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Riduci Diario del Sottosuolo

Portale dedicato a tutti i cercatori che necessitano di un pò di materiale per formarsi e nutrirsi... una specie di compendio di ricerca personale condiviso

Questo è il luogo in cui prorompe la voce di un’anima assetata di verità che vive la propria affannosa ricerca nel “sottosuolo” di se stessa, scavando attraverso l’enigma dell’esistenza, l’infinito della conoscenza, l’irraggiungibile bellezza dell’arte e i tortuosi meandri della società, con la brama di riportare alla luce autentici tesori depositari di verità dimenticate. Riflessioni, intuizioni, confessioni dal profondo rimaste inespresse ...

Inviato da: Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo
30/01/2010

(VII) La voce del silenzio


(VIIa) Prefazione

 

Che cos’è il silenzio? E’ una domanda che ci si pone oramai quando, nella disperata confusione del mondo affollato di stonature e distrazioni, per sbaglio ci si ritrova soli in mezzo ad un apparente stato di vuoto, con la sensazione di essere lontani da tutto. Magari ci capita mentre stiamo aspettando qualcuno, alla fermata dell’autobus, poco prima di addormentarsi sotto le coperte, o semplicemente quando arriviamo a casa e, chiusa la porta alle spalle, finiamo nella nostra cameretta accogliente.

 

Ed è proprio in quei momenti di “vuoto e solitudine” che una strana e amara sensazione  improvvisamente ci piomba addosso, quasi come volesse sorprenderci in un momento di debolezza e vulnerabilità. Dopo solo qualche minuto in compagnia del silenzio, esso ci diventa talmente fastidioso da spingerci ad allontanarlo con una delle tante distrazioni che la casa ha da offrici. Ma quale errore si commette fuggendolo: in verità nulla stilla più significato che imparare a guardare in faccia questo nuovo ospite inatteso e molesto, capace di possedere una voce talmente sonora e violenta da far terribilmente paura. Inizia subito come un mormorio seccante e subito trascurabile, ma alla lunga finisce per irrompere in un monito incessante puntato ad impegnare tutta l’attenzione di cui siamo capaci. E allora ci carpisce, ci rende totalmente assorti in qualcosa, ci sveglia; d’un tratto iniziamo a sentire, sentire cose che non avevamo mai percepito prima: il pensiero che in tutta la sua vitalità appare cristallino e vivo, il respiro profondo e solenne che diventa la nuova clessidra dell’anima, quei suoni attorno a noi talmente flebili da esser sempre risultati impercettibili.

 

Ci obbliga a ripiegarci in noi stessi e a gettare gli occhi in fondo a quell’immenso abisso che ci abita ed è in grado di spalancare quelle porte tenute accuratamente chiuse, guardiane di chissà quali segreti. E in quel baratro buio come la notte e vasto quanto il deserto, lentamente scorgiamo un’immagine informe, qualcosa di cui ne percepiamo nettamente la presenza ma a cui non riusciamo a darei un nome e un senso. Come se avessimo stabilito per la prima un contatto diretto e intimo con una nuova dimensione del nostro essere, l’anfratto più autentico e profondo di noi stessi, depositario di una verità ora totalmente nuda, esposta, viva.

Diventa allora possibile prendere consapevolezza della propria esistenza e del pesante bagaglio di domande e aneliti di cui è fatta la vita, percepire le sfumature più sottili di tutta la totalità del nostro complesso essere, costruire i pensieri più sublimi e veritieri, ma soprattutto avere l’illusione di scorgere nel chiarore di una tiepida preghiera, quello che sembra essere il riflesso di Dio. Un dialogo muto che diventa l’unico mezzo col quale poter afferrare anche solo per un istante Lui, la Sua presenza.

 

"Dov'è l'amico che il mio cuore ansioso
ricerca ovunque senza avere mai riposo...

Finito il dì ancor non l'ho trovato
e resto sconsolato...

La Sua presenza è indubbia ed io la sento
in ogni fiore e in ogni spiga al vento...

L'aria che io respiro e dà vigore
del Suo Amore è piena.

Nel vento dell'estate
la Sua voce intendo"


Ingmar Bergman, Il posto delle fragole, 1957

 

E in una lunga e intensa contemplazione, quasi come per un istante si fosse riusciti ad abbracciare l’Assoluto, allora forse l’animo diviene partecipe di quella pienezza tanto bramata e misteriosa. Una volta destati da quell’atmosfera nuova di silenzio onirico, è facile durante la giornata accorgersi che qualcosa di quella discesa dentro di noi stessi è rimasto, come un’esperienza nuova appena conclusa di cui se ne conservano le emozioni e le riflessioni. Quest’orma che inconsapevolmente diventa traccia dentro di noi è una nuova consapevolezza del significato delle cose, l’attenzione sottile e sensibile con cui il nostro sguardo si poserà sul mondo. E solo con questa contemplazione attenta il nostro animo potrà ritrovare le proprie risposte di quel grande misterioso interrogativo che è l’uomo e il mondo.

 

“Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell'Oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi. Non li meraviglia ch'io parlassi di tutte queste cose senza vederle con gli occhi; eppure non avrei potuto parlare senza vedere i monti e le onde e i fiumi e gli astri che vidi e l'Oceano di cui sentii parlare, dentro di me, nella memoria tanto estesi come se li vedessi fuori di me. (…)

Tardi ti amai, bellezza cosí antica e cosí nuova, tardi ti amai. Sí, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lí ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai' e ho fame e sete'; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace.“

Dalle Confessioni di Sant’Agostino d’Ippona.

 

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