laterza, Roma-Bari 1981; pp. 24-25.)"

 

La scuola

Se la società e la famiglia mancano nel dare un orientamento educativo ai ragazzi, la scuola non è da meno con il suo freddo rigore disciplinare e con l’indifferenza che pone di fronte ad un ragazzo visto semplicemente come un contenitore da riempire di nozioni. Innanzitutto il metodo d’insegnamento vive la stessa freddezza con cui agisce la stessa tecnica dominatrice della società: nozioni su nozioni assolutamente disanimate vengono inculcate in modo meccanico per riempire la testa di un ragazzo di cose che probabilmente moriranno il giorno dopo. Nozioni che senza uno stimolo emotivo da parte dei ragazzi, diventano informazioni assolutamente inutili come i libri che devono studiare, pagine e pagine scritte con un lessico spogliato della più minima emotività e vitalità, testi morti da apprendere a memoria che non coinvolgono minimamente l’interesse. Ma come ridurre lo studio, la conoscenza, il sapere a qualcosa di freddo, di meccanico che invece d’arricchire veramente la persona e di porla in una situazione interiore d’attività, la soffocano nella passività più noiosa? La conoscenza e la “filosofia” nell’accezione pura del termine (come amore per il sapere) nascono prima di tutto dall’interesse, dalla curiosità, o in generale da un movimento emotivo precedente. Sarebbe assolutamente impossibile interiorizzare e comprendere veramente se non vi fosse quest’interesse emotivo che spinge non solo a capire ma anche ad interiorizzare: infatti la volontà, a meno che non si riduca ad una coercizione o un “imparare a memoria” per l’appunto, non può esistere senza un legame emotivo. L’insegnante dimentica che ha a che fare con delle persone, tra l’altro quella tipologia ben precisa che sta vivendo un periodo delicatissimo della vita, dato che vede lo scolaro solamente in base al profitto che ottiene e con questo metro lo giudica. Ma così si valuta la persona quantitativamente, senza nemmeno tener conto di tutto il bagaglio qualitativo che fa parte della crescita giovanile come la creatività, il sentimento, la partecipazione emotiva… che valorizzano soggettivamente ogni essere umano.

Per non parlare poi del rapporto fortemente autoritario tra studente-professore: invece che sviscerare le capacità dell’alunno e cercare di alimentarne l’autostima, l’insegnante tende a creare un clima di diffidenza e paura che gli permetta di gestire e controllare meglio la classe, il più delle volte umiliando e terrorizzando con il metodo della punizione/ricompensa. Anzi, meno la classe solleva problemi, pone domande e si mostra viva e umana, più il professore sembra soddisfatto per la facilità con cui impartirà nozioni senza resistenze. In questo modo lo studente studierà più per la paura dell’umiliazione e per il profitto  che per un atto di volontà interiore. Ma questa allora è solo una perdita di tempo, perché se la scuola non aiutai  giovani a esprimere meglio la loro energia, a dargli i mezzi per progetti e idee, non alimenta i loro interessi e arricchire autenticamente la loro conoscenza, aignifica che estingue la loro vitalità con quel clima soffocante che li stronca in partenza. Il sapere deve servire per migliorare la vita, non per schiacciarla, e dove il profitto e la conoscenza diventano l’ansia dello scopo e il voto, il mero metro di giudizio, allora la scuola mortifica, livella ogni personalità e toglie la soggettività di grandissime potenzialità nascenti. Tutto ciò altro non fa che amplificare ancor più quel senso di inadeguatezza e di non appartenenza ove la comunicazione, che dovrebbe esserci sempre, nel bene e nel male, viene bruscamente interrotta da un metodo che rende il tutto astratto, lontano e coercitivo.

La scuola non cambierà finchè non si prende atto che non esiste istruzione senza educazione, che tutte le nozioni oggettive che vengono imposte non servono assolutamente a nulla, quando non sono nocive, se non viene prima aiutato il ragazzo a crearsi quell’identità/autostima necessaria per maturare e apprendere. La scuola non dev’essere solo un metodo attraverso il quale il giovane viene preparato e “modellato” secondo le modalità comportamentali di sottomissione e disciplina funzionali alla gerarchia del mondo del lavoro. Questa corrispondenza tra mondo del lavoro e istruzione stimolerebbe infatti non le capacità dell’individuo a svilupparsi, ma l’attività utilitaristica e strumentale della società che, come lo studente che studia per la ricompensa/punizione del voto, associa il successo economico a determinate competenze professionali. L’insegnamento esige un’attenzione e una sensibilità straordinaria, soprattutto in questo periodo d’età delicatissimo, ma raramente l’insegnante si pone ad ascoltare e parlare coi ragazzi per imparare meglio a conoscerli. La maggior parte delle volte l’insegnante e il ragazzo diventato due assoluti sconosciuti in cui uno riconosce il valore e identità dell’altro attraverso un semplice e banale voto; ma non è possibile trascorre 6 ore in mezzo a ragazzi che non si sa nemmeno chi sono, cosa pensano e quali problemi hanno, e pretendere di formarli. La maturazione intellettuale non può esistere senza quella emotiva, e se davvero la scuola, che in teoria dovrebbe essere il più alto sistema educativo, vuole davvero aiutare i giovani a toglierli dal loro vuoto e dalla loro angoscia e non continuare ad aumentare la lontananza che hanno col mondo e la realtà, allora è necessario che inizi ad avvicinarsi drasticamente cambiando totalmente le carte in tavola. Come ci insegnavano i Greci l’arte del vivere consiste nel riconoscere se stessi e le proprie capacità e nell’esplicarle nel modo migliore; la scuola d’oggi elimina questa possibilità e mostra chiaramente la miseria del vuoto, della gerarchia e della freddezza in cui saranno immersi i ragazzi di una società che mira alla sopravvivenza e dove tutto viene fatto a scopo utilitaristico.

P.S: (Consiglio di vedere il film “La classe” di Laurent Cantet, Palma d’oro, uscito al cinema poco tempo fa.)

 

LA PROFEZIA CHE SI AUTOADEMPIE

"Un interessantissimo studio condotto alla fine degli anni '60 del '900 dagli psicologi Robert Rosenthal e Leonora Ja-cobson dimostrò l'esistenza di un rapporto assai stretto fra aspettative degli insegnanti ed effettiva resa scolastica dell'alunno. Prendendo alcuni nominativi a caso, i ricercatori spiegarono alle maestre che da un nuovo test di intelligenza era emersa la superiorità intellettuale di quei bambini. "Dopo il primo anno dall'esperimento si riscontrò una significativa aspettativa di profitto, specialmente consistente per i bambini messicani, il cui vantaggio fu evidente nei punteggi di Q.L Dopo il secondo anno, quando questi bambini ebbero una maestra diversa, i più piccoli persero il vantaggio dell'effetto-
aspettativa, ma i più.grandi lo mantennero." (R. Rosenthal, L. Jacobson, Pigmalio-ne in classe, Franco Angeli, Milano 1972). Non solo: interrogate in proposito, le maestre erano concordi nel ritenere quei bambini come più felici, più curiosi, più simpatici, meglio adattati e più affezionati degli altri. I dati della ricerca mostrarono tuttavia che ciò avvenne non tanto perché i docenti dedicavano più tempo e maggiori energie ai ragazzi considerati più dotati, quanto piuttosto perché le aspettative dei docenti furono probabilmente comunicate in maniera involontaria mediante sguardi, tono di voce, domande, che influivano sulla concezione di sé del bambino e conseguentemente sul suo rendimento."

 

"La scuola deve fare qualcosa di più che evitare di spingere i giovani al suicidio. Essa deve creare in loro il piacere di vivere, e offrire appoggio e sostegno in un periodo della loro esistenza in cui sono necessitati dalle condizioni del proprio sviluppo a allentare i legami con la casa paterna e la famiglia. Mi sembra incontestabile che la scuola non faccia ciò, e che per molti aspetti rimanga al di sotto del proprio compito, che è quello di offrire un sostituto della famiglia e di suscitare l'interesse per la vita che si svolge fuori, nel mondo. Non è questa l'occasione di fare una critica della scuola nella sua attuale struttura. Mi sia tuttavia consentito di mettere l'accento su un singolo punto. La scuola non deve mai dimenticare di avere a che fare con individui ancora immaturi, ai quali non è lecito negare il diritto di indugiare in determinate fasi, seppur sgradevoli, dello sviluppo. Essa non si deve assumere la prerogativa di inesorabilità propria della vita; non deve essere più che un gioco di vita."

S.Freud

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 02/10/2009

(IVb) Le vittime: i giovani

I giovani sono le vittime più dirette dell'atmosfera nichilista del nostro tempo ove il progresso tecnologico ha raggiunto l'apice ma ha causato l'aridità del sentimento e di tutto lo scenario umanistico. Questa società non è più un patto sociale che permette all'individuo di vivere meglio e protetto, ma piuttosto un'arena di sopravvivenza ove, soprattutto per i giovani, il futuro viene visto come estremamente minaccioso, fatto d'insicurezza, di precarietà e d'ansia. E quale modo migliore della paura per distruggere ogni sogno, speranza o aspettativa appena un pò diversa dalla linea conformista generale. Perchè "diverso" è una parola che come ci ricorda il grande P.P.Pasolini, è bandita da questa società che invece di diventare un modo per concretizzare l'energia giovanile e di utilizzarla appieno, la spegne e la sopprime. E non solo la paura per il futuro condiziona fortemente quelle che saranno le scelte del giovane, ma procura inoltre una sorta di terrore verso il prossimo che lo si vede non più come fratello, ma come nemico al quale ci si relaziona con aggressività e ostilità.

E i giovani che più degli altri avvertono questa mancanza e smarrimento sociale sono lasciati senza valori e abbandonati a loro stessi come se l’esserci o il non esserci non farebbe alcuna differenza, parcheggiati un pò dove capita. Tutto ciò però estrania maggiormente il giovane costretto a vivere la propria dimensione (necessaria a tutti per esprimersi) sempre più lontano dalla realtà/società, o lo spinge a fuggire in un mondo parallelo, quando va bene fatto di videogiochi, Internet, musica assordante e divertimento sfrenato (che viene considerato come unico modo di divertimento). Quando va male questo distacco e quest'assenza si manifestano con la degradante dimensione televisiva, la droga, o, nel caso estremo, col suicido.

Nella realtà dei mass-media la persona viene spogliata di tutta la sua profondità e complessità e ridotta solamente a qualcosa che però appare, appare a tutti i costi. Tutta la sfera intima dell'essere umano infatti viene esposta senza pudore (nel senso della soggettività più segreta dell'individuo), facendo di essa qualcosa di superficiale e estremamente banale. Il messaggio conclusivo che arriva al telespettatore sarà pertanto quello dello slogan: un’immagine stereotipata di limitatissima espressività che è il simbolo di un mondo inespressivo, dove l’omologazione ha cancellato ogni diversità e cultura differente. La televisione in particolar modo diventa così un centro di potere che rattrappisce l’inventiva, la creatività e ogni sviluppo umano, ma che offre modelli di identificazione di massa.

La droga invece, mezzo di fuga più drastico, provoca un'illusione di benessere e di apparente felicità, come un'anestesia, un palliativo momentaneo per interrompere la sofferenza del vuoto. Serve per staccarsi da sè e dalla realtà che si vive, per allontanarsi e vivere una dimensione impossibile nel reale... ma è proprio attraverso un'attività contraria, ovvero la ricerca di quella profondità e verità smarrita che fornisce un valore autentico all'essere umano, che si potrà dare un significato alla propria vita ed essere un ponte da ricostruire per la realtà che si vive.

Il suicidio, sempre crescente in Italia, è l’immagine più grave e pericolosa dello specchio di quel vuoto, di quell'assoluta mancanza di senso, del deserto della propria solitudine ove la morte sembra l'unico rimedio. Ma è proprio quel bisogno di senso che ogni giorno si ignora e si trascura che bisogna ascoltare attentamente e che deve spingere ulteriormente a fermarsi durante la frenesia del quotidiano. Tutte queste forme sono esempi dove tutte la potenzialità, l'energia e le capacità che le nuove generazioni possiedono, vengono mal indirizzate e sprecate malamente. Ma per costruire qualcosa e dare senso alla vita ci vuole impegno, uno sforzo che miri al giusto indirizzamento dei propri desideri e non ad un appagamento comodo e immediato.

“Hanno trasformato quei figli dignitosi e umili, con le loro belle nuche, le loro belle facce limpide sotto i fieri ciuffi innocenti… quei ragazzi antichi, bellissimi e pieni dell’antica dignità umana, in esseri mostruosi, artificiali… Quando vedo intorno a me i giovani che stanno perdendo gli antichi valori popolari e assorbono i nuovi modelli imposti dal capitalismo, rischiando così una forma di disumanità, una forma di atroce afasia, una brutale assenza di capacità critiche, una faziosa passività, ricordo che queste erano le forme tipiche delle SS. Una visione apocalittica, certamente la mia. Ma se accanto ad essa e all'angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare."

P.P.Pasolini

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 02/10/2009

Il vuoto sociale

(IVa) Introduzione

Nel nostro tempo la tecnica e lo sviluppo della scienza hanno fatto cadere gli antichi valori morali e oramai religiosi che avevano fatto da cardine nella storia. Da un lato è stato positivo scardinare tutto il vecchio sistema che spesso creava bigottismi e fanatismi, dando maggior importanza alla razionalità, ma dall'altro la freddezza della ragione ha relativizzato e sminuito tutti i valori e le immagini simboliche che l'uomo si è costruito nel tempo come punto di riferimento. E invece di sostituire le vecchie morali con nuovi valori che siano un'evoluzione migliorativa della morale, l'era della tecnica ha fatto precipitare l'uomo in quello che F.Nietzsche definiva "L'ospite inquietante", ovvero il nichilismo, la mancanza di valore, il credere che le cose siano niente.

La tecnica ha infatti la caratteristica di funzionare, di aumentare l'efficienza, la produttività, il successo senza limite, ma dove ha sì progredito la condizione economica/cognitiva del reale, ha gettato l'uomo in una povertà forse più grave: mai come oggi la società occidentale vive la sua vita per inerzia senza alcuna meta, correndo in continuazione nel parossismo di una frenesia che porta solo alla follia. Sempre più l'esistenza e il vuoto attanagliano l'uomo moderno che è spogliato di tutto il suo patrimonio inerente alla verità, al concetto d'individuo e all'etica, ma soprattutto alla ricerca un senso ormai disperso. Infatti la tecnica come la maggior parte delle scienze, trattano l'uomo come una cosa, come si studia un organismo, e allora viene oggettivato, come se fosse un numero, un qualcosa determinato meccanicamente. E di conseguenza, essendo così semplice, il soggetto viene manipolato e controllato esternamente nei modi più disperati. Ma così facendo si trascura l'enormità della complessità umana e soprattutto si dimentica il significato strettamente correlato all'uomo, ovvero quello delle passioni,emozioni e desideri che oggi sono considerati solo come un bagaglio d'animalità da frenare.

"Due cose riempiono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell'oscurità, o fossero nel trascendente, fuori dal mio orizzonte. Io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza."

I.Kant – “Critica della ragion pratica”

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 19/09/2009

Conclusioni

 

Amare è un'esperienza personale che ognuno può acquisire attraverso e per se stesso, ma la conoscenza di se stessi e la propria capacità d'amare sono questioni che esigono uno sviluppo e impegno, proprio come affinare un'arte. La concentrazione in quello che si fa come atto proveniente dalla propria volontà, la pazienza contrapposta al valore della rapidità del nostro sistema industriale, l'attenzione e l'interesse a se stessi e alle persone che necessitano di essere ascoltate, la sensibilità per la voce autentica che vive in ognuno, sono tutte virtù necessarie per l'arte d'amare.

E la condizione essenziale per la conquista dell'amore è il superamento del proprio narcisismo, ovvero quell'orientamento che serve a far sentire come realtà solo ciò che esiste dentro di noi, mentre i fenomeni del mondo esterno perdono realtà e sono considerati solo dal punto di vista dell'utilità.

Amare significa aver fede nella propria essenza capace d'amare, essere consci dell'esistenza del proprio io, di quella parte intima della propria personalità che fornisce il vero significato della persona umana.

 

A questo punto sorge la domanda importante: ma se l'intera organizzazione sociale in cui l'uomo è immerso, fondata sul vantaggio personale, sul capitalismo, sull'egotismo, come si può agire, lavorare, vivere secondo la "pratica" dell'amore in conformità alla propria natura? C'è chi sostiene l'idea dell'assoluta incompatibilità tra l'amore e la vita normale della nostra società, ovvero l’impossibilità di vivere tale “utopia” al mondo d’oggi, che ogni disquisizione sull’amore non è altro che predica, una perdita di tempo, un sogno d’illusione.

Ma questo punto di vista è estremamente cinico, ed è lo stesso che possiede lo “schiavo” d’oggi: egli infatti, oltre che ad essersi rassegnato ad una realtà brutale, non riesce nemmeno più ad immaginarne un’altra migliore, magari costruita con il suo contributo e capacità. E chi se non meglio degli altri, l’uomo assopito dell’oggi, quello che ormai ha totalmente sotterrato la coscienza, il valore umano o anche solo il significato morale, viene soggiogato e manipolato?

E soprattutto in questa fase storica si sta diffondendo nel cuore degli uomini una specie di morbo pericoloso, cioè un generale nichilismo morale. Al pensiero comune dell’uomo “se dovessi seguire per davvero questa traccia utopica, morirei di fame” si reagisce con la “necessità storica” di adeguarsi e di chinare il capo con rassegnazione, impotenti, nonostante ognuno si renda conto del male generale. Ma così facendo si perde e si sacrifica la propria umanità e si gioca con l’essenza più preziosa dell’essere umano. E’ in ballo la propria vita, che viene una volta sola, e se si vuol vivere per davvero allora bisogna arrivare alla conclusione che certi cambiamenti importanti e radicali nella nostra struttura sociale sono necessari (soprattutto partendo dal “piccolo” di ciascuno, iniziando dal proprio microcosmo sociale-famigliare-relazionale-interiore).

 

L’amore e l’umanità devono diventare un fenomeno sociale e non un fenomeno marginale e individuale. E’ vero, non è facile andare contro corrente e lottare incessantemente contro qualcosa che si pensa sia immutabile, ma bisogna trovare il coraggio di lottare non tradendo mai quell’autentica verità che vive dentro l’uomo e che è il bene più prezioso che si possieda.

Se l’uomo è capace d’amare, allora dev’esser messo nel suo posto supremo; la macchina economica deve servirgli, anzichè servire ad essa; egli dev’essere in grado di partecipare all’esperienza e al lavoro, anziché ai profitti. La società dev’essere organizzata in modo tale da valorizzare appieno la natura amante e sociale dell’uomo senza staccarlo dalla realtà in cui vive. Pertanto parlare d’amore non significa “predicare”, per la semplice ragione che significa parlare dell’unico, vero bisogno di ogni essere umano, anche se questo bisogno al giorno d’oggi è stato oscurato. Aver fede nelle possibilità dell’amore come fenomeno sociale, oltre che individuale, è fede razionale che si fonda sull’essenza intima dell’uomo.

 

Quanto più invecchiavo, quanto più insipide mi parevano le piccole soddisfazioni che la vita mi dava, tanto più chiaramente comprendevo dove andasse cercata la fonte delle gioie della vita. Imparai che essere amati non è niente, mentre amare è tutto, e sempre più mi parve di capire che ciò che dà valore e piacere alla nostra esistenza non è altro che la nostra capacità di sentire. Ovunque scorgessi sulla terra qualcosa che si potesse chiamare "felicità", consisteva di sensazioni. Il denaro non era niente, il potere non era niente. Si vedevano molti che avevano sia l'uno che l'altro ed erano infelici. La bellezza non era niente, si vedevano uomini belli e donne belle che erano infelici nonostante la loro bellezza. Anche la salute non aveva un gran peso; ognuno aveva la salute che si sentiva, c'erano malati pieni di voglia di vivere che fiorivano fino a poco prima della fine e c'erano sani che avvizzivano angosciati per la paura della sofferenza. Ma la felicità era ovunque una persona avesse dei forti sentimenti e vivesse per loro, non li scacciasse, non facesse loro violenza, ma li coltivasse e ne traesse godimento. La bellezza non appagava chi la possedeva, ma chi sapeva amarla e adorarla.
C'erano moltissimi sentimenti, all'apparenza, ma in fondo erano una cosa sola. Si può dare al sentimento il nome di volontà, o qualsiasi altro. Io lo chiamo amore. La felicità è amore, nient'altro. Felice è chi sa amare. Amore è ogni moto della nostra anima in cui essa senta se stessa e percepisca la propria vita. Felice e dunque chi è capace di amare molto. Ma amare e desiderare non è la stessa cosa. L'amore è desiderio fattosi saggio; l'amore non vuole avere; vuole soltanto amare. Perciò era felice il filosofo che cullava il suo amore per il mondo in una rete di pensieri, che sempre e sempre riavvolgeva il mondo nella sua rete d'amore. Ma io non ero un filosofo.
Neppure sulle vie della morale e della virtù avrei potuto raggiungere la felicità. Sapendo che soltanto la virtù che sento dentro di me, che invento e custodisco dentro di me può rendermi felice - come avrei potuto appropriarmi di una virtù a me estranea? Una cosa però mi era chiara: il comandamento dell'amore, non importa se predicato da Gesù o da Goethe, questo comandamento veniva completamente frainteso dal mondo! Non era affatto un comandamento. Non esistono comandamenti. I comandamenti sono verità trasmesse dal sapiente all'ignorante, nella versione in cui l'ignorante le concepisce e le sente. I comandamenti sono verità concepite erroneamente. Il fondamento di ogni saggezza è questo: la felicità viene solo dall'amore. Se ora dico "Ama il prossimo tuo!", questa è già una falsa dottrina. Forse sarebbe molto più giusto dire: "Ama te stesso come il prossimo tuo!". E forse l'errore originario è stato quello di voler sempre cominciare dal prossimo [...]
Comunque: il fondo della nostra anima desidera la felicità, desidera una benefica armonia con ciò che è al di fuori di noi. Quest'armonia è turbata non appena il nostro rapporto con qualunque cosa è diverso dall'amore. Non esiste un dovere d'amare, esiste solo il dovere d'essere felici. È solo a questo fine che siamo al mondo. E col dovere e con la morale e con i comandamenti ci rendiamo di rado felici l'un l'altro, perché non rendiamo felici noi stessi. Se l'uomo può essere "buono", lo può soltanto quando è felice, quando ha in sé l'armonia. Dunque quando ama.
E l'infelicità che c'era nel mondo, e l'infelicità che c'era dentro di me veniva dunque dal fatto che l'amore era disturbato. Da questo punto di vista le massime del Nuovo Testamento mi sembravano improvvisamente vere e profonde. "Finché non diventerete come fanciulli" - oppure "Il regno dei cieli è dentro di voi".
Questa era la dottrina, l'unica dottrina che ci fosse al mondo. L'aveva detto Gesù, l'aveva detto il Buddha, l'aveva detto Hegel, ognuno nella sua teologia. Per ciascuno l'unica cosa importante al mondo è il suo intimo stesso -la sua anima - la sua capacità d'amare. Se questa è in ordine, allora, che si mangi miglio o si mangi torta, che si portino stracci o gioielli, il mondo è in perfetta sintonia con l'anima, è buono, è in ordine.
[...] Non c'è niente che l'uomo sappia amare quanto se stesso. Non c'è niente che l'uomo sappia temere quanto se stesso. Così, insieme alle altre mitologie, ai comandamenti e alle religioni dell'uomo primitivo, nacque anche quello strano sistema di transfert e di apparenze secondo cui l'amore del singolo per se stesso, su cui si basa la vita, era proibito all'uomo e doveva essere tenuto segreto, celato, mascherato. Amarsi l'un l'altro era considerato migliore, più morale, più nobile che amare se stessi. E siccome l'amore di se stessi era l'istinto originario e l'amore del prossimo non riusciva a fiorire accanto ad esso, l'uomo si inventò un amore di sé mascherato, sublimato, stilizzato, nella forma di una sorta di amore del prossimo basato sulla reciprocità. [...] Così la famiglia, la stirpe, il villaggio, la comunità religiosa, il popolo, la nazione diventarono qualcosa di sacro [...] L'uomo, che per amore di se stesso non
può violare il benché minimo comandamento morale -per la comunità, per il popolo e per la patria può fare di tutto, anche le cose più atroci, e ogni istinto normalmente stigmatizzato si trasforma in dovere e in eroismo. A questo punto era arrivata l'umanità fino ad oggi. Ma forse col tempo anche gli idoli delle nazioni sarebbero caduti, e nel riscoperto amore per tutta l'umanità si sarebbe forse nuovamente imposta l'antica dottrina originaria.
Questi pensieri vengono lentamente, ci si avvicina loro in un movimento a spirale. E quando sono lì è come se li avessimo raggiunti di slancio, in un attimo. Ma i pensieri non sono ancora la vita. Sono la via che vi conduce, e più d'uno rimane eternamente per via.

 

H.Hesse

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 18/09/2009

L’amore nelle sue forme

 

l'amore non è soltanto una relazione con una particolare persona, ma è un'attitudine, un modo di vivere, un orientamento di carattere che determina i rapporti di una persona col mondo, non verso solamente un oggetto d'amore. Se una persona ama solo un'altra persona ed è indifferente nei confronti dei suoi simili, il suo non è amore, ma un attaccamento simbiotico o un egotismo portato all'eccesso. Eppure la maggior parte della gente crede che l'amore sia costituito dall'oggetto, non dalla facoltà d'amare, ma l'amore è prima di tutto un'attività interiore, che rispecchia tutta la realtà circostante e la vita.

  

C' era un innamorato che amava senza speranza. Si ritirò del tutto nella propria anima e gli parve che il fuoco d'amore l'avrebbe consumato. Perdette il mondo, non vedeva più il cielo azzurro e il verde bosco, il torrente per lui non frusciava, l'arpa per lui non suonava, tutto era sprofondato e lui era caduto in miseria. Ma il suo amore cresceva, e lui avrebbe preferito morire e rovinarsi piuttosto che rinunciare al possesso della bella donna che amava. Sentì allora che il suo amore aveva bruciato in lui ogni altra cosa, e l'amore divenne I potente e tirò e tirò, e la bella donna dovette obbedire, venne, e lui era lì a braccia aperte per attirarla a sé. Ma quando gli fu davanti si era del tutto trasformata, e con un brivido egli senti e vide che aveva attirato a sé tutto il mondo perduto. Era davanti a lui e gli si arrendeva, cielo e bosco e torrente, tutto gli veniva incontro in nuovi colori, fresco e splendido, gli apparteneva, parlava il suo linguaggio. E invece di conquistare soltanto una donna egli aveva tra le braccia il mondo intero, e ogni stella del cielo ardeva in lui e scintillava voluttà nella sua anima. - Aveva amato e amando aveva trovato se stesso. Ma i più amano per perdersi

 H.Hesse

 

Amore fraterno

 

Nell'amore fraterno, l'amore per il prossimo, c'è il desiderio di fusione con tutti gli uomini, il bisogno di solidarietà umana. Nell'amore fraterno le differenze tra gli esseri umani sono trascurabili in confronto a quello che c'è in comune in tutti gli uomini. Per sentire quest' uguaglianza è però necessario penetrare la profondità di ogni uomo per percepire l'uguaglianza che rende fratelli. E poiché siamo umani, siamo tutti bisognosi d'aiuto, pertanto l'amore per il debole, inteso non come diverso ma come transitoriamente debole per motivi perlopiù sociali, è la prima espressione dell'amore fraterno. Inoltre è nella compassione che l'uomo sente l'amore per il suo fratello, un amore disinteressato che ricorda continuamente che tutti gli esseri umani provano il sentimento del dolore e della sofferenza. La compassione è indissolubilmente legata all'amore per il proprio simile, dove non c'è amore non può esserci compassione, ma solo fredda indifferenza, e chi sa amare solo una persona, non ama nessuno.

 

“So che non è una cosa bella limitarsi a parlare: è meglio dare un semplice esempio, è meglio cominciare… io l’ho già fatto… e… e si può forse essere infelici? Oh, che cosa sono il mio dolore e la mia povertà se ho la forza di essere felice? Sapete, io non capisco come si possa passare vicino a un albero e non essere felici di vederlo; parlare con un uomo e non essere felici di amarlo. Ah, non sono capace d’esprimere come si conviene… eppure quante cose meravigliose vediamo a ogni angolo, cose che persino l’uomo più infelice può trovare straordinarie? Guardate un bambino, guardate l’alba, come cresce l’erba, guardate negli occhi coloro che vi guardano e che vi amano…”

 

F.Dostoevskij, da  “L’Idiota”

 

 

Amore materno/paterno

 

L'amore materno sintetizza in un'esperienza personale e diretta il principio di amore fraterno, ovvero un amore che non ha bisogno di essere conquistato né meritato, un amore donato gratuitamente e incondizionatamente. Tuttavia l'amore materno non consiste solo nell'amore della madre per il neonato, ma nell'amore per la creatura che cresce. Nel senso che l'essenza dell'amore materno significa volere che il bambino si separi da lei, e di continuarlo ad amare una volta cresciuto.

L’amore paterno invece rappresenta l’altro polo, quello dell’amore condizionato. Il padre infatti rappresenta per il neonato, dopo i 6 anni, il mondo del pensiero, la figura della guida dell’esistenza, d’istruzione.

E qui entra in gioco il fondamentale ruolo dell'educazione: educare significa infatti aiutare il bambino a realizzare le sue potenzialità, mentre la coercizione è basata sulla mancanza di fede nello sviluppo delle potenzialità e sulla convinzione che il bambino sarà nel giusto solo se gli adulti istillano in lui il bene e sopprimono il male. E proprio in nome dell'amore e a volte in nome del dovere, il genitore vuole tenere con sè il bambino, l'adolescente, l'uomo che non può raggiungere la piena libertà in quanto deve restare succubo e condizionato dalla figura genitoriale. Oppure invece che essere tollerante e paziente, il genitore, per timore di fallire come guida, inizia ad essere tirannico e minaccioso.

La conseguente sintesi di queste due forme d’amore nello sviluppo della persona adulta, sta alla base della salute mentale (viceversa il fallimento può portare a nevrosi) e della conquista della maturità.

 

 

L'amore erotico

 

In contrasto con le altre forme d'amore, l'amore erotico è il desiderio della fusione completa attraverso l’unione con un'altra persona, ma per sua stessa natura esclusiva e non universale. L'amore erotico infatti, per il suo bisogno di esclusività derivato da un profondo sentimento di intimità, esige prerogative strettamente individuali, che esistono tra determinate persone, e non certo tra tutte.

 

 

Questa forma è forse la più ingannevole e confusa forma d'amore che esista. Ad esempio per la maggior parte della gente, l’intimità con l'altra persona viene stabilita soprattutto con il contatto sessuale poiché sente la separazione dall'altra persona principalmente come separazione fisica. Ma la separazione fisica non è che la più superficiale separazione tra due esseri, in quanto questa forma di intimità fisica, da sola, tende a ridursi man mano che il tempo passa. Di conseguenza, rimasti delusi dalla vecchia “conoscenza”, spesso si cerca ciclicamente un altro amore “intimo” con un'altra persona, una persona nuova, sempre con l'illusione che il nuovo amore sarà diverso dal precedente. Ma il rapporto sessuale non è un metodo per indagare il rapporto d’affinità o di “sintonia” con l’altra persona, bensì l’effetto più profondo e intimo dell’amore. Non è la giusta tecnica sessuale a portar l’intimità e la conoscenza tra due esseri, ma è l’amore che si dona ad esprimere l’atto più interiore e importante che possa esistere tra due persone.

 

 

Il carattere ingannevole del desiderio sessuale ha inoltre un peso notevole in questi illusioni: il desiderio sessuale, essendo insito nella mente e associato al bisogno d'amore, può essere però stimolato da varie emozioni (solitudine, rabbia vanità...), per cui non appena lo si provi, si può erroneamente concludere che si stia amando. Ma è puramente la tenerezza che può indicare che si tratta dell'amor ad ispirare l'unione sessuale, diversamente dalle relazioni fisiche spronate dalla brama di conquista o di essere conquistati.

 

Al giorno d'oggi l'amore ci viene definito come una reazione emotiva spontanea alla quale ci si senta improvvisamente uniti da un desiderio irresistibile, ma si trascura un fattore fondamentale nell'amore erotico: quello di volere amare qualcuno non è solo un forte sentimento, ma è una scelta, un impegno. Se l'amore infatti fosse solo una sensazione, non vi sarebbero i presupposti per un amore duraturo, in quanto una sensazione viene e va.

 

Inoltre l’amore erotico d’oggi rispecchia pienamente il carattere sociale dell'uomo moderno: il sesso viene barattato come se fosse un oggetto di scambio con l’unico scopo di godere e ricavarne piacere. Lo scopo principale è quello di trovare un rifugio, una distrazione, il mero piacere, invece che vivere appieno la divina bellezza esistente in questo tipo d’unione. Così facendo però le persone ne sciupano l’immenso valore, rischiando poi di vivere addirittura un’intera vita insieme restando estranei.

 

Spesso penso che tutta la nostra arte sia soltanto un surrogato, faticoso e pagato dieci volte troppo caro, della vita non vissuta, dell'istintualità non vissuta, dell'amore non vissuto. Eppure non è così. È tutt'altro. Si sopravvaluta la sensualità se si vede nella spiritualità solo il necessario surrogato di una sensualità carente. Il valore della sensualità non supera neppure di un capello quello dello spirito, e viceversa. Tutto è una cosa sola, tutto è ugualmente buono. Abbracciare una donna o scrivere una poesia non fa diffe-enza. Purché ci sia l'essenziale, l'amore, la passione, il ra-pimentò, essere un monaco sul monte Athos o un viveur a Parigi è la medesima cosa.  

  H.Hesse

 

 

Amore per se stessi

 

Si ritiene che l'amore per se stessi sia una forma egoistica d'amore ma in realtà l'amore per gli altri e l'amore per se stessi sono reciprocamente legati: le attitudini verso gli altri e verso noi stessi sono fondamentalmente congiuntive. Non esiste infatti concetto d’umanità in cui io stesso non sia incluso. Ma l’amore per se stessi si trova in coloro che sono capaci d’amare. Non nel senso di essere amato da qualcuno, ma uno sforzo attivo per la crescita e la felicità dell'essere amato, dettato dalla propria capacità di amare. L'amore per una persona implica l'amore per l'uomo come tale (“ama il prossimo tuo come te stesso”), che non è come si crede un'astrazione che viene dopo l'amore per una specifica persona, ma è soltanto la sua premessa, sebbene la si acquisti amando specifici individui.

L’egoista invece è colui che si interessa solo di se stesso, vuole tutto per sé, non prova gioia nel dare, ma solo nel ricevere; vede il mondo esterno solo dal punto di vista di ciò che può ricavarne, non riesce a vedere altro che se stesso e giudica tutto e tutti dall’ attività che gliene deriva. L’egoista è fondamentalmente incapace d’amare. E’ solo un essere infelice e ansioso di trarre dalla vita le soddisfazioni che impedisce a se stesso di raggiungere. Ma l'affermazione della propria vita, felicità, crescita, libertà è determinato dalla propria capacità di amare se stesso e gli altri.

 

 

Amore per Dio

 

La forma religiosa di amore, che è chiamata amore per Dio, ugualmente agli altri tipi d'amore, nasce dal bisogno di superare la separazione e di raggiungere l'unione.

Ma nella storia della razza umana tale forma d’unione ha avuto evoluzioni diverse: nella prima fase matriarcale (religioni primitive) tutti gli uomini sono uguali, poiché sono figli di una madre, la Madre Terra (la Natura) che ama incondizionatamente tutti gli esseri.

Poi l’aspetto materno della religione viene detronizzato e subentra la fase patriarcale (religione giudaica-cristiana e islamica): il Padre diventa l'essere supremo, che come un padre, stabilisce leggi e principi e il suo amore per il figlio dipende dall’obbedienza di quest’ultimo.

Nell’aspetto matriarcale della religione si ama Dio come una madre che tutto abbraccia, che perdonerà e salverà qualsiasi cosa accada, mentre nell’aspetto patriarcale si ama Dio come un padre che giudica, che punisca o che premi in base ai meriti.

E infine c'è lo stadio in cui Dio cessa di essere una persona, un uomo, ma diventa il simbolo del principio dell'unità, senza un nome, in quanto il nome denota sempre un limite. Dio allora diventa così l'Uno senza nome, un'essenza inesprimibile, che si riferisce all’unità che vige nell’universo, il terreno di tutta l'esistenza. Perciò la persona che raggiunge questa stadio cognitivo di Dio, non prega per qualche cosa, non si aspetta niente, non ama Dio come un figlio ama il padre o la madre, ma ha acquisito l'umiltà di conoscere i propri limiti al punto di rendersi conto che non sa niente di Dio.

Dio diventa così per lei il simbolo in cui ogni uomo ha espresso la totalità di ciò per cui lotta: la verità, l’amore, la giustizia. Ha fede in tali principi e considera tutto della sua vita prezioso in quanto gli dà la possibilità di arrivare a un più completo sviluppo del suo potere umano, come la sola realtà che conti.

Amare Dio significherebbe allora desiderare il raggiungimento della piena capacità di amare, per la realizzazione di ciò che “Dio” rappresenta in sé stessi. E non sarà il pensiero a rivelarci questa cognizione, dato che il pensiero resta prigioniero del paradosso, ma l'unico modo in cui il mondo può essere afferrato definitivamente è negli atti, nell'esperienza dell'unità. Così l'amore per Dio non è la conoscenza di Dio nel pensiero, né il pensiero del nostro amore per Dio, ma l'atto di sentire un'unità con Dio.

Ciò porta l'enfasi sul vero modo di vivere, in quanto tutto della vita è dedicato alla conoscenza di Dio, ma non una conoscenza nel pensiero giusto, ma nella giusta azione. Dividere questa fondamentale verità e affidare la verità solo al pensiero significa creare il dogma da una parte e la scienza dall'altra. Nel dogma le infinite argomentazioni sulle formulazioni dogmatiche portarono l'intolleranza del miscredente e dell'eretico (le inquisizioni della Chiesa cattolica). Mentre nel pensiero scientifico, ove non si considerano la morale o il significato emotivo, il pensiero corretto è tutto ciò che conta, sia dal punto di vista dell'applicazione stessa sia da quello della pratica, vale a dire della tecnica (l’utilizzo della bomba atomica).

Lo sviluppo religioso di ciascuno è pertanto strettamente correlato alla maturazione personale, in quanto la natura dell'amore per Dio corrisponde alla natura e sviluppo del suo amore per l'uomo.

Divino ed eterno è lo Spirito.
A Lui, del quale siamo immagine e strumento,
porta la nostra via; nostra più ardente brama
è divenirGli uguali, luci della Sua luce.
Ma terreni e mortali siamo fatti,
pigra la gravità pesa su noi creature.
Bella e materna e calda la Natura ci abbraccia,
ci allatta la Terra, ci accoglie la culla e la tomba;
ma la Natura non ci appaga,
e infrange il suo materno incanto
dell'immortale Spirito, il paterno,
la scintilla, che fa del bimbo un uomo,
cancella l'innocenza,
ci desta alla battaglia e alla coscienza.
Così tra madre e padre,
così tra corpo e Spirito
è incerta la più fragile creatura,
quest'anima tremante, l'uomo, atto al dolore
più d'ogni essere, e insieme atto al sublime:
l'amore che ha fede e speranza.
Ardua è la via, suo cibo il peccato e la morte,
spesso erra nelle tenebre e talora
meglio per lui sarebbe non essere mai nato.
Ma eterna irradia in lui la sua brama nostalgica,
la sua destinazione: Luce, Spirito.
Perciò a noi fratelli errabondi
anche nella discordia è dato amare,
non odio e condanna
ma amore paziente,
amante patire ci porta
più vicini alla nostra sacra meta.

H.Hesse

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 18/09/2009

Le caratteristiche dell'amore

 

Spesso l'amore è scambiato in altre cose, come a forme incomplete o irrazionali di amore che vengono confuse con l’amore vero.

Le forme di amore immaturo più comuni sono vissute da coloro che, nel loro sviluppo emotivo, sono rimasti legati alla madre in modo infantile, e quindi come bambini cercano nell’amore la protezione della madre, le sue cure e la sua attenzione, dandosi la briga solamente di essere amati e non di amare. Oppure da coloro che tendono ad idealizzare la persona amata attraverso un amore idolatrico, finendo col perdersi nell’”idolo” invece di ritrovarsi. Così l’amore viene vissuto  soltanto sentimentalmente, cioè si vive il rapporto solamente attraverso la fantasia o l’immagine idealizzata, amando non ciò che è reale.

Oppure  vi possono essere le unioni simbiotiche tra due esseri umani: la forma passiva dell'unione simbiotica è quella della sottomissione, o per usare un termine clinico, del “masochismo”. Il masochista sfugge all'insopportabile senso di separazione e solitudine rendendosi parte di un'altra persona che lo domina, lo guida, lo protegge. Il potere di colui al quale si sottomette è sublimato, lui è tutto mentre il masochista non è nulla, a meno che non diventi parte di lui. Ciò è riferito non solo al rapporto sessuale tra due esseri, ma anche alla sottomissione alla quale partecipa la mente dell'individuo verso qualcosa: nei casi in cui cioè la persona rinuncia alla propria integrità e fa di se stessa lo strumento di qualche cosa o di qualcuno al di fuori di se stessa.

La forma attiva di fusione simbiotica è contrariamente il dominio o, per usare il termine psicologico corretto rispondente al masochismo, il “sadismo”. Il sadico vuole sfuggire alla propria solitudine e al proprio senso di smarrimento impossessandosi di un'altra persona. Ambedue sublimano se stessi incorporando un altro essere che lo idolatra ed entrambi sono legati dipendentemente, l'uno non vive senza l'altro, in una fusione però senza integrità.

 

Ma l'amore in senso vero del termine è un'unione a condizione di preservare la propria integrità, la propria individualità: è paradossale, ma nell'amore due esseri diventano uno e tuttavia restano due in quanto continuano ad essere se stessi e a conservare la propria integrità.

Pertanto anche qui è importante il concetto di attività e passività: l'uomo attivo, cioè quello che sa amare è quello che sa dare, non ricevere. Nella sua funzione di affetto attivo un uomo diventa libero, padrone del proprio amore, non un oggetto di eventi di cui egli stesso non si rende conto. Dare infatti è la più alta espressione di potenza, dare dà più gioia che ricevere, e non dev’essere inteso come privazione perché in quell'atto ci si sente vivi, si manifesta la propria personalità e vitalità. Dare significa dare se stessi, ciò che più vivo si ha in sé, e l'amore è l'atto più grande del dare, è una forza che produce amore, vita. Contrariamente a quello che ci viene comunicato dalla società, ovvero che è quello che ha maggiormente, il più “felice”, chiunque sia capace di dare se stesso, è immensamente ricco.

 

L'amore innanzitutto esige premura: un impegno e un interesse costante atto a nutrire e curare ciò che si ama. Si ama ciò per cui si lavora, e si lavora per ciò che si ama.

Cura e interesse implicano un altro aspetto dell'amore: quello della responsabilità.  Non intesa come dovere imposto dall’esterno, ma responsabilità come un atto strettamente volontario, come risposta al bisogno di un altro essere umano. Essere responsabili significa essere pronti e capaci di rispondere, essere attenti all'altro.

Ma la responsabilità dev’ essere connessa profondamente al rispetto, cioè la capacità di vedere una persona così com’è, di conoscerne la vera individualità. Significa desiderare che l'altra persona cresca e si sviluppi per quello che è, secondo i suoi desideri, secondo i suoi mezzi, in piena indipendenza e libertà.

Infine la conoscenza è la condizione determinante dell'amore, una conoscenza che penetri l'intimità dell'altra persona nel modo più profondo. Il segreto per arrivare a tale conoscenza è appunto l'amore, come atto di unione profonda con l'altro, poiché nella profondità di tale unione l'uomo scopre se stesso, i suoi sentimenti e il suo prossimo. L'autentico atto d'amore è infatti la più grande conoscenza, supera ogni pensiero e parola.

 

La gente però oggi è dominata dall’ansia e si trova senza uno scopo tranne quello di tirare avanti, di conseguenza invece che approfondire tale conoscenza, preferisce continuare a restare infantile cercando di volta in volta appigli, piaceri, protezione.

 

 

Allora Almitra disse: parlaci dell'Amore.

E lui sollevò la stessa e scrutò il popolo e su di esso calò una grande quiete. E con voce ferma disse:

Quando l'amore vi chiama, seguitelo.

Anche se le sue vie sono dure e scoscese.

E quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui,

Anche se la sua lama, nascosta tra le piume vi può ferire.

E quando vi parla, abbiate fede in lui,

Anche se la sua voce può distruggere i vostri sogni come il vento del nord devasta il giardino.

 

Poiché l'amore come vi incorona così vi crocefigge. E come vi fa fiorire così vi reciderà.

Come sale alla vostra sommità e accarezza i più teneri rami che fremono al sole,

Così scenderà alle vostre radici e le scuoterà fin dove si avvinghiano alla terra.

Come covoni di grano vi accoglie in sé.

Vi batte finché non sarete spogli.

Vi staccia per liberarvi dai gusci.

Vi macina per farvi neve.

Vi lavora come pasta fin quando non siate cedevoli.

E vi affida alla sua sacra fiamma perché siate il pane sacro della mensa di Dio.

 

Tutto questo compie in voi l'amore, affinché possiate conoscere i segreti del vostro cuore e in questa conoscenza farvi frammento del cuore della vita.

Ma se per paura cercherete nell'amore unicamente la pace e il piacere,

Allora meglio sarà per voi coprire la vostra nudità e uscire dall'aia dell'amore.

Nel mondo senza stagioni, dove riderete ma non tutto il vostro riso e piangerete, ma non tutte le vostre lacrime.

 

L'amore non da nulla fuorché sé stesso e non attinge che da se stesso.

L'amore non possiede né vorrebbe essere posseduto;

Poiché l'amore basta all'amore.

 

Quando amate non dovreste dire:" Ho Dio nel cuore ", ma piuttosto, " Io sono nel cuore di Dio ".

E non crediate di guidare l'amore, perché se vi ritiene degni è lui che vi guida.

 

L'amore non vuole che compiersi.

Ma se amate e se è inevitabile che abbiate desideri, i vostri desideri hanno da essere questi:

Dissolversi e imitare lo scorrere del ruscello che canta la sua melodia nella notte.

Conoscere la pena di troppa tenerezza.

Essere trafitti dalla vostra stessa comprensione d'amore,

E sanguinare condiscendenti e gioiosi.

Destarsi all'alba con cuore alato e rendere grazie per un altro giorno d'amore;

Riposare nell'ora del meriggio e meditare sull'estasi d'amore;

Grati, rincasare la sera;

E addormentarsi con una preghiera in cuore per l'amato e un canto di lode sulle labbra.

 

Da “Il giardino del Profeta” di Kahlil Gibran

 

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 18/09/2009

L’amore come risposta al problema dell'esistenza

 

L’esistenza di per sé rappresenta per l’essere umano una situazione critica: l'uomo infatti col suo intelletto è conscio di sé stesso, della propria individualità, del passato e delle possibilità future. Questa coscienza di se stesso come entità separata, la consapevolezza della propria breve vita, del fatto che è nato senza volerlo e contro la propria volontà morirà; che morirà prima di quelli che ama, che essi potrebbero morire prima di lui, il forte senso di solitudine, l’impotenza di fronte alle forze della natura e della società; tutto ciò renderebbe insopportabile l'esistenza. L’uomo diventerebbe pazzo se non riuscisse a rompere l'isolamento, a unirsi agli altri uomini, a evadere dalla prigione della propria solitudine e raggiungere l'unione.

Le soluzioni a tale problema possono essere tante, e la società odierna ne inventa ogni giorno nuove che però altro non fanno che far smarrire ulteriormente l'uomo. Ma solo attraverso l'amore l'uomo potrà dare vera espressione alla sua natura e cancellare quel senso di separazione col mondo esterno.

Ed è proprio questo immenso bisogno di unione col tutto, quest'enorme paura di isolamento, di trovarsi soli, che spinge l'uomo alle più disperate forme, perlopiù illusorie. Dalle più estreme come le droghe, l'alcolismo e la tossicomania che danno un’esaltazione fittizia facendo scomparire il mondo esterno e creando una sorta di rifugio. Ma inevitabile dire che quando finisce lo stato di ebbrezza l'uomo si sente ancor più solo, ed è spinto conseguentemente a ricorrervi con sempre maggior frequenza e l'intensità.

Più diffuse e comuni sono invece le forme “attuali”, come la ricerca sfrenata dell'orgasmo sessuale e il conformismo di massa. L'orgasmo sessuale può infatti produrre uno stato simile provocato da certe droghe diventando un tentativo disperato di sfuggire l'ansia suscitata dalla separazione; ma il risultato sarà sempre un crescente senso di isolamento, poiché l'atto sessuale, senza amore, non riempie mai il baratro che divide due creature umane, se non in modo assolutamente momentaneo. Stessa cosa vale per il conformismo in cui sempre più le persone tendono a rifugiarsi: ovvero un'unione in cui l'individuo si annulla in una vasta comunità, e il suo scopo è quello di far parte del gregge. Se si è uguali agli altri, sia nelle idee che nei costumi, non si può avere la sensazione di essere diversi, cioè soli.

In una società dove tutti obbediscono agli stessi comandi e tuttavia ognuno si illude di seguire i propri desideri, l'unione mediante il conformismo diventa vano e superficiale. Inoltre strumenti come la routine (atti a garantire tale meccanismo), diventano fortemente insufficienti a placare l'ansia della solitudine. Così come l'unione attraverso il proprio lavoro diventa un fallimento, poiché quando un lavoratore diventa un'appendice della macchina o dell’organizzazione burocratica, cessa di essere un essere umano che usa la sua attività creativa per creare qualcosa che sia il risultato della sua fatica e delle sue capacità..

Sono tutti esempi di unioni fittizie e superficiali atte a risolvere il problema dell'esistenza, in quanto la soluzione completa sta unicamente nella conquista dell'unione nell'amore. Il mancato raggiungimento di questa unione significa follia e distruzione: senza amore infatti l'umanità non sopravvivrebbe un solo giorno.

 

 

“Sono convinto che le mani dell’amore hanno costruito il mondo perché l’anima dell’uomo non possa attingere per una via diversa la pienezza e la grandezza della perfezione…”

 

O.Wilde da il “De Profundis”

 

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 18/09/2009

Appunti estrapolati dagli scritti frommiani (II parte)

L’arte di amare

 

Introduzione

 

Di tutte le cose, l'amore è la più grande, il vero e autentico nutrimento per l'essere umano.

 

Ma anche l'amore ha bisogno di maturare una profonda conoscenza siccome ogni tentativo d'amare è destinato a fallire se non si cerca di sviluppare la propria personalità.

 

La maggior parte della gente ritiene infatti che amore significhi essere amati, anziché amare, di conseguenza, per loro l’unico problema è come farsi amare, come rendersi amabili (spesso tramite gli stessi modi impiegati per raggiungere il successo in società).

 

Inoltre si crede che il problema dell'amore sia solamente inerente al problema della ricerca dell'oggetto amato, e non il problema della facoltà d'amare; si ricerca così in continuazione “l'oggetto” che più degli altri sia similare alle proprie aspettative.

 

Un altro errore comune è la confusione tra l'esperienza iniziale di innamorarsi e lo stato permanente di essere innamorati: ovvero l'esperienza di unione superficiale che il più delle volte cade dopo la prima intimità (sessuale) e l'esperienza di un’unione duratura che fa vivere un'intimità ben più profonda e che arricchisce anche la conoscenza di se stessi.

 

Anche l'amore come la vita è un'arte e al contrario dei valori sociali reputati fondamentalmente importanti per l’uomo moderno come possono essere successo, prestigio, denaro, potere, nulla è più importante per l'uomo dell’arte con cui vivrà l'amore.

 

 

 

 

Se io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli

ma non ne possedessi l’amore,

sono come una campana che non suona,

come un tamburo che non rimbomba.

 

Se ho il dono di tutta la scienza,

anche se ho la fede che smuove i monti,

se non ho la carità, che vale?

Chi ama è paziente e premuroso,

chi ama è rispettoso,

chi ama rifiuta l’ingiustizia,

chi ama tutto sopporta,

non perde mai la speranza.

 

Ora solo tre cose contano:

fede, speranza, amore:

la più grande di tutte

è l’amore.

 

Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi, 13

 

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 18/09/2009

Società e individuo

 

Le nocive falsità della società odierna

 

Questa società si basa sul principio della libertà politica da una parte e le dinamiche di mercato come regolatore di tutte le relazioni economiche sociali dall'altra. In questo modo sia lo scambio utile che l'energia e le capacità umane sono trasformati in oggetti che vengono scambiati in base alle condizioni di mercato. L’orientamento generale quindi è quello mercanteggiante: ovvero l'unica idea che si è fatta del mondo è che per creare non ci sia che un modo, lo scambio. Il vero giudice di tutti i valori diventa quindi il mercato che fa anche del lavoro una merce e delle persone un uso commerciale.

 

 La struttura di tale sistema è costituita da una rigida burocrazia in cui l'individuo si spersonalizza e diventa un prezioso dente dell’ingranaggio. Pertanto la persona col suo lavoro si sente profondamente alienata,  nel senso di come è stato usato da Hegel e più tardi da Marx: cioè la persona non vive nell'esperienza delle sue capacità umane, per esempio l'amore, la saggezza, il pensiero, la ragione, il giusto operare, ma trasferisce queste capacità su qualche idolo o qualche forza a lui esterna. E che poi è costretta, per ritrovare un contatto con esse, a sottomettersi completamente alle cose. Ne deriva che nella gerarchia di valori sociali, essendo il capitale e la produzione sfrenata a comandare il lavoro, gli oggetti e le cose inanimate acquistano un valore superiore al potere umano.

 Ma questo intero sistema per sopravvivere necessita di uomini che vogliano consumare sempre di più, i cui gusti siano standardizzati e possano essere facilmente previsti e influenzati. E’ qui che nasce il grosso problema del consumo: esiste infatti la differenza tra un consumo come realtà naturale di necessità e un consumo coatto e promosso dalla voracità. Attualmente, proprio come fosse una persona affetta da bulimìa, l’uomo vive l’impulso dissoluto di consumare sempre di più, a mangiare sempre di più, ad acquistare sempre più, a possedere sempre più, ad operare sempre più cose. Esiste una sovrabbondanza di superfluo altamente cattiva che non contribuisce affatto alla maturità dello sviluppo dell'uomo, ma lo tiene in prigione togliendogli vita e libertà. E non solo questo tipo di consumo diventa altamente nocivo per l'uomo dato che lo distrae dalle sue verità, ma è anche un importante segnale dell'enorme vuoto che sta crescendo dentro la persona moderna. Infatti spesso l'abuso nel mangiare e nell’avere serve per reprimere uno stato d'animo di angoscia o di depressione: si consuma in maniera eccessiva per sottrarsi al proprio disagio. Il consumo ha assunto quindi la funzione generale di una droga, di un tranquillante.

L'uomo di questo secolo si trasforma pertanto in un eterno lattante che non fa che succhiare: succhia sigarette, bibite, conferenze, sapere; tutto viene ingerito in modo passivo, cioè ricettivo. Questi falsi desideri e bisogni nocivi che stanno ammorbando l'uomo, non provengono più da se stesso ma vengono promossi e guidati dall'esterno. Per cui ciò che importa ora nella società odierna è la sensazione di avere molto, perché se si vuole essere migliore bisogna avere il massimo.L'uomo sperimenta se stesso soltanto in base ciò che ha e non in base a ciò che è.

 

 Il protagonista: l’uomo passivo

 

 Secondo una rigida organizzazione e un’assidua propaganda di tali valori sociali, l’uomo si trova a consumare continuamente, a darsi sempre da fare, ad essere sempre indaffarato, a dover sempre a tutti i costi fare qualcosa che abbia uno scopo, magari mirato a un successo o guadagno.

L'uomo diventa così un essere reattivo, un oggetto che segue passivamente un impulso, per lo più fondato sul principio della ricompensa e della punizione. Ma ciò che nell’atmosfera generale viene definita “passività”, è in realtà la più grande delle attività: ovvero un individuo che si ferma, che contempla, riflette, che cerca di assumere coscienza di se stesso, dei propri sentimenti, dei propri stati d'animo, della propria condizione interiore.   Questa è l’autentica attività: un'attività che porta all'espressione delle forze insite nell'uomo, qualcosa che da vita, che fa da levatrice a potenzialità sia somatiche che affettive, intellettuali e artistiche. Mentre la passività è il mero reagire o essere agiti, in quanto l'uomo passivo è colui il quale ha la sensazione di essere ben poca cosa e che riesce a valorizzarsi solo quando consuma o ha qualcosa.

Ma qual’è davvero il sintomo più forte, il classico sentimento dell’uomo moderno passivo che ci indica che siamo passivi e non attivi?  E’ la noia: quella sofferenza di chi non sa che cosa fare di se stesso, di chi avverte come una paralisi senza ragione, un peso inspiegabile. E la risposta dell’uomo passivo a tale noia non sarà un'attività interiore, ma uno dei tanti metodi che questa società propone per sfuggirla, per distrarsi. Non va però dimenticata la spiacevole sensazione che molto spesso si ha tentando di scacciare la noia con un metodo qualunque: una sorta di malessere che si avverte allorché ci si rende conto di non aver usato il tempo ma di averlo semplicemente ammazzato. È davvero paradossale in questa cultura quanto si faccia di tutto per salvare e risparmiare del tempo, e quando poi lo si possiede dopo tanta attesa,  si finisce per ammazzarlo perché non si sa che farsene.

L’uomo d’oggi inoltre avverte chiaramente quell’oppressione da routine che lo trasforma in una parte della forza burocratica che segue schemi prestabiliti, con una velocità prestabilita, in modo predisposto. Ma quando possiede quel misero tempo “libero” a disposizione, lo usa in quel “divertimento” organizzato nello stesso modo, atto a distrarlo e stordirlo. E così questo eterno lattante sarà sempre in attesa di qualcosa che gli procuri soddisfazione e piacere, senza che debba muovere un dito e senza che debba far ricorso alle sue energie e forze; alla fine però si ritroverà stanco, spossato e sonnolento. Quando l’uomo moderno non lavora, vuole lasciarsi andare alla pigrizia, a una specie di relax prettamente legato alla reazione della vita quotidiana: poiché un uomo è obbligato a usare per otto e più ore al giorno la propria energia a scopi che non sono suoi, in modi non suoi ma prescritti a lui dal ritmo del lavoro, si “ribella” con una forma infantile di auto “indulgenza” che non implichi alcuna concentrazione. La psicologia insegna che esiste dentro l'uomo un'enorme forza, forse la passione più grande che esista nel profondo, che è il desiderio di tornare al grembo, al seno materno, il desiderio di tornare in braccio alla mamma, di tornare alla sicurezza primordiale, cioè tutto ciò che protegge, ciò che non obbliga a prendere una decisione. Questo è il comportamento passivo di fuga, verso la capsula protettiva del calore amorevole della madre. Ma è una fuga questa che si fa a spese dello sviluppo personale: e perciò costituisce, in un senso importante, il rifiuto della propria potenziale indipendenza e l’astensione alla scelta.

 

 "Ciò che sono è un nulla; questo procura a me e al mio genio la soddisfazione di conservare la mia esistenza al punto zero, tra il freddo e il caldo, tra il bene e il male, tra la saggezza e la stupidaggine. Paradossale è la condizione umana. Essere significa poter scegliere, anzi essere possibilità. Ma ciò non costituisce la sua grandezza, bensì la miseria dell'uomo. La sua libertà non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. E brancola nel buio, nella costante indecisione senza riuscire ad orientare se stesso e la sua vita in un senso o nell'altro."

 S.Kierkegaard

 

 

Chi è l’uomo attivo che vive la libertà?

 

La persona attiva-produttiva è tale non soltanto nel senso del lavoro fisico, ma nei sentimenti, nel modo di pensare e nelle relazioni con gli altri. Questa persona affronta il mondo attivamente, da padrone, e tutte le sue espressioni del suo essere sono autentiche, nel senso che sono genuine e sue proprie, non gli sono state innestate dall’esterno. La persona produttiva è quella che cerca di progredire nel senso che tenta di sviluppare le sue capacità umane in misura tale che gli consentano di trovare una nuova unità. Vuole trascendere l'esistenza, vuol essere una persona, vuole lasciare nel mondo una traccia di sé, al contrario dell'uomo d’oggi che invece si è rifugiato in una cieca obbedienza d'automa.

Il problema risiede poi nel fatto che è difficile per l'individuo avere piena consapevolezza di questo meccanismo e accorgersi dei danni che sta subendo all’interno del malato contesto sociale. Intanto c'è da considerare l'orgoglio, che rende molto scomoda l'idea di non essere in realtà che una automa, il che provoca una resistenza contro ogni idea di essere manipolati e comandati dai segnali. Vogliamo tutti avere l'illusione di essere noi a prendere liberamente le nostre decisioni.

Quello che accade oggi è che molte persone non pensano mai: hanno l'illusione di essere loro a pensare ma in realtà c'è una cosa dentro di loro che pensa. E che cos'è questa cosa? Sono i mezzi di comunicazione di massa, l'atmosfera generale, quello che viene strategicamente divulgato all'interno del proprio ambiente. Ma se queste persone non sono altro che fantocci, se non hanno convinzioni, se non hanno un solo sentimento autentico, allora non possono più definirsi persone, ma devono nascondersi dietro una maschera o dietro un idolo.

 Viene sempre espresso oggi che l'individuo per essere soddisfatto abbia bisogno solamente di soddisfare i suoi requisiti fisiologici, è evidente che le cose non stanno affatto così.  A parte infatti l'aspetto pratico e utilitaristico, l’uomo è assetato di tutt'altro: anela a un'attività intensa e vera come creatività, plasmazione, sviluppo di forze a lui congenite. Se l'uomo si riduce solamente a una cosa, e vive semplicemente per avere anzichè essere, allora decade e la sua esistenza vi appare priva di senso e diviene sofferenza.
Per questo è vitale svegliare la propria coscienza iniziando ad avere quel senso dell'identità che ci è stato tolto: il senso cioè di essere sinceri con se stessi, insomma di essere se stessi, di essere uomini. Questo vuol dire avere un senso del mio io che si fonda su un'esperienza autentica di me stesso con il centro e il soggetto delle mie capacità umane.
Avere coscienza di sé significa appunto avere la consapevolezza di esistere, di vivere, di essere attivi.

 

«Noi nasciamo due volte, per così dire: nasciamo all'esistenza ed alla vita; nasciamo come esseri umani e come uomini.»

Jean Jacques Rousseau

 

Conclusioni

 

Avviene perciò che l'uomo moderno viene staccato da se stesso, dai suoi simili e dalla sua natura; è stato trasformato in un oggetto e le sue forze vitali in un investimento, le sue relazioni umane sono essenzialmente quelle degli automi. La routine, la burocrazia, l'industria del divertimento permettono alle persone di restare inconsce ai loro fondamentali desideri umani e le rendono inconsapevoli della loro immensa disperazione. Infatti l'uomo in questa mortale ragnatela si dimentica di essere un uomo e vive un'unione superficiale con la realtà che aumenta maggiormente l'ansia della sua solitudine.

 

 Il futuro della civiltà dipende dalla capacità dell’uomo di ritornare al vero umanesimo.

 

Questa società ha portato con sé l'illusione dell'indipendenza facendo credere che lo sviluppo della tecnica abbia dato maggior libertà all'uomo, ma in realtà lo ha schiavizzato facendolo diventare sempre più un ingranaggio di una macchina. Questo falso progresso che ci viene spacciato come verità sta uccidendo l'uomo e sempre più nasce la necessità di riprendersi la vita. Bisogna pertanto prendere una decisione, fare un’importante scelta: il pensiero, la vita, le abitudini devono subire un mutamento sostanziale, verso un'intimità più vicina alla vita che renda se stessi più vitali e liberi.

Ma nel concetto di libertà vi è inerente quello di responsabilità. L'uomo d'oggi è un uomo ammalato e probabilmente cieco di fronte alla sua angoscia; ma ogni singolo individuo dovrebbe tentare di tirare le somme, partendo dal presupposto che la vita è di breve durata e dunque se ci si vota alla superfluità, che in fin dei conti genera povertà e penuria, si soffocherà la ricchezza che si porta dentro e che aspira ad attuarsi.
L’uomo non può vivere, ma si smarrisce e cade in preda all'infelicità qualora ignori il principio di fungere per se stesso da guida nell'esistenza. Ed esso non può essere imposto dal di fuori: l'uomo deve ricavarlo da se stesso. Se le false voci esterne si fanno in lui troppo clamorose, può accadere che la voce interiore della coscienza umanistica ne resti soffocata, e allora qualcuno può davvero convincersi che, morto Dio, tutto è permesso.
Qualunque cosa si rischi o sacrifichi andando contro il pensiero comune della società odierna, è infinitamente irrisoria rispetto all'enorme lesione che si subirebbe come esseri umani, restando inerti. Dalla decisione di farsi assassinare ogni giorno che si trascorre vanamente o levarsi dalla paura e prendere coscienza di sé, dipende il futuro dell'umanità.


 

Discorso di C.Chaplin ne “il Grande Dittatore”

 

"Noi tutti vogliamo aiutarci vicendevolmente. Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere della reciproca felicità, ma non della reciproca infelicità. Non vogliamo odiarci e disprezzarci. Al mondo c'è posto per tutti. E la buona terra è ricca e in grado di provvedere a tutti.
La vita può essere libera e bella, ma noi abbiamo smarrito la strada: la cupidigia ha avvelenato l'animo degli uomini, ha chiuso il mondo dietro una barricata di odio, ci ha fatto marciare, col passo dell'oca, verso l'infelicità e lo spargimento di sangue. Abbiamo aumentato la velocità, ma ci siamo chiusi dentro. Le macchine che danno l'abbondanza ci hanno lasciato nel bisogno. La nostra sapienza ci ha resi cinici; l'intelligenza duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d'intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.
L'aereo e la radio ci hanno avvicinati. E' l'intima natura di queste cose a invocare la bontà dell'uomo, a invocare la fratellanza universale, l'unità di tutti noi. Anche ora la mia voce raggiunge milioni di persone in ogni parte del mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che costringe l'uomo a torturare e imprigionare gli innocenti. A quanti possono udirmi io dico: non disperate. L'infelicità che ci ha colpito non è che un effetto dell'ingordigia umana: l'amarezza di coloro che temono la via del progresso umano. L'odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno e il potere che hanno strappato al mondo ritornerà al popolo. E finché gli uomini non saranno morti la libertà non perirà mai.
Soldati! Non consegnatevi a questi bruti, che vi disprezzano, che vi riducono in schiavitù, che irreggimentano la vostra vita, vi dicono quello che dovete fare, quello che dovete pensare e sentire! Che vi istruiscono, vi tengono a dieta, vi trattano come bestie e si servono di voi come carne da cannone. Non datevi a questi uomini inumani: uomini-macchine con una macchina al posto del cervello e una macchina al posto del cuore! Voi non siete delle macchine! Siete degli uomini! Con in cuore l'amore per l'umanità! Non odiate! Solo chi non è amato odia! Chi non è amato e chi non ha rinnegato la sua condizione umana!
Soldati! Non combattete per la schiavitù! Battetevi per la libertà! Nel diciassettesimo capitolo di san Luca sta scritto che il regno di Dio è nell'uomo: non in un uomo o in un gruppo di uomini ma in tutti gli uomini! In voi! Voi, il popolo, avete il potere di rendere questa vita libera e bella, di rendere questa vita una magnifica avventura. E allora, in nome della democrazia, usiamo questo potere, uniamoci tutti. Battiamoci per un mondo nuovo, un mondo buono che dia agli uomini la possibilità di lavorare, che dia alla gioventù un futuro e alla vecchiaia una sicurezza.
Promettendo queste cose i bruti sono saliti al potere. Ma essi mentono! Non mantengono questa promessa. Né lo faranno mai!
I dittatori liberano se stessi ma riducono il popolo in schiavitù. Battiamoci per liberare il mondo, per abbattere le barriere nazionali, per eliminare l'ingordigia, l'odio e l'intolleranza. Battiamoci per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso conducano alla felicità di tutti. Soldati uniamoci in nome della democrazia!"

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 18/09/2009

Chi è l’uomo?

 

 Non è esattamente corretto parlare di che “cos'è l'uomo”, in quanto non si parla di un oggetto, bensì è più esatto definire “chi è l'uomo”. Egli è un essere vivente, unico e irripetibile, coinvolto in un perenne processo di sviluppo. E come ci insegnano gli esistenzialisti, differentemente dagli altri animali che agiscono d’istinto ed utilizzano il pensiero esclusivamente per soddisfare i propri bisogni, l'uomo dal momento in cui nasce, ha di fronte il problema dell'esistenza. Una questione rivelata forse anche dall'enigma della sua natura complessa e da quel senso di vuoto insito da sempre. E nel tentativo di chiarire tale mistero, l'uomo avrà a che fare nel corso della vita, volontariamente o no, con un'affannosa ricerca di una verità che possa essere la soluzione al suo problema.

Sicché, la domanda “chi sono io?” avrà soltanto una risposta e se non si vuol cadere nell'errore di trattare l'uomo come una cosa, sarà: “io sono un uomo”. Ma capita spesso che l’uomo venga trasformato in qualcos’altro: soprattutto nella società odierna dove la sua identità  è stata deformata solamente in un oggetto industriale o in una funzione sociale, o comunque in una delle tante immagini illusorie con cui viene malamente surrogata.

L'essere umano, quindi da considerarsi in quanto tale, è condizionato per natura da vari fattori: ci sono gli impulsi di origine biologica come l'istinto di sopravvivenza, il bisogno di placare la fame e  sete, di protezione e, in diversa misura, di sessualità. Poi c'è tutto il patrimonio delle passioni, ovvero la componente emotiva fortemente influenzata anche dal contesto sociale in cui emerge l'individuo. Questi impulsi istintivi sono comunque guidati e regolati dalla ragione, anche se la forza delle passioni nell'essere umano può essere tale da prevalere anche sull'istinto di sopravvivenza. E infine esiste quel “quid”, quel qualcosa di misterioso che ha assunto nel corso del tempo svariati nomi, come dalla scienza/psicologia “inconscio”, dalle religioni “anima”, dalla filosofia “essere”… ovvero quella componente incerta che, assieme al bagaglio morale, diventa la “coscienza”. In essa probabilmente risiede quel segreto che mette l'uomo di fronte alla sua sete di verità e che lo guiderà nelle sue scelte. Esiste infatti nell'uomo un bisogno di trascendenza radicato nella sua insoddisfazione del ruolo di creatura che non sa rassegnarsi a essere un dardo gettato fuori dal bicchiere

Si può dire quindi che l'uomo, oltre a subire un determinismo di tipo biologico (un concetto secondo il quale lo sviluppo dell'uomo è fortemente influenzato dalle predisposizioni biologiche, nel senso dell'aspetto animale come aspetto dominante) e di tipo culturale (l'uomo come un prodotto del tipo specifico della cultura in cui vive e il proprio sviluppo della personalità come un apprendimento del ruolo della società in cui è nato), possiede un “autodeterminismo individuale” che gli permetterà di costruire se stesso.

Se si considera l’uomo omettendo anche solo una di queste componenti, il quadro che ne risulterà sarà angusto e manchevole. Sintetizzare queste diverse qualità per trovarne “un’unità” richiede comunque fatica e volontà, ma ogni modalità di comportamento che non servirà allo sviluppo e alla piena attuazione dell'uomo, esige un prezzo. Di norma, a parte condizioni geneticamente patologiche, l'uomo nasce psicologicamente sano e in uno stato “armonico”. E’ piuttosto la realtà esterna ad esso, come quella sociale, magari impregnata di falsità come la nostra, a deformarne la condotta; soprattutto negli individui più passivi e deboli che invece di seguire la voce della coscienza plasmata criticamente secondo ragione, si lasciano ingannare da falsi valori o ideali, creati appositamente da “altri” per propri fini. Per esempio, senza andare troppo nel dettaglio in quanto sarà argomento successivo, alcuni dei valori fondamentali della società odierna sono profondamente in conflitto con il benessere autentico dell'uomo:

 

  • Lo sfruttamento smodato della natura:

da sempre l'uomo ha plagiato la natura per i suoi bisogni, altrimenti sarebbe morto da un pezzo, ma nell'antichità lo faceva solo per necessità. Mentre oggi il fine generale è diventato la produzione dell'eccesso, del superfluo, ovviamente con l’aiuto smisurato della tecnica.

 

  • Lo sfruttamento e il dominio dell'uomo verso i suoi simili:

l’idea cannibalistica di dominare gli altri uomini, anche se a volte sotto il sottile velo dell’imposizione-punizione/ricompensa, trasforma l’uomo in un articolo di consumo per quelli, nella gerarchia sociale, più in alto di lui.

 

  • L’avere come fine ultimo il profitto economico e non il benessere umano:

La brama del possesso personale, la corsa sfrenata al consumo (per sentirsi vivi e colmare vanamente il vuoto), il guadagno come indicatore di comportamento economico coronato dal successo, sono diventati una misura di capacità e abilità.

 

  • La legge della sopravvivenza e della competitività:

“Domina il prossimo tuo prossimo per non essere dominato” è lo slogan comune.

All'attività di collaborazione “alla pari” e in uguaglianza, s’è sostituita una squallida gara per il potere, ove la maggior produzione è l’obiettivo in una lotta in cui i più deboli vengono schiacciati dai più forti

 

E’ la verità che rende libero l’essere umano, perciò soltanto prendendo coscienza delle forze che agiscono internamente ed esternamente ad esso, potrà conquistare quella libertà di cui necessita per il proprio sviluppo e completezza.

 

“Noi siamo liberi solo quando i nostri atti nascono da tutta la nostra personalità umana, quando la esprimono, quando hanno quella indefinibile rassomiglianza con essa che talvolta si trova tra l’artista e l’opera.”

 H.Bergson – Scritti filosofici

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 18/09/2009

Appunti estrapolati dagli scritti frommiani (I parte)

Viaggio intorno all'uomo

Introduzione

 

Prima di dare una direzione a quella che sarà la propria vita, decidere come viverla e cosa fare di se stessi, occorre costruirsi le basi. Ovvero tutto il profilo morale, sociale, religioso, psicologico, biologico, ecc. che costituiranno le fondamenta dell’intera struttura della persona umana. Ma prima ancora di sviluppare idee nuove o ripescarne delle vecchie, è di vitale importanza capire a fondo che cos'è l'uomo e di cosa ha davvero bisogno, e tentare di penetrare quel celato mistero di cui è padrone. Ovviamente l'impronta genetica di ogni uomo è differente e pertanto le direzioni di ciascuno saranno altrettanto diverse, ma sono fermamente convinto che ogni forma umana abbia delle costanti imprescindibili, che se assenti nel corso della vita, possano provocarne la rovina.

Nascendo, l'uomo ottiene il dono più prezioso, la vita, ma la responsabilità verso se stesso di cosa ne farà vivendo, è di una questione altrettanto importante. Il tempo scorre inesorabile e la cara “Signora con la falce” è costantemente in agguato, pronta in ogni istante a mettere termine a tutto. A questo punto, valorizzare appieno la propria esistenza o ignorare quella voce inquieta che anela alla pienezza, alla bellezza, alla felicità, proveniente universalmente da ogni natura umana, è la scelta di ciascuno, come di fronte ad un bivio.

L'uomo possiede una straordinaria bellezza, divina oserei dire, ma è compito di ognuno scegliere se vivere in conformità ad essa, o tradirla.

 

“La coscienza è la facoltà insita nell’uomo di contrapporsi a Dio. Essa ci fa uscire dall’insopportabile solitudine dell’assurdo, ci mette in contatto col senso delle cose, con la loro essenza, con l’eternità. Difficile è la via che porta l’uomo verso la propria coscienza, quasi tutti vivono costantemente in urto con tale coscienza, vi si ribellano, si caricano di pesi sempre più gravi, muoiono a forza di soffocarla, la loro coscienza, ma a ciascuno e in ogni momento, al di là dei dolori e delle disperazioni, resta aperta quella via silenziosa che dà senso alla vita e allevia la morte.”

 

H.Hesse

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 18/09/2009

La verità è simile a Dio: non si rivela direttamente; dobbiamo indovinarla dalle sue manifestazioni.

 Goethe

 

 Prefazione

 

La vita per me è sempre stata un grande fardello.

Ovunque mi portassero le mie gambe irrequiete o qualsiasi cosa fossi ostinatamente impegnato a fare, un'inquietudine misteriosa accompagnava costantemente i miei giorni, tenace e perentoria come un'ombra. E probabilmente, è la stessa malevola compagna di sempre a guidare la penna che ora la mia mano sta impugnando, quasi come volesse trasformarla in una spada pronta a trafiggerla. Quest'antica presenza infatti, assomiglia ad un malessere costante, come un senso di turbamento generale, un'aspra inquietudine che attanaglia l'animo senza tregua. Ebbene, saper trovare la causa di questo “morbo” o rivelarne qualcosa di più preciso sulla sua radice, non mi è possibile, ma sentirne l'effetto prodotto su me stesso, questo sì, mi è ben noto. E allora come un infante che per la prima volta apre gli occhi, anch'io inizio a osservare con uno sguardo che desideri penetrare il tutto nella sua intima profondità. Una profondità che rispecchi autenticamente la realtà e che possa essere il frutto di una conoscenza genuina che miri alla verità.

Per dare sapore ad un’esistenza intera che altrimenti sarebbe presto divorata avidamente dal tempo, è necessario mantenere la propria “coscienza” sempre vigile. Ognuno possiede una personale porzione di tempo: spetta però solamente a ciascuno se sprecare tale preziosa risorsa dietro a false illusioni che assassinano l'uomo prima del tempo, oppure vivere autenticamente in conformità alla propria natura umana.

Credo sia questo l'importante ammonimento che quotidianamente quello “strano morbo” lancia ad ogni uomo; è una voce che incessantemente grida di stare sempre attenti, perché consapevoli o no, la linea che separa l'angosciante oblio del nulla dalla straordinaria bellezza del vivere, è davvero sottile.

Esiste nell'uomo una verità misteriosa e accuratamente celata che col tempo sembra adombrarsi ininterrottamente, ma nulla possiede più valore che scoprirla e viverla.

  

Theodore il poeta

Da ragazzo, Theodore, sedevi per lunghe ore
sulle rive del torbido Spoon
con gli occhi profondi fissi sulla tana del gambero,
aspettando che apparisse spingendo la testa,
prima le antenne ondeggianti, come fili di fieno,
e poi il corpo, colorato come steatite,
gemmato con occhi di giada.
E ti domandavi, come rapito,
che cosa sapeva, che cosa desiderava, e perché mai vivesse.
Ma più tardi guardasti uomini e donne
nascosti nelle tane del fato fra grandi città,
osservando le loro anime uscire,
in modo da poter vedere
come vivevano, e per che cosa,
e perché strisciassero così affaccendati
sulla distesa di sabbia dove l’acqua vien meno
quando l’estate declina.


Edgar Lee Masters, da “Antologia di Spoon River"

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