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Riduci Diario del Sottosuolo

Portale dedicato a tutti i cercatori che necessitano di un pò di materiale per formarsi e nutrirsi... una specie di compendio di ricerca personale condiviso

Questo è il luogo in cui prorompe la voce di un’anima assetata di verità che vive la propria affannosa ricerca nel “sottosuolo” di se stessa, scavando attraverso l’enigma dell’esistenza, l’infinito della conoscenza, l’irraggiungibile bellezza dell’arte e i tortuosi meandri della società, con la brama di riportare alla luce autentici tesori depositari di verità dimenticate. Riflessioni, intuizioni, confessioni dal profondo rimaste inespresse ...

Inviato da: Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo
02/10/2009

(IVc) Il fallimento educativo della famiglia e la scuola

L'educazione, che in teoria si occupa di formare l'individuo in base a ciò che si crede "giusto e vero", rispetto a questo tipo di società cannibalistica diventa anch'essa un mezzo che plasma in nome della sopravvivenza e del conformismo sociale. Quindi invece che la fratellanza, l'umanità, la solidarietà e la collaborazione, viene insegnato al giovane che si sta per introdurre in società di dovercela fare da solo a tuttii i cosi, di sopraffare gli altri per vincere, di puntare ad arrivare e non a costruire. In questo modo si crea però un individualismo conservatore che rinchiude ognuno in un isolamento coatto, invece che sviluppare le basi per una comunità che va avanti tramite la collaborazione e le relazioni umane.

La famiglia

In questo drammatico prospetto sociale/culturale anche i genitori spesso non forniscono un’adeguata educazione ai figli, sostituita malamente dal tentativo di colmare il vuoto attraverso le cose, l’abbondanza superficiale e nociva. Così come il rapporto genitore-figlio si riduce ad un arido colloquio in cui la comunicazione con l'altra generazione viene a mancare aumentando maggiormente l'enorme baratro che li separa. Il dialogo si limita alle formalità e a mantenere un "equilibrio" apparente in famiglia fatto di "informazioni sull'andamento scolastico" e di "ora di rientro alla sera", ma senza un’attenzione e una comprensione piena, si può essere due sconosciuti e abitare sotto le stesso tetto.

Così invece che comunicare quella vitalità e moralità di cui avrebbe bisogno il cuore del ragazzo e quei punti di riferimento che potrebbero salvarli, i genitori si impegnano di più ad “incastrare” meglio i figli in questo marcio sociale, trasformandoli in individui sempre più disumanizzati ma seri, dignitosi e professionali. D’altronde meglio conformarli al gregge e vederli infelici che correre il rischio di diversificarli e renderli così “inadeguati”. E quanto è poco il tempo che il genitore trascorre con il figlio: sempre affaccendato e occupato dietro al guadagno lavorando ore ed ore, dimentica quanto sia importante condividere quantitativamente il tempo assieme . Tutto ciò avvicina sempre più il giovane alla disperazione e al vuoto che già lo avvolge e lo si allontana ulteriormente dalla sua interiorità e “sete d’amore” che nemmeno in famiglia sembra trovar appagamento.

E così il modo di vivere dei giovani rispecchia il loro smarrimento: le relazioni diventano aride, quasi inesistenti, la comunicazione quando non è fittizia (virtuale) è assente e la sensibilità emotiva risulta azzerata, fredda, incapace di rispondere ai più elementari stimoli. Senza nemmeno la famiglia come punto di riferimento, i giovani risultano essere altamente impreparati alla vita, senza stimoli o desideri, impotenti emotivamente, poveri di cultura e soprattutto soli, senza nessuno che possa aiutarli.

 

LA NUOVA INFANZIA

"Ma l'evoluzione verso una socializzazione dei servizi svolti dalla famiglia incide in maniera particolare sulla condizione del bambino. E indubbio che il bambino è sempre meno 'in famiglia', e questo sia per ragioni di istruzione, sia perché la donna esce dalla casa e quindi di necessità se ne occupa meno. Questo bambino sarà diverso da quello delle generazioni precedenti, la presenza dei genitori sarà a volta a volta meno importante o più desiderata (in maniera più o meno struggente) proprio perché si tratterà di genitori assenti. Nei limiti in cui non sarà possibile procurare al bambino validi sostituti affettivi dei genitori, la condizione del bambino sarà di maggiore insicurezza psicologica, con una maggiore tendenza alla nevrosi. Sarà inoltre, da adulto, un uomo diverso, con un altrettanto diverso atteggiamento verso la famiglia di origine e l'istituzione familiare. Comunque, lo scarico del bambino sulla società è una realtà e spinge in questa direzione anche il fatto che il bambino è meno centrale, meno importante nella vita della nuova coppia, anche se (per ragioni biologiche e psicologiche fondamentali» non può essere 'sradicato' Comunque, la coppia ha una vita sessuale, ludica, affettiva molto articolata e non necessariamente centrata sul bambino." (S. Acquaviva, La famiglia nella società contemporanea, in AA.VV, Ritratto di famiglia degli anni '80, Laterza, Roma-Bari 1981; pp. 24-25.)"

 

La scuola

Se la società e la famiglia mancano nel dare un orientamento educativo ai ragazzi, la scuola non è da meno con il suo freddo rigore disciplinare e con l’indifferenza che pone di fronte ad un ragazzo visto semplicemente come un contenitore da riempire di nozioni. Innanzitutto il metodo d’insegnamento vive la stessa freddezza con cui agisce la stessa tecnica dominatrice della società: nozioni su nozioni assolutamente disanimate vengono inculcate in modo meccanico per riempire la testa di un ragazzo di cose che probabilmente moriranno il giorno dopo. Nozioni che senza uno stimolo emotivo da parte dei ragazzi, diventano informazioni assolutamente inutili come i libri che devono studiare, pagine e pagine scritte con un lessico spogliato della più minima emotività e vitalità, testi morti da apprendere a memoria che non coinvolgono minimamente l’interesse. Ma come ridurre lo studio, la conoscenza, il sapere a qualcosa di freddo, di meccanico che invece d’arricchire veramente la persona e di porla in una situazione interiore d’attività, la soffocano nella passività più noiosa? La conoscenza e la “filosofia” nell’accezione pura del termine (come amore per il sapere) nascono prima di tutto dall’interesse, dalla curiosità, o in generale da un movimento emotivo precedente. Sarebbe assolutamente impossibile interiorizzare e comprendere veramente se non vi fosse quest’interesse emotivo che spinge non solo a capire ma anche ad interiorizzare: infatti la volontà, a meno che non si riduca ad una coercizione o un “imparare a memoria” per l’appunto, non può esistere senza un legame emotivo. L’insegnante dimentica che ha a che fare con delle persone, tra l’altro quella tipologia ben precisa che sta vivendo un periodo delicatissimo della vita, dato che vede lo scolaro solamente in base al profitto che ottiene e con questo metro lo giudica. Ma così si valuta la persona quantitativamente, senza nemmeno tener conto di tutto il bagaglio qualitativo che fa parte della crescita giovanile come la creatività, il sentimento, la partecipazione emotiva… che valorizzano soggettivamente ogni essere umano.

Per non parlare poi del rapporto fortemente autoritario tra studente-professore: invece che sviscerare le capacità dell’alunno e cercare di alimentarne l’autostima, l’insegnante tende a creare un clima di diffidenza e paura che gli permetta di gestire e controllare meglio la classe, il più delle volte umiliando e terrorizzando con il metodo della punizione/ricompensa. Anzi, meno la classe solleva problemi, pone domande e si mostra viva e umana, più il professore sembra soddisfatto per la facilità con cui impartirà nozioni senza resistenze. In questo modo lo studente studierà più per la paura dell’umiliazione e per il profitto  che per un atto di volontà interiore. Ma questa allora è solo una perdita di tempo, perché se la scuola non aiutai  giovani a esprimere meglio la loro energia, a dargli i mezzi per progetti e idee, non alimenta i loro interessi e arricchire autenticamente la loro conoscenza, aignifica che estingue la loro vitalità con quel clima soffocante che li stronca in partenza. Il sapere deve servire per migliorare la vita, non per schiacciarla, e dove il profitto e la conoscenza diventano l’ansia dello scopo e il voto, il mero metro di giudizio, allora la scuola mortifica, livella ogni personalità e toglie la soggettività di grandissime potenzialità nascenti. Tutto ciò altro non fa che amplificare ancor più quel senso di inadeguatezza e di non appartenenza ove la comunicazione, che dovrebbe esserci sempre, nel bene e nel male, viene bruscamente interrotta da un metodo che rende il tutto astratto, lontano e coercitivo.

La scuola non cambierà finchè non si prende atto che non esiste istruzione senza educazione, che tutte le nozioni oggettive che vengono imposte non servono assolutamente a nulla, quando non sono nocive, se non viene prima aiutato il ragazzo a crearsi quell’identità/autostima necessaria per maturare e apprendere. La scuola non dev’essere solo un metodo attraverso il quale il giovane viene preparato e “modellato” secondo le modalità comportamentali di sottomissione e disciplina funzionali alla gerarchia del mondo del lavoro. Questa corrispondenza tra mondo del lavoro e istruzione stimolerebbe infatti non le capacità dell’individuo a svilupparsi, ma l’attività utilitaristica e strumentale della società che, come lo studente che studia per la ricompensa/punizione del voto, associa il successo economico a determinate competenze professionali. L’insegnamento esige un’attenzione e una sensibilità straordinaria, soprattutto in questo periodo d’età delicatissimo, ma raramente l’insegnante si pone ad ascoltare e parlare coi ragazzi per imparare meglio a conoscerli. La maggior parte delle volte l’insegnante e il ragazzo diventato due assoluti sconosciuti in cui uno riconosce il valore e identità dell’altro attraverso un semplice e banale voto; ma non è possibile trascorre 6 ore in mezzo a ragazzi che non si sa nemmeno chi sono, cosa pensano e quali problemi hanno, e pretendere di formarli. La maturazione intellettuale non può esistere senza quella emotiva, e se davvero la scuola, che in teoria dovrebbe essere il più alto sistema educativo, vuole davvero aiutare i giovani a toglierli dal loro vuoto e dalla loro angoscia e non continuare ad aumentare la lontananza che hanno col mondo e la realtà, allora è necessario che inizi ad avvicinarsi drasticamente cambiando totalmente le carte in tavola. Come ci insegnavano i Greci l’arte del vivere consiste nel riconoscere se stessi e le proprie capacità e nell’esplicarle nel modo migliore; la scuola d’oggi elimina questa possibilità e mostra chiaramente la miseria del vuoto, della gerarchia e della freddezza in cui saranno immersi i ragazzi di una società che mira alla sopravvivenza e dove tutto viene fatto a scopo utilitaristico.

P.S: (Consiglio di vedere il film “La classe” di Laurent Cantet, Palma d’oro, uscito al cinema poco tempo fa.)

 

LA PROFEZIA CHE SI AUTOADEMPIE

"Un interessantissimo studio condotto alla fine degli anni '60 del '900 dagli psicologi Robert Rosenthal e Leonora Ja-cobson dimostrò l'esistenza di un rapporto assai stretto fra aspettative degli insegnanti ed effettiva resa scolastica dell'alunno. Prendendo alcuni nominativi a caso, i ricercatori spiegarono alle maestre che da un nuovo test di intelligenza era emersa la superiorità intellettuale di quei bambini. "Dopo il primo anno dall'esperimento si riscontrò una significativa aspettativa di profitto, specialmente consistente per i bambini messicani, il cui vantaggio fu evidente nei punteggi di Q.L Dopo il secondo anno, quando questi bambini ebbero una maestra diversa, i più piccoli persero il vantaggio dell'effetto-
aspettativa, ma i più.grandi lo mantennero." (R. Rosenthal, L. Jacobson, Pigmalio-ne in classe, Franco Angeli, Milano 1972). Non solo: interrogate in proposito, le maestre erano concordi nel ritenere quei bambini come più felici, più curiosi, più simpatici, meglio adattati e più affezionati degli altri. I dati della ricerca mostrarono tuttavia che ciò avvenne non tanto perché i docenti dedicavano più tempo e maggiori energie ai ragazzi considerati più dotati, quanto piuttosto perché le aspettative dei docenti furono probabilmente comunicate in maniera involontaria mediante sguardi, tono di voce, domande, che influivano sulla concezione di sé del bambino e conseguentemente sul suo rendimento."

 

"La scuola deve fare qualcosa di più che evitare di spingere i giovani al suicidio. Essa deve creare in loro il piacere di vivere, e offrire appoggio e sostegno in un periodo della loro esistenza in cui sono necessitati dalle condizioni del proprio sviluppo a allentare i legami con la casa paterna e la famiglia. Mi sembra incontestabile che la scuola non faccia ciò, e che per molti aspetti rimanga al di sotto del proprio compito, che è quello di offrire un sostituto della famiglia e di suscitare l'interesse per la vita che si svolge fuori, nel mondo. Non è questa l'occasione di fare una critica della scuola nella sua attuale struttura. Mi sia tuttavia consentito di mettere l'accento su un singolo punto. La scuola non deve mai dimenticare di avere a che fare con individui ancora immaturi, ai quali non è lecito negare il diritto di indugiare in determinate fasi, seppur sgradevoli, dello sviluppo. Essa non si deve assumere la prerogativa di inesorabilità propria della vita; non deve essere più che un gioco di vita."

S.Freud

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