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Riduci Diario del Sottosuolo

Portale dedicato a tutti i cercatori che necessitano di un pò di materiale per formarsi e nutrirsi... una specie di compendio di ricerca personale condiviso

Questo è il luogo in cui prorompe la voce di un’anima assetata di verità che vive la propria affannosa ricerca nel “sottosuolo” di se stessa, scavando attraverso l’enigma dell’esistenza, l’infinito della conoscenza, l’irraggiungibile bellezza dell’arte e i tortuosi meandri della società, con la brama di riportare alla luce autentici tesori depositari di verità dimenticate. Riflessioni, intuizioni, confessioni dal profondo rimaste inespresse ...

Inviato da: Stefano Andreoli - Diario del sottosuolo
09/02/2010

(VIIb) Medley sul silenzio

(Residui di Natale)

Pubblicazione dell'articolo di una persona a me molto cara, grazie Lisa.

 

Mai come da quando sono qua, se penso al tempo di Natale mi viene in mente il silenzio: niente musichette stonate e metalliche che escono dai bigliettini d’auguri, niente campane né campanellini tintinnanti, niente “Jingle Bells” in piazza o nei centri commerciali, niente canzoncina della pubblicità Coca-Cola che fa gli auguri per tv. Solo silenzio. Sarà per via del letargo in cui sprofondiamo tutte il 25 dicembre dopo i postumi delle quattro ore di sonno? Saranno state le nevicate abbondanti e i ritiri in tempo di avvento? Mah. Fatto sta che anche quest’anno, mentre sull’aria di “tutto passa, tutto finisce” smantellavo il presepe in anticoro (che mi sembrava di aver allestito il pomeriggio prima!), mi ritrovavo a chiedermi cosa è rimasto di un altro Natale andato, o meglio, se il Natale del 2009 avesse lasciato in me qualcosa in particolare, o se la fosse semplicemente svignata alla chetichella così com’era venuto.

 

In tutta risposta ho pensato di proporvi un medley sul silenzio. Gli appassionati di concerti rock -ma non solo- sanno che il medley (in italiano: miscuglio, dal verbo to melt, mescolare) indica un insieme di canzoni suonate una dopo l’altra, senza interruzioni, legate tra loro da una parte musicale comune, come se fossero un unico grande brano. Di solito i pezzi possono essere di un solo artista o accomunati dallo stesso genere, ma comunque sempre legati tra di loro con grande continuità: sta alla bravura di chi suona scivolare in modo “jazzato” da una canzone all’altra, quasi senza che l’ascoltatore se ne accorga. Per il mio “medley su carta” utilizzerò i contributi di vari autori, ma tutti, digressioni comprese, ruoteranno intorno al tema del silenzio come filo conduttore della riflessione.

 

Esistono in natura mattine e pomeriggi colmati in modo particolarmente accurato di una gran quantità di silenzio: allora gli uomini vengono colti di sorpresa, il più delle volte sprovvisti e del tutto incapaci di starsene in casa con gusto. Volentieri invece vanno a procacciarsi diversivi e “divertimenti” in grande quantità: la loro infelicità “deriva da una sola cosa, che è quella di non riuscire a starsene tranquilli in una stanza… Eppure, togliete loro la distrazione e li vedrete morire di noia; essi sentono allora il loro niente senza conoscerlo” (B. Pascal, Pensieri). “E’ il primo passo, per quanto doloroso, verso la salvezza. E’ la caduta degli idoli, il crepuscolo degli dei. A saperlo portare, guardare, conoscere, non più attaccati a se stessi, il vuoto che si sente non è altro che la vanità dell’io, la morte che si approssima, il nulla che ci attende” (G. L. Ferretti, Reduce).

 

A dispetto di quanti vi vedono soltanto derive nichiliste, “percepire il presente come vuoto è un grande atto spirituale: fermarsi, zittirsi, oscurare l’immaginazione che sempre lavora in noi, imparare a stare fermi, respirare profondamente” (ibidem) dischiude ad una sorta di rimpatrio dentro di sé, di ritorno, di risucchio verso l’interno e verso le proprie radici. Educarsi ad accogliere senza fughe né resistenze l’irrompere di un evento simile, “sentire il vuoto del presente e noi che sprofondiamo in esso liberandoci da noi stessi” (ibidem), conduce alla consapevolezza che “non dobbiamo più andare da nessuna parte, siamo arrivati, siamo a casa” (ibidem). E’ l’esperienza del precipitare sulla soglia di un varco, uno squarcio, una fenditura interiore, che viene a prendere per mano chi la vive introducendolo in quella solitudine da cui è possibile ri-contattare la parte più autentica e sepolta di sé: “La solitudine mi conduceva in quel silenzio che faceva parlare il fondo. Si trattava di un nascondimento dal fuori per rientrare dentro, in ascolto di una voce intima, accettando di stare lì dentro, non fuori” (A. Lumini, Voce del silenzio e Pustinia).

 

Esigenza profonda e irrinunciabile, perché “se l’anima perde connessione con la sua luce interiore e si rivolge solo verso l’esterno, si ammala. L’anima non può identificarsi solo con l’esterno, ha bisogno di rimanere radicata nell’interno. Si sentirà sostenuta dal suo fondo anche quando dovrà restare nel buio” (ibidem). Solo da questo fondo si impara veramente ad ob-audire, a rimanere nell’ascolto umile del reale, solo da lì è possibile apprendere il magistero del silenzio che conduce al discernimento, per arrivare a vedere la verità di sé e delle cose. “Occorre coraggio per entrare in se stessi, per far emergere la propria verità, per compiere il viaggio più lungo: il viaggio interiore. Pensare, interrogarsi, riflettere, essere attenti e vigilanti, elaborare interiormente le esperienze, conoscere momenti di silenzio e solitudine…” (L. Manicardi, L’accompagnamento spirituale). Quale solitudine? “La grande solitudine interiore. Scendere nel proprio intimo e non incontrare per delle ore nessuno: ecco cosa bisogna fare. Essere soli come il bambino quando i grandi sono in faccende e non si occupano di lui” (R. M. Rilke, Lettere a un giovane poeta).

 

Mai, forse, come oggi, l’esperienza del rientro è una delle più urgenti e fruttuose: “Da ogni parte gli uomini si agitano e sono impazienti. Di fronte a questa generale urgenza gli attivisti predicano azioni energiche. Pensiamo sia ancora più pressante la necessità di sedersi, insieme se possibile, a lungo in silenzio. Se il mondo deve essere rinnovato dall’effusione dello Spirito, la sola cosa necessaria è fare silenzio e ascoltarsi” (J. P. Schnetzler, Meditazione e preghiera nel buddismo e nel cristianesimo). Esistenzialmente, per un ritorno al fare che scaturisca dall’essere, è necessario impostare scelte “in modo che non si lasci spazio all’attività frenetica, alla moda del momento; a vantaggio di una ricerca deliberata, come se si trattasse dell’ossigeno per respirare, di spazi di solitudine, di silenzio, di anonimato deliberato. La vita delle persone è come quella del seme: per salire verso l’alto e dare frutto, deve sprofondare nella terra” (Fr. C. Serna Gonzales, Monaci qui e ora).

E lo sprofondamento avviene all’interno del proprio cuore di terra e di cielo, là dove l’uomo “è chiamato alla solitudine del suo interiore laboratorio” (G. M. Vannucci, La santità oggi): “se sappiamo costruirci interiormente una cella ben riservata, ritornandovi tanto spesso quanto è possibile, in nessun luogo del mondo può mancarci qualcosa” (E. Stein, Scientia Crucis). E’ la scoperta della Pustinia, del luogo segreto e nascosto che ognuno si porta dentro e di Colui che vi abita: “Pustinia - dal russo, deserto - designa un luogo tranquillo e solitario in cui si desidera entrare per trovare il Dio che abita in noi. Entrare nella Pustinia significa ascoltare Dio” (C. H. Doherty, Pustinia: le comunità del deserto oggi).  Il principio di orientamento che ci dona il deserto è la P/parola, che finisce per nutrire tutte le altre parole: “Il silenzio è il tempo in cui si matura l’arte del parlare: la parola diventa di costruzione, dialogo disarmato, comunione e ascolto obbediente. Il silenzio impasta la parola nel cuore e nella mente” (B. Secondin) e dona un linguaggio nuovo, quasi artistico, a chi lo fa scaturire da dentro: “In me c’è un silenzio sempre più profondo. Bisogna sempre più risparmiare le parole inutili per poter trovare quelle poche che ci sono necessarie. E questa nuova forma d’espressione deve maturare nel silenzio” (E. Hillesum, Diario). E’ questa “esperienza di ascolto interiore che predispone l’ascolto degli uomini” (A. Lumini, Voce del silenzio e Pustinia) a far sì che “la parte più essenziale e profonda di me ascolti la parte più essenziale e profonda dell’altro” (E. Hillesum, Diario).

 

In questo modo il silenzio, che è funzionale alla parola, educa alla giustizia. Quale giustizia? La giustizia che supera quella di scribi e farisei: “L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini… Ma non basta disseppellirti dai cuori altrui. Bisogna aprirti la via, e per fare questo bisogna essere un gran conoscitore dell’animo umano, un esperto psicologo. A volte le persone sono per me case con la porta aperta. Io entro e giro per corridoi e stanze, ogni casa è arredata in modo un po’ diverso, ma in fondo è uguale alle altre; di ognuna si dovrebbe fare una dimora consacrata a te, mio Dio. Io mi metto in cammino e cerco un tetto per te” (ibidem).

 

In fondo anche i tempi attuali non sono meno difficili: sappiamo che una complessità sempre crescente, una precarietà diffusa, il tramonto di tradizioni, istituzioni e ideologie, una marcata mancanza di riferimenti, hanno generato una crisi globale a cui non sappiamo ancora cosa rispondere, né quale “nuovo” progettare. L’unico dato sicuro è che il nome stesso della nostra epoca post-moderna - come d’altronde la sua identità - designa un’insita incertezza e una mancanza di auto-definizione: qualcosa che viene dopo il “moderno”, ma non si dice di più. “Eppure io credo che se ci fosse un po' di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire" (F. Fellini, La voce della luna.).

 

Lisa

 

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