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Riduci Diario del Sottosuolo

Portale dedicato a tutti i cercatori che necessitano di un pò di materiale per formarsi e nutrirsi... una specie di compendio di ricerca personale condiviso

Questo è il luogo in cui prorompe la voce di un’anima assetata di verità che vive la propria affannosa ricerca nel “sottosuolo” di se stessa, scavando attraverso l’enigma dell’esistenza, l’infinito della conoscenza, l’irraggiungibile bellezza dell’arte e i tortuosi meandri della società, con la brama di riportare alla luce autentici tesori depositari di verità dimenticate. Riflessioni, intuizioni, confessioni dal profondo rimaste inespresse ...

Autore: Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo Creato: 18/09/2009
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Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 19/09/2009

Conclusioni

 

Amare è un'esperienza personale che ognuno può acquisire attraverso e per se stesso, ma la conoscenza di se stessi e la propria capacità d'amare sono questioni che esigono uno sviluppo e impegno, proprio come affinare un'arte. La concentrazione in quello che si fa come atto proveniente dalla propria volontà, la pazienza contrapposta al valore della rapidità del nostro sistema industriale, l'attenzione e l'interesse a se stessi e alle persone che necessitano di essere ascoltate, la sensibilità per la voce autentica che vive in ognuno, sono tutte virtù necessarie per l'arte d'amare.

E la condizione essenziale per la conquista dell'amore è il superamento del proprio narcisismo, ovvero quell'orientamento che serve a far sentire come realtà solo ciò che esiste dentro di noi, mentre i fenomeni del mondo esterno perdono realtà e sono considerati solo dal punto di vista dell'utilità.

Amare significa aver fede nella propria essenza capace d'amare, essere consci dell'esistenza del proprio io, di quella parte intima della propria personalità che fornisce il vero significato della persona umana.

 

A questo punto sorge la domanda importante: ma se l'intera organizzazione sociale in cui l'uomo è immerso, fondata sul vantaggio personale, sul capitalismo, sull'egotismo, come si può agire, lavorare, vivere secondo la "pratica" dell'amore in conformità alla propria natura? C'è chi sostiene l'idea dell'assoluta incompatibilità tra l'amore e la vita normale della nostra società, ovvero l’impossibilità di vivere tale “utopia” al mondo d’oggi, che ogni disquisizione sull’amore non è altro che predica, una perdita di tempo, un sogno d’illusione.

Ma questo punto di vista è estremamente cinico, ed è lo stesso che possiede lo “schiavo” d’oggi: egli infatti, oltre che ad essersi rassegnato ad una realtà brutale, non riesce nemmeno più ad immaginarne un’altra migliore, magari costruita con il suo contributo e capacità. E chi se non meglio degli altri, l’uomo assopito dell’oggi, quello che ormai ha totalmente sotterrato la coscienza, il valore umano o anche solo il significato morale, viene soggiogato e manipolato?

E soprattutto in questa fase storica si sta diffondendo nel cuore degli uomini una specie di morbo pericoloso, cioè un generale nichilismo morale. Al pensiero comune dell’uomo “se dovessi seguire per davvero questa traccia utopica, morirei di fame” si reagisce con la “necessità storica” di adeguarsi e di chinare il capo con rassegnazione, impotenti, nonostante ognuno si renda conto del male generale. Ma così facendo si perde e si sacrifica la propria umanità e si gioca con l’essenza più preziosa dell’essere umano. E’ in ballo la propria vita, che viene una volta sola, e se si vuol vivere per davvero allora bisogna arrivare alla conclusione che certi cambiamenti importanti e radicali nella nostra struttura sociale sono necessari (soprattutto partendo dal “piccolo” di ciascuno, iniziando dal proprio microcosmo sociale-famigliare-relazionale-interiore).

 

L’amore e l’umanità devono diventare un fenomeno sociale e non un fenomeno marginale e individuale. E’ vero, non è facile andare contro corrente e lottare incessantemente contro qualcosa che si pensa sia immutabile, ma bisogna trovare il coraggio di lottare non tradendo mai quell’autentica verità che vive dentro l’uomo e che è il bene più prezioso che si possieda.

Se l’uomo è capace d’amare, allora dev’esser messo nel suo posto supremo; la macchina economica deve servirgli, anzichè servire ad essa; egli dev’essere in grado di partecipare all’esperienza e al lavoro, anziché ai profitti. La società dev’essere organizzata in modo tale da valorizzare appieno la natura amante e sociale dell’uomo senza staccarlo dalla realtà in cui vive. Pertanto parlare d’amore non significa “predicare”, per la semplice ragione che significa parlare dell’unico, vero bisogno di ogni essere umano, anche se questo bisogno al giorno d’oggi è stato oscurato. Aver fede nelle possibilità dell’amore come fenomeno sociale, oltre che individuale, è fede razionale che si fonda sull’essenza intima dell’uomo.

 

Quanto più invecchiavo, quanto più insipide mi parevano le piccole soddisfazioni che la vita mi dava, tanto più chiaramente comprendevo dove andasse cercata la fonte delle gioie della vita. Imparai che essere amati non è niente, mentre amare è tutto, e sempre più mi parve di capire che ciò che dà valore e piacere alla nostra esistenza non è altro che la nostra capacità di sentire. Ovunque scorgessi sulla terra qualcosa che si potesse chiamare "felicità", consisteva di sensazioni. Il denaro non era niente, il potere non era niente. Si vedevano molti che avevano sia l'uno che l'altro ed erano infelici. La bellezza non era niente, si vedevano uomini belli e donne belle che erano infelici nonostante la loro bellezza. Anche la salute non aveva un gran peso; ognuno aveva la salute che si sentiva, c'erano malati pieni di voglia di vivere che fiorivano fino a poco prima della fine e c'erano sani che avvizzivano angosciati per la paura della sofferenza. Ma la felicità era ovunque una persona avesse dei forti sentimenti e vivesse per loro, non li scacciasse, non facesse loro violenza, ma li coltivasse e ne traesse godimento. La bellezza non appagava chi la possedeva, ma chi sapeva amarla e adorarla.
C'erano moltissimi sentimenti, all'apparenza, ma in fondo erano una cosa sola. Si può dare al sentimento il nome di volontà, o qualsiasi altro. Io lo chiamo amore. La felicità è amore, nient'altro. Felice è chi sa amare. Amore è ogni moto della nostra anima in cui essa senta se stessa e percepisca la propria vita. Felice e dunque chi è capace di amare molto. Ma amare e desiderare non è la stessa cosa. L'amore è desiderio fattosi saggio; l'amore non vuole avere; vuole soltanto amare. Perciò era felice il filosofo che cullava il suo amore per il mondo in una rete di pensieri, che sempre e sempre riavvolgeva il mondo nella sua rete d'amore. Ma io non ero un filosofo.
Neppure sulle vie della morale e della virtù avrei potuto raggiungere la felicità. Sapendo che soltanto la virtù che sento dentro di me, che invento e custodisco dentro di me può rendermi felice - come avrei potuto appropriarmi di una virtù a me estranea? Una cosa però mi era chiara: il comandamento dell'amore, non importa se predicato da Gesù o da Goethe, questo comandamento veniva completamente frainteso dal mondo! Non era affatto un comandamento. Non esistono comandamenti. I comandamenti sono verità trasmesse dal sapiente all'ignorante, nella versione in cui l'ignorante le concepisce e le sente. I comandamenti sono verità concepite erroneamente. Il fondamento di ogni saggezza è questo: la felicità viene solo dall'amore. Se ora dico "Ama il prossimo tuo!", questa è già una falsa dottrina. Forse sarebbe molto più giusto dire: "Ama te stesso come il prossimo tuo!". E forse l'errore originario è stato quello di voler sempre cominciare dal prossimo [...]
Comunque: il fondo della nostra anima desidera la felicità, desidera una benefica armonia con ciò che è al di fuori di noi. Quest'armonia è turbata non appena il nostro rapporto con qualunque cosa è diverso dall'amore. Non esiste un dovere d'amare, esiste solo il dovere d'essere felici. È solo a questo fine che siamo al mondo. E col dovere e con la morale e con i comandamenti ci rendiamo di rado felici l'un l'altro, perché non rendiamo felici noi stessi. Se l'uomo può essere "buono", lo può soltanto quando è felice, quando ha in sé l'armonia. Dunque quando ama.
E l'infelicità che c'era nel mondo, e l'infelicità che c'era dentro di me veniva dunque dal fatto che l'amore era disturbato. Da questo punto di vista le massime del Nuovo Testamento mi sembravano improvvisamente vere e profonde. "Finché non diventerete come fanciulli" - oppure "Il regno dei cieli è dentro di voi".
Questa era la dottrina, l'unica dottrina che ci fosse al mondo. L'aveva detto Gesù, l'aveva detto il Buddha, l'aveva detto Hegel, ognuno nella sua teologia. Per ciascuno l'unica cosa importante al mondo è il suo intimo stesso -la sua anima - la sua capacità d'amare. Se questa è in ordine, allora, che si mangi miglio o si mangi torta, che si portino stracci o gioielli, il mondo è in perfetta sintonia con l'anima, è buono, è in ordine.
[...] Non c'è niente che l'uomo sappia amare quanto se stesso. Non c'è niente che l'uomo sappia temere quanto se stesso. Così, insieme alle altre mitologie, ai comandamenti e alle religioni dell'uomo primitivo, nacque anche quello strano sistema di transfert e di apparenze secondo cui l'amore del singolo per se stesso, su cui si basa la vita, era proibito all'uomo e doveva essere tenuto segreto, celato, mascherato. Amarsi l'un l'altro era considerato migliore, più morale, più nobile che amare se stessi. E siccome l'amore di se stessi era l'istinto originario e l'amore del prossimo non riusciva a fiorire accanto ad esso, l'uomo si inventò un amore di sé mascherato, sublimato, stilizzato, nella forma di una sorta di amore del prossimo basato sulla reciprocità. [...] Così la famiglia, la stirpe, il villaggio, la comunità religiosa, il popolo, la nazione diventarono qualcosa di sacro [...] L'uomo, che per amore di se stesso non
può violare il benché minimo comandamento morale -per la comunità, per il popolo e per la patria può fare di tutto, anche le cose più atroci, e ogni istinto normalmente stigmatizzato si trasforma in dovere e in eroismo. A questo punto era arrivata l'umanità fino ad oggi. Ma forse col tempo anche gli idoli delle nazioni sarebbero caduti, e nel riscoperto amore per tutta l'umanità si sarebbe forse nuovamente imposta l'antica dottrina originaria.
Questi pensieri vengono lentamente, ci si avvicina loro in un movimento a spirale. E quando sono lì è come se li avessimo raggiunti di slancio, in un attimo. Ma i pensieri non sono ancora la vita. Sono la via che vi conduce, e più d'uno rimane eternamente per via.

 

H.Hesse

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 18/09/2009

L’amore nelle sue forme

 

l'amore non è soltanto una relazione con una particolare persona, ma è un'attitudine, un modo di vivere, un orientamento di carattere che determina i rapporti di una persona col mondo, non verso solamente un oggetto d'amore. Se una persona ama solo un'altra persona ed è indifferente nei confronti dei suoi simili, il suo non è amore, ma un attaccamento simbiotico o un egotismo portato all'eccesso. Eppure la maggior parte della gente crede che l'amore sia costituito dall'oggetto, non dalla facoltà d'amare, ma l'amore è prima di tutto un'attività interiore, che rispecchia tutta la realtà circostante e la vita.

  

C' era un innamorato che amava senza speranza. Si ritirò del tutto nella propria anima e gli parve che il fuoco d'amore l'avrebbe consumato. Perdette il mondo, non vedeva più il cielo azzurro e il verde bosco, il torrente per lui non frusciava, l'arpa per lui non suonava, tutto era sprofondato e lui era caduto in miseria. Ma il suo amore cresceva, e lui avrebbe preferito morire e rovinarsi piuttosto che rinunciare al possesso della bella donna che amava. Sentì allora che il suo amore aveva bruciato in lui ogni altra cosa, e l'amore divenne I potente e tirò e tirò, e la bella donna dovette obbedire, venne, e lui era lì a braccia aperte per attirarla a sé. Ma quando gli fu davanti si era del tutto trasformata, e con un brivido egli senti e vide che aveva attirato a sé tutto il mondo perduto. Era davanti a lui e gli si arrendeva, cielo e bosco e torrente, tutto gli veniva incontro in nuovi colori, fresco e splendido, gli apparteneva, parlava il suo linguaggio. E invece di conquistare soltanto una donna egli aveva tra le braccia il mondo intero, e ogni stella del cielo ardeva in lui e scintillava voluttà nella sua anima. - Aveva amato e amando aveva trovato se stesso. Ma i più amano per perdersi

 H.Hesse

 

Amore fraterno

 

Nell'amore fraterno, l'amore per il prossimo, c'è il desiderio di fusione con tutti gli uomini, il bisogno di solidarietà umana. Nell'amore fraterno le differenze tra gli esseri umani sono trascurabili in confronto a quello che c'è in comune in tutti gli uomini. Per sentire quest' uguaglianza è però necessario penetrare la profondità di ogni uomo per percepire l'uguaglianza che rende fratelli. E poiché siamo umani, siamo tutti bisognosi d'aiuto, pertanto l'amore per il debole, inteso non come diverso ma come transitoriamente debole per motivi perlopiù sociali, è la prima espressione dell'amore fraterno. Inoltre è nella compassione che l'uomo sente l'amore per il suo fratello, un amore disinteressato che ricorda continuamente che tutti gli esseri umani provano il sentimento del dolore e della sofferenza. La compassione è indissolubilmente legata all'amore per il proprio simile, dove non c'è amore non può esserci compassione, ma solo fredda indifferenza, e chi sa amare solo una persona, non ama nessuno.

 

“So che non è una cosa bella limitarsi a parlare: è meglio dare un semplice esempio, è meglio cominciare… io l’ho già fatto… e… e si può forse essere infelici? Oh, che cosa sono il mio dolore e la mia povertà se ho la forza di essere felice? Sapete, io non capisco come si possa passare vicino a un albero e non essere felici di vederlo; parlare con un uomo e non essere felici di amarlo. Ah, non sono capace d’esprimere come si conviene… eppure quante cose meravigliose vediamo a ogni angolo, cose che persino l’uomo più infelice può trovare straordinarie? Guardate un bambino, guardate l’alba, come cresce l’erba, guardate negli occhi coloro che vi guardano e che vi amano…”

 

F.Dostoevskij, da  “L’Idiota”

 

 

Amore materno/paterno

 

L'amore materno sintetizza in un'esperienza personale e diretta il principio di amore fraterno, ovvero un amore che non ha bisogno di essere conquistato né meritato, un amore donato gratuitamente e incondizionatamente. Tuttavia l'amore materno non consiste solo nell'amore della madre per il neonato, ma nell'amore per la creatura che cresce. Nel senso che l'essenza dell'amore materno significa volere che il bambino si separi da lei, e di continuarlo ad amare una volta cresciuto.

L’amore paterno invece rappresenta l’altro polo, quello dell’amore condizionato. Il padre infatti rappresenta per il neonato, dopo i 6 anni, il mondo del pensiero, la figura della guida dell’esistenza, d’istruzione.

E qui entra in gioco il fondamentale ruolo dell'educazione: educare significa infatti aiutare il bambino a realizzare le sue potenzialità, mentre la coercizione è basata sulla mancanza di fede nello sviluppo delle potenzialità e sulla convinzione che il bambino sarà nel giusto solo se gli adulti istillano in lui il bene e sopprimono il male. E proprio in nome dell'amore e a volte in nome del dovere, il genitore vuole tenere con sè il bambino, l'adolescente, l'uomo che non può raggiungere la piena libertà in quanto deve restare succubo e condizionato dalla figura genitoriale. Oppure invece che essere tollerante e paziente, il genitore, per timore di fallire come guida, inizia ad essere tirannico e minaccioso.

La conseguente sintesi di queste due forme d’amore nello sviluppo della persona adulta, sta alla base della salute mentale (viceversa il fallimento può portare a nevrosi) e della conquista della maturità.

 

 

L'amore erotico

 

In contrasto con le altre forme d'amore, l'amore erotico è il desiderio della fusione completa attraverso l’unione con un'altra persona, ma per sua stessa natura esclusiva e non universale. L'amore erotico infatti, per il suo bisogno di esclusività derivato da un profondo sentimento di intimità, esige prerogative strettamente individuali, che esistono tra determinate persone, e non certo tra tutte.

 

 

Questa forma è forse la più ingannevole e confusa forma d'amore che esista. Ad esempio per la maggior parte della gente, l’intimità con l'altra persona viene stabilita soprattutto con il contatto sessuale poiché sente la separazione dall'altra persona principalmente come separazione fisica. Ma la separazione fisica non è che la più superficiale separazione tra due esseri, in quanto questa forma di intimità fisica, da sola, tende a ridursi man mano che il tempo passa. Di conseguenza, rimasti delusi dalla vecchia “conoscenza”, spesso si cerca ciclicamente un altro amore “intimo” con un'altra persona, una persona nuova, sempre con l'illusione che il nuovo amore sarà diverso dal precedente. Ma il rapporto sessuale non è un metodo per indagare il rapporto d’affinità o di “sintonia” con l’altra persona, bensì l’effetto più profondo e intimo dell’amore. Non è la giusta tecnica sessuale a portar l’intimità e la conoscenza tra due esseri, ma è l’amore che si dona ad esprimere l’atto più interiore e importante che possa esistere tra due persone.

 

 

Il carattere ingannevole del desiderio sessuale ha inoltre un peso notevole in questi illusioni: il desiderio sessuale, essendo insito nella mente e associato al bisogno d'amore, può essere però stimolato da varie emozioni (solitudine, rabbia vanità...), per cui non appena lo si provi, si può erroneamente concludere che si stia amando. Ma è puramente la tenerezza che può indicare che si tratta dell'amor ad ispirare l'unione sessuale, diversamente dalle relazioni fisiche spronate dalla brama di conquista o di essere conquistati.

 

Al giorno d'oggi l'amore ci viene definito come una reazione emotiva spontanea alla quale ci si senta improvvisamente uniti da un desiderio irresistibile, ma si trascura un fattore fondamentale nell'amore erotico: quello di volere amare qualcuno non è solo un forte sentimento, ma è una scelta, un impegno. Se l'amore infatti fosse solo una sensazione, non vi sarebbero i presupposti per un amore duraturo, in quanto una sensazione viene e va.

 

Inoltre l’amore erotico d’oggi rispecchia pienamente il carattere sociale dell'uomo moderno: il sesso viene barattato come se fosse un oggetto di scambio con l’unico scopo di godere e ricavarne piacere. Lo scopo principale è quello di trovare un rifugio, una distrazione, il mero piacere, invece che vivere appieno la divina bellezza esistente in questo tipo d’unione. Così facendo però le persone ne sciupano l’immenso valore, rischiando poi di vivere addirittura un’intera vita insieme restando estranei.

 

Spesso penso che tutta la nostra arte sia soltanto un surrogato, faticoso e pagato dieci volte troppo caro, della vita non vissuta, dell'istintualità non vissuta, dell'amore non vissuto. Eppure non è così. È tutt'altro. Si sopravvaluta la sensualità se si vede nella spiritualità solo il necessario surrogato di una sensualità carente. Il valore della sensualità non supera neppure di un capello quello dello spirito, e viceversa. Tutto è una cosa sola, tutto è ugualmente buono. Abbracciare una donna o scrivere una poesia non fa diffe-enza. Purché ci sia l'essenziale, l'amore, la passione, il ra-pimentò, essere un monaco sul monte Athos o un viveur a Parigi è la medesima cosa.  

  H.Hesse

 

 

Amore per se stessi

 

Si ritiene che l'amore per se stessi sia una forma egoistica d'amore ma in realtà l'amore per gli altri e l'amore per se stessi sono reciprocamente legati: le attitudini verso gli altri e verso noi stessi sono fondamentalmente congiuntive. Non esiste infatti concetto d’umanità in cui io stesso non sia incluso. Ma l’amore per se stessi si trova in coloro che sono capaci d’amare. Non nel senso di essere amato da qualcuno, ma uno sforzo attivo per la crescita e la felicità dell'essere amato, dettato dalla propria capacità di amare. L'amore per una persona implica l'amore per l'uomo come tale (“ama il prossimo tuo come te stesso”), che non è come si crede un'astrazione che viene dopo l'amore per una specifica persona, ma è soltanto la sua premessa, sebbene la si acquisti amando specifici individui.

L’egoista invece è colui che si interessa solo di se stesso, vuole tutto per sé, non prova gioia nel dare, ma solo nel ricevere; vede il mondo esterno solo dal punto di vista di ciò che può ricavarne, non riesce a vedere altro che se stesso e giudica tutto e tutti dall’ attività che gliene deriva. L’egoista è fondamentalmente incapace d’amare. E’ solo un essere infelice e ansioso di trarre dalla vita le soddisfazioni che impedisce a se stesso di raggiungere. Ma l'affermazione della propria vita, felicità, crescita, libertà è determinato dalla propria capacità di amare se stesso e gli altri.

 

 

Amore per Dio

 

La forma religiosa di amore, che è chiamata amore per Dio, ugualmente agli altri tipi d'amore, nasce dal bisogno di superare la separazione e di raggiungere l'unione.

Ma nella storia della razza umana tale forma d’unione ha avuto evoluzioni diverse: nella prima fase matriarcale (religioni primitive) tutti gli uomini sono uguali, poiché sono figli di una madre, la Madre Terra (la Natura) che ama incondizionatamente tutti gli esseri.

Poi l’aspetto materno della religione viene detronizzato e subentra la fase patriarcale (religione giudaica-cristiana e islamica): il Padre diventa l'essere supremo, che come un padre, stabilisce leggi e principi e il suo amore per il figlio dipende dall’obbedienza di quest’ultimo.

Nell’aspetto matriarcale della religione si ama Dio come una madre che tutto abbraccia, che perdonerà e salverà qualsiasi cosa accada, mentre nell’aspetto patriarcale si ama Dio come un padre che giudica, che punisca o che premi in base ai meriti.

E infine c'è lo stadio in cui Dio cessa di essere una persona, un uomo, ma diventa il simbolo del principio dell'unità, senza un nome, in quanto il nome denota sempre un limite. Dio allora diventa così l'Uno senza nome, un'essenza inesprimibile, che si riferisce all’unità che vige nell’universo, il terreno di tutta l'esistenza. Perciò la persona che raggiunge questa stadio cognitivo di Dio, non prega per qualche cosa, non si aspetta niente, non ama Dio come un figlio ama il padre o la madre, ma ha acquisito l'umiltà di conoscere i propri limiti al punto di rendersi conto che non sa niente di Dio.

Dio diventa così per lei il simbolo in cui ogni uomo ha espresso la totalità di ciò per cui lotta: la verità, l’amore, la giustizia. Ha fede in tali principi e considera tutto della sua vita prezioso in quanto gli dà la possibilità di arrivare a un più completo sviluppo del suo potere umano, come la sola realtà che conti.

Amare Dio significherebbe allora desiderare il raggiungimento della piena capacità di amare, per la realizzazione di ciò che “Dio” rappresenta in sé stessi. E non sarà il pensiero a rivelarci questa cognizione, dato che il pensiero resta prigioniero del paradosso, ma l'unico modo in cui il mondo può essere afferrato definitivamente è negli atti, nell'esperienza dell'unità. Così l'amore per Dio non è la conoscenza di Dio nel pensiero, né il pensiero del nostro amore per Dio, ma l'atto di sentire un'unità con Dio.

Ciò porta l'enfasi sul vero modo di vivere, in quanto tutto della vita è dedicato alla conoscenza di Dio, ma non una conoscenza nel pensiero giusto, ma nella giusta azione. Dividere questa fondamentale verità e affidare la verità solo al pensiero significa creare il dogma da una parte e la scienza dall'altra. Nel dogma le infinite argomentazioni sulle formulazioni dogmatiche portarono l'intolleranza del miscredente e dell'eretico (le inquisizioni della Chiesa cattolica). Mentre nel pensiero scientifico, ove non si considerano la morale o il significato emotivo, il pensiero corretto è tutto ciò che conta, sia dal punto di vista dell'applicazione stessa sia da quello della pratica, vale a dire della tecnica (l’utilizzo della bomba atomica).

Lo sviluppo religioso di ciascuno è pertanto strettamente correlato alla maturazione personale, in quanto la natura dell'amore per Dio corrisponde alla natura e sviluppo del suo amore per l'uomo.

Divino ed eterno è lo Spirito.
A Lui, del quale siamo immagine e strumento,
porta la nostra via; nostra più ardente brama
è divenirGli uguali, luci della Sua luce.
Ma terreni e mortali siamo fatti,
pigra la gravità pesa su noi creature.
Bella e materna e calda la Natura ci abbraccia,
ci allatta la Terra, ci accoglie la culla e la tomba;
ma la Natura non ci appaga,
e infrange il suo materno incanto
dell'immortale Spirito, il paterno,
la scintilla, che fa del bimbo un uomo,
cancella l'innocenza,
ci desta alla battaglia e alla coscienza.
Così tra madre e padre,
così tra corpo e Spirito
è incerta la più fragile creatura,
quest'anima tremante, l'uomo, atto al dolore
più d'ogni essere, e insieme atto al sublime:
l'amore che ha fede e speranza.
Ardua è la via, suo cibo il peccato e la morte,
spesso erra nelle tenebre e talora
meglio per lui sarebbe non essere mai nato.
Ma eterna irradia in lui la sua brama nostalgica,
la sua destinazione: Luce, Spirito.
Perciò a noi fratelli errabondi
anche nella discordia è dato amare,
non odio e condanna
ma amore paziente,
amante patire ci porta
più vicini alla nostra sacra meta.

H.Hesse

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 18/09/2009

Le caratteristiche dell'amore

 

Spesso l'amore è scambiato in altre cose, come a forme incomplete o irrazionali di amore che vengono confuse con l’amore vero.

Le forme di amore immaturo più comuni sono vissute da coloro che, nel loro sviluppo emotivo, sono rimasti legati alla madre in modo infantile, e quindi come bambini cercano nell’amore la protezione della madre, le sue cure e la sua attenzione, dandosi la briga solamente di essere amati e non di amare. Oppure da coloro che tendono ad idealizzare la persona amata attraverso un amore idolatrico, finendo col perdersi nell’”idolo” invece di ritrovarsi. Così l’amore viene vissuto  soltanto sentimentalmente, cioè si vive il rapporto solamente attraverso la fantasia o l’immagine idealizzata, amando non ciò che è reale.

Oppure  vi possono essere le unioni simbiotiche tra due esseri umani: la forma passiva dell'unione simbiotica è quella della sottomissione, o per usare un termine clinico, del “masochismo”. Il masochista sfugge all'insopportabile senso di separazione e solitudine rendendosi parte di un'altra persona che lo domina, lo guida, lo protegge. Il potere di colui al quale si sottomette è sublimato, lui è tutto mentre il masochista non è nulla, a meno che non diventi parte di lui. Ciò è riferito non solo al rapporto sessuale tra due esseri, ma anche alla sottomissione alla quale partecipa la mente dell'individuo verso qualcosa: nei casi in cui cioè la persona rinuncia alla propria integrità e fa di se stessa lo strumento di qualche cosa o di qualcuno al di fuori di se stessa.

La forma attiva di fusione simbiotica è contrariamente il dominio o, per usare il termine psicologico corretto rispondente al masochismo, il “sadismo”. Il sadico vuole sfuggire alla propria solitudine e al proprio senso di smarrimento impossessandosi di un'altra persona. Ambedue sublimano se stessi incorporando un altro essere che lo idolatra ed entrambi sono legati dipendentemente, l'uno non vive senza l'altro, in una fusione però senza integrità.

 

Ma l'amore in senso vero del termine è un'unione a condizione di preservare la propria integrità, la propria individualità: è paradossale, ma nell'amore due esseri diventano uno e tuttavia restano due in quanto continuano ad essere se stessi e a conservare la propria integrità.

Pertanto anche qui è importante il concetto di attività e passività: l'uomo attivo, cioè quello che sa amare è quello che sa dare, non ricevere. Nella sua funzione di affetto attivo un uomo diventa libero, padrone del proprio amore, non un oggetto di eventi di cui egli stesso non si rende conto. Dare infatti è la più alta espressione di potenza, dare dà più gioia che ricevere, e non dev’essere inteso come privazione perché in quell'atto ci si sente vivi, si manifesta la propria personalità e vitalità. Dare significa dare se stessi, ciò che più vivo si ha in sé, e l'amore è l'atto più grande del dare, è una forza che produce amore, vita. Contrariamente a quello che ci viene comunicato dalla società, ovvero che è quello che ha maggiormente, il più “felice”, chiunque sia capace di dare se stesso, è immensamente ricco.

 

L'amore innanzitutto esige premura: un impegno e un interesse costante atto a nutrire e curare ciò che si ama. Si ama ciò per cui si lavora, e si lavora per ciò che si ama.

Cura e interesse implicano un altro aspetto dell'amore: quello della responsabilità.  Non intesa come dovere imposto dall’esterno, ma responsabilità come un atto strettamente volontario, come risposta al bisogno di un altro essere umano. Essere responsabili significa essere pronti e capaci di rispondere, essere attenti all'altro.

Ma la responsabilità dev’ essere connessa profondamente al rispetto, cioè la capacità di vedere una persona così com’è, di conoscerne la vera individualità. Significa desiderare che l'altra persona cresca e si sviluppi per quello che è, secondo i suoi desideri, secondo i suoi mezzi, in piena indipendenza e libertà.

Infine la conoscenza è la condizione determinante dell'amore, una conoscenza che penetri l'intimità dell'altra persona nel modo più profondo. Il segreto per arrivare a tale conoscenza è appunto l'amore, come atto di unione profonda con l'altro, poiché nella profondità di tale unione l'uomo scopre se stesso, i suoi sentimenti e il suo prossimo. L'autentico atto d'amore è infatti la più grande conoscenza, supera ogni pensiero e parola.

 

La gente però oggi è dominata dall’ansia e si trova senza uno scopo tranne quello di tirare avanti, di conseguenza invece che approfondire tale conoscenza, preferisce continuare a restare infantile cercando di volta in volta appigli, piaceri, protezione.

 

 

Allora Almitra disse: parlaci dell'Amore.

E lui sollevò la stessa e scrutò il popolo e su di esso calò una grande quiete. E con voce ferma disse:

Quando l'amore vi chiama, seguitelo.

Anche se le sue vie sono dure e scoscese.

E quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui,

Anche se la sua lama, nascosta tra le piume vi può ferire.

E quando vi parla, abbiate fede in lui,

Anche se la sua voce può distruggere i vostri sogni come il vento del nord devasta il giardino.

 

Poiché l'amore come vi incorona così vi crocefigge. E come vi fa fiorire così vi reciderà.

Come sale alla vostra sommità e accarezza i più teneri rami che fremono al sole,

Così scenderà alle vostre radici e le scuoterà fin dove si avvinghiano alla terra.

Come covoni di grano vi accoglie in sé.

Vi batte finché non sarete spogli.

Vi staccia per liberarvi dai gusci.

Vi macina per farvi neve.

Vi lavora come pasta fin quando non siate cedevoli.

E vi affida alla sua sacra fiamma perché siate il pane sacro della mensa di Dio.

 

Tutto questo compie in voi l'amore, affinché possiate conoscere i segreti del vostro cuore e in questa conoscenza farvi frammento del cuore della vita.

Ma se per paura cercherete nell'amore unicamente la pace e il piacere,

Allora meglio sarà per voi coprire la vostra nudità e uscire dall'aia dell'amore.

Nel mondo senza stagioni, dove riderete ma non tutto il vostro riso e piangerete, ma non tutte le vostre lacrime.

 

L'amore non da nulla fuorché sé stesso e non attinge che da se stesso.

L'amore non possiede né vorrebbe essere posseduto;

Poiché l'amore basta all'amore.

 

Quando amate non dovreste dire:" Ho Dio nel cuore ", ma piuttosto, " Io sono nel cuore di Dio ".

E non crediate di guidare l'amore, perché se vi ritiene degni è lui che vi guida.

 

L'amore non vuole che compiersi.

Ma se amate e se è inevitabile che abbiate desideri, i vostri desideri hanno da essere questi:

Dissolversi e imitare lo scorrere del ruscello che canta la sua melodia nella notte.

Conoscere la pena di troppa tenerezza.

Essere trafitti dalla vostra stessa comprensione d'amore,

E sanguinare condiscendenti e gioiosi.

Destarsi all'alba con cuore alato e rendere grazie per un altro giorno d'amore;

Riposare nell'ora del meriggio e meditare sull'estasi d'amore;

Grati, rincasare la sera;

E addormentarsi con una preghiera in cuore per l'amato e un canto di lode sulle labbra.

 

Da “Il giardino del Profeta” di Kahlil Gibran

 

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 18/09/2009

L’amore come risposta al problema dell'esistenza

 

L’esistenza di per sé rappresenta per l’essere umano una situazione critica: l'uomo infatti col suo intelletto è conscio di sé stesso, della propria individualità, del passato e delle possibilità future. Questa coscienza di se stesso come entità separata, la consapevolezza della propria breve vita, del fatto che è nato senza volerlo e contro la propria volontà morirà; che morirà prima di quelli che ama, che essi potrebbero morire prima di lui, il forte senso di solitudine, l’impotenza di fronte alle forze della natura e della società; tutto ciò renderebbe insopportabile l'esistenza. L’uomo diventerebbe pazzo se non riuscisse a rompere l'isolamento, a unirsi agli altri uomini, a evadere dalla prigione della propria solitudine e raggiungere l'unione.

Le soluzioni a tale problema possono essere tante, e la società odierna ne inventa ogni giorno nuove che però altro non fanno che far smarrire ulteriormente l'uomo. Ma solo attraverso l'amore l'uomo potrà dare vera espressione alla sua natura e cancellare quel senso di separazione col mondo esterno.

Ed è proprio questo immenso bisogno di unione col tutto, quest'enorme paura di isolamento, di trovarsi soli, che spinge l'uomo alle più disperate forme, perlopiù illusorie. Dalle più estreme come le droghe, l'alcolismo e la tossicomania che danno un’esaltazione fittizia facendo scomparire il mondo esterno e creando una sorta di rifugio. Ma inevitabile dire che quando finisce lo stato di ebbrezza l'uomo si sente ancor più solo, ed è spinto conseguentemente a ricorrervi con sempre maggior frequenza e l'intensità.

Più diffuse e comuni sono invece le forme “attuali”, come la ricerca sfrenata dell'orgasmo sessuale e il conformismo di massa. L'orgasmo sessuale può infatti produrre uno stato simile provocato da certe droghe diventando un tentativo disperato di sfuggire l'ansia suscitata dalla separazione; ma il risultato sarà sempre un crescente senso di isolamento, poiché l'atto sessuale, senza amore, non riempie mai il baratro che divide due creature umane, se non in modo assolutamente momentaneo. Stessa cosa vale per il conformismo in cui sempre più le persone tendono a rifugiarsi: ovvero un'unione in cui l'individuo si annulla in una vasta comunità, e il suo scopo è quello di far parte del gregge. Se si è uguali agli altri, sia nelle idee che nei costumi, non si può avere la sensazione di essere diversi, cioè soli.

In una società dove tutti obbediscono agli stessi comandi e tuttavia ognuno si illude di seguire i propri desideri, l'unione mediante il conformismo diventa vano e superficiale. Inoltre strumenti come la routine (atti a garantire tale meccanismo), diventano fortemente insufficienti a placare l'ansia della solitudine. Così come l'unione attraverso il proprio lavoro diventa un fallimento, poiché quando un lavoratore diventa un'appendice della macchina o dell’organizzazione burocratica, cessa di essere un essere umano che usa la sua attività creativa per creare qualcosa che sia il risultato della sua fatica e delle sue capacità..

Sono tutti esempi di unioni fittizie e superficiali atte a risolvere il problema dell'esistenza, in quanto la soluzione completa sta unicamente nella conquista dell'unione nell'amore. Il mancato raggiungimento di questa unione significa follia e distruzione: senza amore infatti l'umanità non sopravvivrebbe un solo giorno.

 

 

“Sono convinto che le mani dell’amore hanno costruito il mondo perché l’anima dell’uomo non possa attingere per una via diversa la pienezza e la grandezza della perfezione…”

 

O.Wilde da il “De Profundis”

 

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 18/09/2009

Appunti estrapolati dagli scritti frommiani (II parte)

L’arte di amare

 

Introduzione

 

Di tutte le cose, l'amore è la più grande, il vero e autentico nutrimento per l'essere umano.

 

Ma anche l'amore ha bisogno di maturare una profonda conoscenza siccome ogni tentativo d'amare è destinato a fallire se non si cerca di sviluppare la propria personalità.

 

La maggior parte della gente ritiene infatti che amore significhi essere amati, anziché amare, di conseguenza, per loro l’unico problema è come farsi amare, come rendersi amabili (spesso tramite gli stessi modi impiegati per raggiungere il successo in società).

 

Inoltre si crede che il problema dell'amore sia solamente inerente al problema della ricerca dell'oggetto amato, e non il problema della facoltà d'amare; si ricerca così in continuazione “l'oggetto” che più degli altri sia similare alle proprie aspettative.

 

Un altro errore comune è la confusione tra l'esperienza iniziale di innamorarsi e lo stato permanente di essere innamorati: ovvero l'esperienza di unione superficiale che il più delle volte cade dopo la prima intimità (sessuale) e l'esperienza di un’unione duratura che fa vivere un'intimità ben più profonda e che arricchisce anche la conoscenza di se stessi.

 

Anche l'amore come la vita è un'arte e al contrario dei valori sociali reputati fondamentalmente importanti per l’uomo moderno come possono essere successo, prestigio, denaro, potere, nulla è più importante per l'uomo dell’arte con cui vivrà l'amore.

 

 

 

 

Se io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli

ma non ne possedessi l’amore,

sono come una campana che non suona,

come un tamburo che non rimbomba.

 

Se ho il dono di tutta la scienza,

anche se ho la fede che smuove i monti,

se non ho la carità, che vale?

Chi ama è paziente e premuroso,

chi ama è rispettoso,

chi ama rifiuta l’ingiustizia,

chi ama tutto sopporta,

non perde mai la speranza.

 

Ora solo tre cose contano:

fede, speranza, amore:

la più grande di tutte

è l’amore.

 

Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi, 13

 

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 18/09/2009

Società e individuo

 

Le nocive falsità della società odierna

 

Questa società si basa sul principio della libertà politica da una parte e le dinamiche di mercato come regolatore di tutte le relazioni economiche sociali dall'altra. In questo modo sia lo scambio utile che l'energia e le capacità umane sono trasformati in oggetti che vengono scambiati in base alle condizioni di mercato. L’orientamento generale quindi è quello mercanteggiante: ovvero l'unica idea che si è fatta del mondo è che per creare non ci sia che un modo, lo scambio. Il vero giudice di tutti i valori diventa quindi il mercato che fa anche del lavoro una merce e delle persone un uso commerciale.

 

 La struttura di tale sistema è costituita da una rigida burocrazia in cui l'individuo si spersonalizza e diventa un prezioso dente dell’ingranaggio. Pertanto la persona col suo lavoro si sente profondamente alienata,  nel senso di come è stato usato da Hegel e più tardi da Marx: cioè la persona non vive nell'esperienza delle sue capacità umane, per esempio l'amore, la saggezza, il pensiero, la ragione, il giusto operare, ma trasferisce queste capacità su qualche idolo o qualche forza a lui esterna. E che poi è costretta, per ritrovare un contatto con esse, a sottomettersi completamente alle cose. Ne deriva che nella gerarchia di valori sociali, essendo il capitale e la produzione sfrenata a comandare il lavoro, gli oggetti e le cose inanimate acquistano un valore superiore al potere umano.

 Ma questo intero sistema per sopravvivere necessita di uomini che vogliano consumare sempre di più, i cui gusti siano standardizzati e possano essere facilmente previsti e influenzati. E’ qui che nasce il grosso problema del consumo: esiste infatti la differenza tra un consumo come realtà naturale di necessità e un consumo coatto e promosso dalla voracità. Attualmente, proprio come fosse una persona affetta da bulimìa, l’uomo vive l’impulso dissoluto di consumare sempre di più, a mangiare sempre di più, ad acquistare sempre più, a possedere sempre più, ad operare sempre più cose. Esiste una sovrabbondanza di superfluo altamente cattiva che non contribuisce affatto alla maturità dello sviluppo dell'uomo, ma lo tiene in prigione togliendogli vita e libertà. E non solo questo tipo di consumo diventa altamente nocivo per l'uomo dato che lo distrae dalle sue verità, ma è anche un importante segnale dell'enorme vuoto che sta crescendo dentro la persona moderna. Infatti spesso l'abuso nel mangiare e nell’avere serve per reprimere uno stato d'animo di angoscia o di depressione: si consuma in maniera eccessiva per sottrarsi al proprio disagio. Il consumo ha assunto quindi la funzione generale di una droga, di un tranquillante.

L'uomo di questo secolo si trasforma pertanto in un eterno lattante che non fa che succhiare: succhia sigarette, bibite, conferenze, sapere; tutto viene ingerito in modo passivo, cioè ricettivo. Questi falsi desideri e bisogni nocivi che stanno ammorbando l'uomo, non provengono più da se stesso ma vengono promossi e guidati dall'esterno. Per cui ciò che importa ora nella società odierna è la sensazione di avere molto, perché se si vuole essere migliore bisogna avere il massimo.L'uomo sperimenta se stesso soltanto in base ciò che ha e non in base a ciò che è.

 

 Il protagonista: l’uomo passivo

 

 Secondo una rigida organizzazione e un’assidua propaganda di tali valori sociali, l’uomo si trova a consumare continuamente, a darsi sempre da fare, ad essere sempre indaffarato, a dover sempre a tutti i costi fare qualcosa che abbia uno scopo, magari mirato a un successo o guadagno.

L'uomo diventa così un essere reattivo, un oggetto che segue passivamente un impulso, per lo più fondato sul principio della ricompensa e della punizione. Ma ciò che nell’atmosfera generale viene definita “passività”, è in realtà la più grande delle attività: ovvero un individuo che si ferma, che contempla, riflette, che cerca di assumere coscienza di se stesso, dei propri sentimenti, dei propri stati d'animo, della propria condizione interiore.   Questa è l’autentica attività: un'attività che porta all'espressione delle forze insite nell'uomo, qualcosa che da vita, che fa da levatrice a potenzialità sia somatiche che affettive, intellettuali e artistiche. Mentre la passività è il mero reagire o essere agiti, in quanto l'uomo passivo è colui il quale ha la sensazione di essere ben poca cosa e che riesce a valorizzarsi solo quando consuma o ha qualcosa.

Ma qual’è davvero il sintomo più forte, il classico sentimento dell’uomo moderno passivo che ci indica che siamo passivi e non attivi?  E’ la noia: quella sofferenza di chi non sa che cosa fare di se stesso, di chi avverte come una paralisi senza ragione, un peso inspiegabile. E la risposta dell’uomo passivo a tale noia non sarà un'attività interiore, ma uno dei tanti metodi che questa società propone per sfuggirla, per distrarsi. Non va però dimenticata la spiacevole sensazione che molto spesso si ha tentando di scacciare la noia con un metodo qualunque: una sorta di malessere che si avverte allorché ci si rende conto di non aver usato il tempo ma di averlo semplicemente ammazzato. È davvero paradossale in questa cultura quanto si faccia di tutto per salvare e risparmiare del tempo, e quando poi lo si possiede dopo tanta attesa,  si finisce per ammazzarlo perché non si sa che farsene.

L’uomo d’oggi inoltre avverte chiaramente quell’oppressione da routine che lo trasforma in una parte della forza burocratica che segue schemi prestabiliti, con una velocità prestabilita, in modo predisposto. Ma quando possiede quel misero tempo “libero” a disposizione, lo usa in quel “divertimento” organizzato nello stesso modo, atto a distrarlo e stordirlo. E così questo eterno lattante sarà sempre in attesa di qualcosa che gli procuri soddisfazione e piacere, senza che debba muovere un dito e senza che debba far ricorso alle sue energie e forze; alla fine però si ritroverà stanco, spossato e sonnolento. Quando l’uomo moderno non lavora, vuole lasciarsi andare alla pigrizia, a una specie di relax prettamente legato alla reazione della vita quotidiana: poiché un uomo è obbligato a usare per otto e più ore al giorno la propria energia a scopi che non sono suoi, in modi non suoi ma prescritti a lui dal ritmo del lavoro, si “ribella” con una forma infantile di auto “indulgenza” che non implichi alcuna concentrazione. La psicologia insegna che esiste dentro l'uomo un'enorme forza, forse la passione più grande che esista nel profondo, che è il desiderio di tornare al grembo, al seno materno, il desiderio di tornare in braccio alla mamma, di tornare alla sicurezza primordiale, cioè tutto ciò che protegge, ciò che non obbliga a prendere una decisione. Questo è il comportamento passivo di fuga, verso la capsula protettiva del calore amorevole della madre. Ma è una fuga questa che si fa a spese dello sviluppo personale: e perciò costituisce, in un senso importante, il rifiuto della propria potenziale indipendenza e l’astensione alla scelta.

 

 "Ciò che sono è un nulla; questo procura a me e al mio genio la soddisfazione di conservare la mia esistenza al punto zero, tra il freddo e il caldo, tra il bene e il male, tra la saggezza e la stupidaggine. Paradossale è la condizione umana. Essere significa poter scegliere, anzi essere possibilità. Ma ciò non costituisce la sua grandezza, bensì la miseria dell'uomo. La sua libertà non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. E brancola nel buio, nella costante indecisione senza riuscire ad orientare se stesso e la sua vita in un senso o nell'altro."

 S.Kierkegaard

 

 

Chi è l’uomo attivo che vive la libertà?

 

La persona attiva-produttiva è tale non soltanto nel senso del lavoro fisico, ma nei sentimenti, nel modo di pensare e nelle relazioni con gli altri. Questa persona affronta il mondo attivamente, da padrone, e tutte le sue espressioni del suo essere sono autentiche, nel senso che sono genuine e sue proprie, non gli sono state innestate dall’esterno. La persona produttiva è quella che cerca di progredire nel senso che tenta di sviluppare le sue capacità umane in misura tale che gli consentano di trovare una nuova unità. Vuole trascendere l'esistenza, vuol essere una persona, vuole lasciare nel mondo una traccia di sé, al contrario dell'uomo d’oggi che invece si è rifugiato in una cieca obbedienza d'automa.

Il problema risiede poi nel fatto che è difficile per l'individuo avere piena consapevolezza di questo meccanismo e accorgersi dei danni che sta subendo all’interno del malato contesto sociale. Intanto c'è da considerare l'orgoglio, che rende molto scomoda l'idea di non essere in realtà che una automa, il che provoca una resistenza contro ogni idea di essere manipolati e comandati dai segnali. Vogliamo tutti avere l'illusione di essere noi a prendere liberamente le nostre decisioni.

Quello che accade oggi è che molte persone non pensano mai: hanno l'illusione di essere loro a pensare ma in realtà c'è una cosa dentro di loro che pensa. E che cos'è questa cosa? Sono i mezzi di comunicazione di massa, l'atmosfera generale, quello che viene strategicamente divulgato all'interno del proprio ambiente. Ma se queste persone non sono altro che fantocci, se non hanno convinzioni, se non hanno un solo sentimento autentico, allora non possono più definirsi persone, ma devono nascondersi dietro una maschera o dietro un idolo.

 Viene sempre espresso oggi che l'individuo per essere soddisfatto abbia bisogno solamente di soddisfare i suoi requisiti fisiologici, è evidente che le cose non stanno affatto così.  A parte infatti l'aspetto pratico e utilitaristico, l’uomo è assetato di tutt'altro: anela a un'attività intensa e vera come creatività, plasmazione, sviluppo di forze a lui congenite. Se l'uomo si riduce solamente a una cosa, e vive semplicemente per avere anzichè essere, allora decade e la sua esistenza vi appare priva di senso e diviene sofferenza.
Per questo è vitale svegliare la propria coscienza iniziando ad avere quel senso dell'identità che ci è stato tolto: il senso cioè di essere sinceri con se stessi, insomma di essere se stessi, di essere uomini. Questo vuol dire avere un senso del mio io che si fonda su un'esperienza autentica di me stesso con il centro e il soggetto delle mie capacità umane.
Avere coscienza di sé significa appunto avere la consapevolezza di esistere, di vivere, di essere attivi.

 

«Noi nasciamo due volte, per così dire: nasciamo all'esistenza ed alla vita; nasciamo come esseri umani e come uomini.»

Jean Jacques Rousseau

 

Conclusioni

 

Avviene perciò che l'uomo moderno viene staccato da se stesso, dai suoi simili e dalla sua natura; è stato trasformato in un oggetto e le sue forze vitali in un investimento, le sue relazioni umane sono essenzialmente quelle degli automi. La routine, la burocrazia, l'industria del divertimento permettono alle persone di restare inconsce ai loro fondamentali desideri umani e le rendono inconsapevoli della loro immensa disperazione. Infatti l'uomo in questa mortale ragnatela si dimentica di essere un uomo e vive un'unione superficiale con la realtà che aumenta maggiormente l'ansia della sua solitudine.

 

 Il futuro della civiltà dipende dalla capacità dell’uomo di ritornare al vero umanesimo.

 

Questa società ha portato con sé l'illusione dell'indipendenza facendo credere che lo sviluppo della tecnica abbia dato maggior libertà all'uomo, ma in realtà lo ha schiavizzato facendolo diventare sempre più un ingranaggio di una macchina. Questo falso progresso che ci viene spacciato come verità sta uccidendo l'uomo e sempre più nasce la necessità di riprendersi la vita. Bisogna pertanto prendere una decisione, fare un’importante scelta: il pensiero, la vita, le abitudini devono subire un mutamento sostanziale, verso un'intimità più vicina alla vita che renda se stessi più vitali e liberi.

Ma nel concetto di libertà vi è inerente quello di responsabilità. L'uomo d'oggi è un uomo ammalato e probabilmente cieco di fronte alla sua angoscia; ma ogni singolo individuo dovrebbe tentare di tirare le somme, partendo dal presupposto che la vita è di breve durata e dunque se ci si vota alla superfluità, che in fin dei conti genera povertà e penuria, si soffocherà la ricchezza che si porta dentro e che aspira ad attuarsi.
L’uomo non può vivere, ma si smarrisce e cade in preda all'infelicità qualora ignori il principio di fungere per se stesso da guida nell'esistenza. Ed esso non può essere imposto dal di fuori: l'uomo deve ricavarlo da se stesso. Se le false voci esterne si fanno in lui troppo clamorose, può accadere che la voce interiore della coscienza umanistica ne resti soffocata, e allora qualcuno può davvero convincersi che, morto Dio, tutto è permesso.
Qualunque cosa si rischi o sacrifichi andando contro il pensiero comune della società odierna, è infinitamente irrisoria rispetto all'enorme lesione che si subirebbe come esseri umani, restando inerti. Dalla decisione di farsi assassinare ogni giorno che si trascorre vanamente o levarsi dalla paura e prendere coscienza di sé, dipende il futuro dell'umanità.


 

Discorso di C.Chaplin ne “il Grande Dittatore”

 

"Noi tutti vogliamo aiutarci vicendevolmente. Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere della reciproca felicità, ma non della reciproca infelicità. Non vogliamo odiarci e disprezzarci. Al mondo c'è posto per tutti. E la buona terra è ricca e in grado di provvedere a tutti.
La vita può essere libera e bella, ma noi abbiamo smarrito la strada: la cupidigia ha avvelenato l'animo degli uomini, ha chiuso il mondo dietro una barricata di odio, ci ha fatto marciare, col passo dell'oca, verso l'infelicità e lo spargimento di sangue. Abbiamo aumentato la velocità, ma ci siamo chiusi dentro. Le macchine che danno l'abbondanza ci hanno lasciato nel bisogno. La nostra sapienza ci ha resi cinici; l'intelligenza duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d'intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.
L'aereo e la radio ci hanno avvicinati. E' l'intima natura di queste cose a invocare la bontà dell'uomo, a invocare la fratellanza universale, l'unità di tutti noi. Anche ora la mia voce raggiunge milioni di persone in ogni parte del mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che costringe l'uomo a torturare e imprigionare gli innocenti. A quanti possono udirmi io dico: non disperate. L'infelicità che ci ha colpito non è che un effetto dell'ingordigia umana: l'amarezza di coloro che temono la via del progresso umano. L'odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno e il potere che hanno strappato al mondo ritornerà al popolo. E finché gli uomini non saranno morti la libertà non perirà mai.
Soldati! Non consegnatevi a questi bruti, che vi disprezzano, che vi riducono in schiavitù, che irreggimentano la vostra vita, vi dicono quello che dovete fare, quello che dovete pensare e sentire! Che vi istruiscono, vi tengono a dieta, vi trattano come bestie e si servono di voi come carne da cannone. Non datevi a questi uomini inumani: uomini-macchine con una macchina al posto del cervello e una macchina al posto del cuore! Voi non siete delle macchine! Siete degli uomini! Con in cuore l'amore per l'umanità! Non odiate! Solo chi non è amato odia! Chi non è amato e chi non ha rinnegato la sua condizione umana!
Soldati! Non combattete per la schiavitù! Battetevi per la libertà! Nel diciassettesimo capitolo di san Luca sta scritto che il regno di Dio è nell'uomo: non in un uomo o in un gruppo di uomini ma in tutti gli uomini! In voi! Voi, il popolo, avete il potere di rendere questa vita libera e bella, di rendere questa vita una magnifica avventura. E allora, in nome della democrazia, usiamo questo potere, uniamoci tutti. Battiamoci per un mondo nuovo, un mondo buono che dia agli uomini la possibilità di lavorare, che dia alla gioventù un futuro e alla vecchiaia una sicurezza.
Promettendo queste cose i bruti sono saliti al potere. Ma essi mentono! Non mantengono questa promessa. Né lo faranno mai!
I dittatori liberano se stessi ma riducono il popolo in schiavitù. Battiamoci per liberare il mondo, per abbattere le barriere nazionali, per eliminare l'ingordigia, l'odio e l'intolleranza. Battiamoci per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso conducano alla felicità di tutti. Soldati uniamoci in nome della democrazia!"

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 18/09/2009

Chi è l’uomo?

 

 Non è esattamente corretto parlare di che “cos'è l'uomo”, in quanto non si parla di un oggetto, bensì è più esatto definire “chi è l'uomo”. Egli è un essere vivente, unico e irripetibile, coinvolto in un perenne processo di sviluppo. E come ci insegnano gli esistenzialisti, differentemente dagli altri animali che agiscono d’istinto ed utilizzano il pensiero esclusivamente per soddisfare i propri bisogni, l'uomo dal momento in cui nasce, ha di fronte il problema dell'esistenza. Una questione rivelata forse anche dall'enigma della sua natura complessa e da quel senso di vuoto insito da sempre. E nel tentativo di chiarire tale mistero, l'uomo avrà a che fare nel corso della vita, volontariamente o no, con un'affannosa ricerca di una verità che possa essere la soluzione al suo problema.

Sicché, la domanda “chi sono io?” avrà soltanto una risposta e se non si vuol cadere nell'errore di trattare l'uomo come una cosa, sarà: “io sono un uomo”. Ma capita spesso che l’uomo venga trasformato in qualcos’altro: soprattutto nella società odierna dove la sua identità  è stata deformata solamente in un oggetto industriale o in una funzione sociale, o comunque in una delle tante immagini illusorie con cui viene malamente surrogata.

L'essere umano, quindi da considerarsi in quanto tale, è condizionato per natura da vari fattori: ci sono gli impulsi di origine biologica come l'istinto di sopravvivenza, il bisogno di placare la fame e  sete, di protezione e, in diversa misura, di sessualità. Poi c'è tutto il patrimonio delle passioni, ovvero la componente emotiva fortemente influenzata anche dal contesto sociale in cui emerge l'individuo. Questi impulsi istintivi sono comunque guidati e regolati dalla ragione, anche se la forza delle passioni nell'essere umano può essere tale da prevalere anche sull'istinto di sopravvivenza. E infine esiste quel “quid”, quel qualcosa di misterioso che ha assunto nel corso del tempo svariati nomi, come dalla scienza/psicologia “inconscio”, dalle religioni “anima”, dalla filosofia “essere”… ovvero quella componente incerta che, assieme al bagaglio morale, diventa la “coscienza”. In essa probabilmente risiede quel segreto che mette l'uomo di fronte alla sua sete di verità e che lo guiderà nelle sue scelte. Esiste infatti nell'uomo un bisogno di trascendenza radicato nella sua insoddisfazione del ruolo di creatura che non sa rassegnarsi a essere un dardo gettato fuori dal bicchiere

Si può dire quindi che l'uomo, oltre a subire un determinismo di tipo biologico (un concetto secondo il quale lo sviluppo dell'uomo è fortemente influenzato dalle predisposizioni biologiche, nel senso dell'aspetto animale come aspetto dominante) e di tipo culturale (l'uomo come un prodotto del tipo specifico della cultura in cui vive e il proprio sviluppo della personalità come un apprendimento del ruolo della società in cui è nato), possiede un “autodeterminismo individuale” che gli permetterà di costruire se stesso.

Se si considera l’uomo omettendo anche solo una di queste componenti, il quadro che ne risulterà sarà angusto e manchevole. Sintetizzare queste diverse qualità per trovarne “un’unità” richiede comunque fatica e volontà, ma ogni modalità di comportamento che non servirà allo sviluppo e alla piena attuazione dell'uomo, esige un prezzo. Di norma, a parte condizioni geneticamente patologiche, l'uomo nasce psicologicamente sano e in uno stato “armonico”. E’ piuttosto la realtà esterna ad esso, come quella sociale, magari impregnata di falsità come la nostra, a deformarne la condotta; soprattutto negli individui più passivi e deboli che invece di seguire la voce della coscienza plasmata criticamente secondo ragione, si lasciano ingannare da falsi valori o ideali, creati appositamente da “altri” per propri fini. Per esempio, senza andare troppo nel dettaglio in quanto sarà argomento successivo, alcuni dei valori fondamentali della società odierna sono profondamente in conflitto con il benessere autentico dell'uomo:

 

  • Lo sfruttamento smodato della natura:

da sempre l'uomo ha plagiato la natura per i suoi bisogni, altrimenti sarebbe morto da un pezzo, ma nell'antichità lo faceva solo per necessità. Mentre oggi il fine generale è diventato la produzione dell'eccesso, del superfluo, ovviamente con l’aiuto smisurato della tecnica.

 

  • Lo sfruttamento e il dominio dell'uomo verso i suoi simili:

l’idea cannibalistica di dominare gli altri uomini, anche se a volte sotto il sottile velo dell’imposizione-punizione/ricompensa, trasforma l’uomo in un articolo di consumo per quelli, nella gerarchia sociale, più in alto di lui.

 

  • L’avere come fine ultimo il profitto economico e non il benessere umano:

La brama del possesso personale, la corsa sfrenata al consumo (per sentirsi vivi e colmare vanamente il vuoto), il guadagno come indicatore di comportamento economico coronato dal successo, sono diventati una misura di capacità e abilità.

 

  • La legge della sopravvivenza e della competitività:

“Domina il prossimo tuo prossimo per non essere dominato” è lo slogan comune.

All'attività di collaborazione “alla pari” e in uguaglianza, s’è sostituita una squallida gara per il potere, ove la maggior produzione è l’obiettivo in una lotta in cui i più deboli vengono schiacciati dai più forti

 

E’ la verità che rende libero l’essere umano, perciò soltanto prendendo coscienza delle forze che agiscono internamente ed esternamente ad esso, potrà conquistare quella libertà di cui necessita per il proprio sviluppo e completezza.

 

“Noi siamo liberi solo quando i nostri atti nascono da tutta la nostra personalità umana, quando la esprimono, quando hanno quella indefinibile rassomiglianza con essa che talvolta si trova tra l’artista e l’opera.”

 H.Bergson – Scritti filosofici

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 18/09/2009

Appunti estrapolati dagli scritti frommiani (I parte)

Viaggio intorno all'uomo

Introduzione

 

Prima di dare una direzione a quella che sarà la propria vita, decidere come viverla e cosa fare di se stessi, occorre costruirsi le basi. Ovvero tutto il profilo morale, sociale, religioso, psicologico, biologico, ecc. che costituiranno le fondamenta dell’intera struttura della persona umana. Ma prima ancora di sviluppare idee nuove o ripescarne delle vecchie, è di vitale importanza capire a fondo che cos'è l'uomo e di cosa ha davvero bisogno, e tentare di penetrare quel celato mistero di cui è padrone. Ovviamente l'impronta genetica di ogni uomo è differente e pertanto le direzioni di ciascuno saranno altrettanto diverse, ma sono fermamente convinto che ogni forma umana abbia delle costanti imprescindibili, che se assenti nel corso della vita, possano provocarne la rovina.

Nascendo, l'uomo ottiene il dono più prezioso, la vita, ma la responsabilità verso se stesso di cosa ne farà vivendo, è di una questione altrettanto importante. Il tempo scorre inesorabile e la cara “Signora con la falce” è costantemente in agguato, pronta in ogni istante a mettere termine a tutto. A questo punto, valorizzare appieno la propria esistenza o ignorare quella voce inquieta che anela alla pienezza, alla bellezza, alla felicità, proveniente universalmente da ogni natura umana, è la scelta di ciascuno, come di fronte ad un bivio.

L'uomo possiede una straordinaria bellezza, divina oserei dire, ma è compito di ognuno scegliere se vivere in conformità ad essa, o tradirla.

 

“La coscienza è la facoltà insita nell’uomo di contrapporsi a Dio. Essa ci fa uscire dall’insopportabile solitudine dell’assurdo, ci mette in contatto col senso delle cose, con la loro essenza, con l’eternità. Difficile è la via che porta l’uomo verso la propria coscienza, quasi tutti vivono costantemente in urto con tale coscienza, vi si ribellano, si caricano di pesi sempre più gravi, muoiono a forza di soffocarla, la loro coscienza, ma a ciascuno e in ogni momento, al di là dei dolori e delle disperazioni, resta aperta quella via silenziosa che dà senso alla vita e allevia la morte.”

 

H.Hesse

Da Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo il 18/09/2009

La verità è simile a Dio: non si rivela direttamente; dobbiamo indovinarla dalle sue manifestazioni.

 Goethe

 

 Prefazione

 

La vita per me è sempre stata un grande fardello.

Ovunque mi portassero le mie gambe irrequiete o qualsiasi cosa fossi ostinatamente impegnato a fare, un'inquietudine misteriosa accompagnava costantemente i miei giorni, tenace e perentoria come un'ombra. E probabilmente, è la stessa malevola compagna di sempre a guidare la penna che ora la mia mano sta impugnando, quasi come volesse trasformarla in una spada pronta a trafiggerla. Quest'antica presenza infatti, assomiglia ad un malessere costante, come un senso di turbamento generale, un'aspra inquietudine che attanaglia l'animo senza tregua. Ebbene, saper trovare la causa di questo “morbo” o rivelarne qualcosa di più preciso sulla sua radice, non mi è possibile, ma sentirne l'effetto prodotto su me stesso, questo sì, mi è ben noto. E allora come un infante che per la prima volta apre gli occhi, anch'io inizio a osservare con uno sguardo che desideri penetrare il tutto nella sua intima profondità. Una profondità che rispecchi autenticamente la realtà e che possa essere il frutto di una conoscenza genuina che miri alla verità.

Per dare sapore ad un’esistenza intera che altrimenti sarebbe presto divorata avidamente dal tempo, è necessario mantenere la propria “coscienza” sempre vigile. Ognuno possiede una personale porzione di tempo: spetta però solamente a ciascuno se sprecare tale preziosa risorsa dietro a false illusioni che assassinano l'uomo prima del tempo, oppure vivere autenticamente in conformità alla propria natura umana.

Credo sia questo l'importante ammonimento che quotidianamente quello “strano morbo” lancia ad ogni uomo; è una voce che incessantemente grida di stare sempre attenti, perché consapevoli o no, la linea che separa l'angosciante oblio del nulla dalla straordinaria bellezza del vivere, è davvero sottile.

Esiste nell'uomo una verità misteriosa e accuratamente celata che col tempo sembra adombrarsi ininterrottamente, ma nulla possiede più valore che scoprirla e viverla.

  

Theodore il poeta

Da ragazzo, Theodore, sedevi per lunghe ore
sulle rive del torbido Spoon
con gli occhi profondi fissi sulla tana del gambero,
aspettando che apparisse spingendo la testa,
prima le antenne ondeggianti, come fili di fieno,
e poi il corpo, colorato come steatite,
gemmato con occhi di giada.
E ti domandavi, come rapito,
che cosa sapeva, che cosa desiderava, e perché mai vivesse.
Ma più tardi guardasti uomini e donne
nascosti nelle tane del fato fra grandi città,
osservando le loro anime uscire,
in modo da poter vedere
come vivevano, e per che cosa,
e perché strisciassero così affaccendati
sulla distesa di sabbia dove l’acqua vien meno
quando l’estate declina.


Edgar Lee Masters, da “Antologia di Spoon River"

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