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martedì 13 novembre 2018
Indice poesie:   Riduci
 
La saggezza del cuore 06/04/2010
La paura 17/02/2010
Becchino senza paga 17/02/2010
Ancora un domani 17/02/2010
Mi hanno rubato i sogni 17/02/2010
IL MIO STRANO MONDO 17/02/2010
Torno spesso 17/02/2010
Se mi dicessi t'amo 17/02/2010
Pensiero 17/11/2009
Macchine 17/11/2009
angelo 19/10/2009
... 18/10/2009
  Riduci

MELTING POT

Articoli, poesie e lettere ricevute di altri cercatori...

"La lettura allarga la mente, un amico illuminato la consola." Voltaire


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...

Ecco, facciamo finta per un attimo di avere un briciolo di fantasia. Pensa intensamente a quello che stai leggendo, ricrealo nella mente utilizzando le parole come strumenti. Ecco, sei pronto. Prima di tutto una grande luce, quasi fastidiosa, irradiata da un tesoro immenso: colline di monete, forzieri mezzi aperti, spade incastonate di rubini e via dicendo. Ecco, questo è parte del mio spirito, questo è quello che ho costruito dentro di me in anni di disciplina. Bene. Mettiamo ora che fra le segrete dove è custodito questo tesoro si aggiri uno spettro errabondo color tenia che appare e scompare come una lucciola. È lo spettro che ho evocato in anni di malinconia per la troppa paura che il mio tesoro non piacesse al mondo. Ora questo spettro è diventato il granitico guardiano del mio tesoro, ed io non ho più il coraggio di farlo emergere dal sottosuolo, non ho più la forza di soffiare sull’illusione nebbiosa per farlo evaporare, non ho la forza di attivare gli ingranaggi necessari affinché la piattaforma che regge il tesoro si innalzi in superficie per essere colpito dalla luce solare e risplendere il triplo di prima. Immaginiamo ora una cosa che non necessita di immaginazione: il mondo. Il mondo fatto di involucri molto poco ricchi che si aggirano per strade cementose simili al mio spettro guardiano. Questi esseri umani per cui provo molto amore in quanto potenziali contenitori di grandezza sono mediocri solo perché in vita loro nessuno gli ha mostrato altre possibili vie da intraprendere, così loro si limitano a seguire il gregge che cammina in un’unica direzione. Semafori, fermate del bus e interminabili file autostradali sono la loro quotidianità. Vestiti, banchetti e parole finte sono il loro linguaggio. Donne sovrapponibili e farfalle infilzate i loro passatempi. E poi ci sono io, spettatore impotente di tutto questo. Vedermi portare via la bellezza del mondo da sotto il naso dai miei simili che, al contrario di me, hanno la pelle ancora rosea e il pensiero poco forgiato è l’agonia più impensabile che ci sia.

Sebastiano


Inviato @ 26/08/2010 9.48.58 da musashi2004@libero.it | COMMENTI (0)


E' il nostro stile di vita che uccide la vita sul pianeta...
Per almeno cinquant'anni siamo stati terrorizzati dalla possibilità di una guerra termonucleare globale che avrebbe portato forse alla scomparsa della specie umana e alla distruzione totale di quanto da essa realizzato.

E non ci siamo accorti, invece, che progressivamente questo pianeta lo stavamo già profondamente sconvolgendo giorno dopo giorno.

Il nostro stesso “stile” di vita era ed è l'assassino spietato seriale ripetitivo incurante di tutto che come un virus devasta quel che tocca.

Degli oltre sei miliardi di umani, almeno tre si arrabattano ogni giorno con meno di 1 euro per mettere insieme un pasto decente. Sette-ottocento milioni invece rotolano nei rifiuti prodotti dall'abbondanza e soffrono di tutte le sindromi prodotte dalla troppa opulenza alimentare e mercantile.

Non passa giorno nel mondo che 40.000 persone non muoiano di fame.

Non passa giorno che centinaia di chilometri quadrati di foreste non vengano distrutti per fare posto ai pascoli o alle piantagioni di soia, mais, grano da usare come cibo per gli allevamenti intensivi o per produrre carburanti “verdi”.

La specie umana sembra dar ragione a Matrix, il film, laddove essa viene definita come un virus che si espande incurante delle risorse limitate attorno a lei.

Essa si espande, devasta e distrugge, prende tutto e non lascia niente alle altre specie, si comporta da padrona assoluta, plasmata dalla pretesa esclusiva discendenza divina che l'avrebbe plasmata a Sua immagine e somiglianza.

Eppure essa è stata ed è capace di grandi voli ed opere sublimi. Socrate, Pitagora, Leonardo, Mozart, Ippocrate, Gandhi, Van Gogh...che parentela essi hanno con noi, paralizzati nel traffico urbano, intossicati dai nostri stessi gas di scarico, preoccupati del parcheggio, violenti con chi ci taglia la strada, desiderosi di arrivare presto a casa per vedere il grande fratello di turno, abituati a consumare un fast food incuranti di cosa o chi mangiamo, lamentosi perché la crisi ci impedisce di andare in pizzeria tutte le sere, o di comprarci un nuovo cellulare ogni tre mesi, abituati a consumare tutto e tutti in fretta, oggetti, animali, persone, sentimenti...

Abbiamo perso il senso della realtà, noi tutti, della realtà del mondo e degli altri attorno a noi. Di una realtà fatta di dolore, di umani che soffrono e di miliardi di non umani che ogni giorno vengono uccisi per divenire bistecche, il più grave abominio che l'umanità sta perpetuando da millenni e che ha devastato il pianeta nelle sue risorse e nel suo clima, portandolo ora sull'orlo dell'abisso. E di cui nessuno negli alti gradi di potere sembra tenere in conto.

Quella realtà che poi ci piomba addosso come un macigno quando la frana travolge le case, i fiumi in piena esondano e affogano, le bufere sradicano quei pochi alberi che abbiamo lasciato.

Allora, finalmente, ci balena il dubbio che tutto ciò che abbiamo lo possiamo perdere.

Quando, invece, finalmente capiremo che in effetti quello che abbiamo non possiamo che doverlo perdere, in quanto artificialmente inutile e dannoso, se vogliamo dare un futuro a noi stessi e a chi verrà dopo di noi, allora forse vorrà dire che abbiamo iniziato a guarire.

Vorrà dire che la specie umana avrà sviluppato quelle doti che pure essa dovrebbe avere (se da lei sono nati esseri come quelli sopra citati), e che avrà imparato a guardare: guardare dentro di sé e gli altri fuori di se. Tutti gli altri, uomini, animali, piante, terra, cielo, mare, aria. Avrà smesso di guardarsi sempre e solo allo specchio: apparenza di sé non sostanza, ed egoismo assoluto. Quando avrà imparato che l'egoismo in realtà non è che autolesionismo e l'altruismo, all'opposto, verso tutti gli esseri, l'unica strada da perseguire. Ed è ognuno di noi, da sé, dentro di sé che deve iniziare questo percorso, senza aspettare il passaggio del treno delle masse, senza pretendere “che lo facciano prima gli altri”.

Senza aspettare niente dall'alto, né dei cieli, né dei parlamenti.

Un uomo, dopo morto arriva davanti al suo Dio e gli chiede la differenza tra paradiso e inferno. Il Dio gli mostra una porta al di là della quale vi sono moltitudini di persone di fronte a tavole imbandite di ogni frutta, ma affamate, scheletriche, con braccia fuse a lunghissime forchette più lunghe delle stesse braccia e quindi non possibili da portare alla bocca.

E il Dio dice: questo è l'inferno.

Poi il Dio apre una seconda porta dove ci sono tavole imbandite con ogni frutta, persone allegre, sorridenti e ben nutrite, che hanno le stesse braccia con le stesse lunghe forchette.

E il Dio dice: questo è il paradiso.

Non capisco, dice l'uomo, dov'è la differenza.

E il Dio dice: la differenza è che qui tutti hanno imparato a nutrirsi l'un l'altro mentre là ognuno pensa solo a se stesso....

Che sia di auspicio per un vero nuovo anno!

Massimo Andellini

Inviato @ 04/03/2010 11.43.07 da | COMMENTI (0)


I valori della libertà

L’umanità dell’internet

I valori della libertà

di Giancarlo Livraghi

 

Siamo abituati a pensare che ci sia libertà di opinione e di pensiero. Rispetto a molte situazioni del nostro passato, e a ciò che ancora oggi succede in gran parte del mondo, siamo davvero un paese libero. Nessuno in Italia è perseguitato per le sue opinioni; ognuno può dire ciò che pensa. Ma ciò non significa che viviamo in un sistema di informazione libero e incondizionato.

Da che mondo è mondo, il potere (politico, economico, culturale) ha sempre voluto controllare l’informazione. Oggi abbiamo più libertà di quanta ne abbiamo mai avuta nei millenni o secoli trascorsi – o anche solo sessant’anni fa. Ma questo non significa che abbiamo una piena e completa libertà di informarci, e di comunicare, come vorremmo.

Le fonti di informazione sono concentrate in pochissime mani. Su alcuni temi (in particolare politici) sono in dissenso fra loro. Ma c’è un’incredibile omogeneità nelle notizie che diffondono, e nel modo in cui ce le somministrano. Argomenti di scarsissima importanza diventano “il fatto del giorno”; tutti ne parlano come se fossero fondamentali. Di cose molto più rilevanti e interessanti non si parla quasi mai. Oppure una breve “fiammata” di interesse dura qualche giorno, o qualche settimana; poi l’argomento viene dimenticato e (anche se i problemi sono tutt’altro che risolti) non se ne parla per anni.

 

In parte questo deriva da una precisa intenzione di condizionare le nostre opinioni. In parte, invece, da una convenzionale e rassegnata passività. L’informazione è “omogeneizzata” su scala mondiale.

O meglio... in quella particolare “globalità” in cui viviamo: il cosiddetto mondo “occidentale” o “industriale”. Ma nelle altre parti del mondo, dove prevalgono culture diverse, sono quasi dovunque ancora meno liberi, e più condizionati, di noi.

Poche fonti “fanno testo” e le loro notizie o osservazioni sono automaticamente ripetute, con scarsissima critica o verifica. Editori e giornalisti lo sanno, talvolta se ne lamentano anche pubblicamente; ma nessuno sembra sapere come risolvere il problema.

Vedi per esempio un dibattito au questo argomento fra Eugenio Scalfari e Umberto Eco nell’ottobre 1999.

Nel 1994 Michael Crichton, l’autore di Jurassic Park, aveva scritto un saggio intitolato Mediasaurus. In cui spiegava perché il sistema mondiale dei mass media fosse un dinosauro in estinzione. Non solo per i suoi mali interni ma anche per la nascita dei nuovi sistemi di comunicazione che permettono di superare la barriera dei canali di informazione e accedere direttamente alle fonti. Finora, questa “estinzione” non è avvenuta. L’imperio dei grandi mezzi a larga diffusione continua indisturbato. Ma è vero che la rete è uno strumento per capire meglio e per scambiare informazioni e commenti che non trovano posto nei “grandi mezzi” omogeneizzati.

L’internet è una minaccia grave per le grandi concentrazioni dell’informazione? Non gravissima. C’è un gran numero di persone che non ha il tempo né la voglia di approfondire; preferisce lasciare ad altri il compito di gestire e “confezionare” le notizie. Si accontenta di ciò che dice il telegiornale (e puntualmente, il giorno dopo, diventa il tema dominante dei quotidiani, e in seguito anche dei periodici: perché la stampa è asservita alla televisione). Ma chi vuole, chi ha la curiosità e la capacità di approfondire... può uscire dal recinto. E questo è preoccupante per i dominatori del sistema informativo.

C’è un rischio reale di repressione della nostra libertà di comunicazione in rete? A prima vista, può sembrare che non ci siano problemi. Scambiamo liberamente opinioni, possiamo accedere (o almeno così sembra) a qualsiasi “sito” o risorsa in ogni angolo del mondo. Certo: in Italia non ci sono quelle violente repressioni che bloccano o ostacolano l’uso dell’internet in molti altri paesi. Ma non è così semplice. Si moltiplicano i tentativi di imbrigliare, controllare, censurare la rete. Con i più svariati pretesti, si cerca di limitare la nostra libertà; di introdurre controlli, filtri, interventi di varia specie che (anche se si presentano sotto le “mentite spoglie” di protezione e tutela) sono forme di censura.

A questo proposito vedi la documentazione online dell’associazione ALCEI e la sezione “libertà e censura” di questo sito.

Un altro tentativo, palesemente in corso, è quello di “concentrare” la rete. Indurre il maggior numero possibile di persone a passare per pochi canali controllati dagli stessi grandi interessi che dominano i mezzi tradizionali. Cioè ridurre anche l’internet al modello “a senso unico” dei cosiddetti “mezzi di massa”.

Ci riusciranno? Probabilmente non del tutto. Una persona con adeguate conoscenze e risorse tecniche, e con una buona dose di curiosità e di pazienza nel cercare le strade meno ovvie, probabilmente potrà sempre sfuggire a qualsiasi censura o controllo. In un articolo dell’ottobre 1998 dicevo:

Finora in Italia siamo quasi completamente liberi. Ma se un giorno i “controllori” riusciranno davvero a limitare le nostre capacità di ricerca e di dialogo, allora per quelli come me non resterà altra scelta che trovare qualche percorso non controllabile, mettersi su un server in Ruritania con un’identità marziana, o in qualsiasi altro modo diventare un hacker, un bucaniere dell’informazione. Spero che non succeda mai... ma se succederà, cari lettori e care lettrici, ci daremo appuntamento sulla mia imprendibile nave fantasma in qualche invisibile baia della Tortuga.
L’immagine era ovviamente fantastica e scherzosa. Ma il problema c’è davvero. Non tutti e non sempre sentono il bisogno di “bucare” la barriera dell’informazione condizionata; o di scrivere o leggere qualcosa che possa dispiacere a censori e controllori. Ma è fondamentale che ognuno di noi abbia il diritto di farlo, se e quando ne avrà voglia; e senza bisogno di ricorrere a metodi più o meno “clandestini”. L’internet è una risorsa straordinaria per la nostra libertà di opinione, di esperienza e di conoscenza. Dobbiamo essere liberi di usarla come vogliamo, alla luce del sole, senza freni né controlli. E capaci di ribellarci con energia a qualsiasi tentativo di limitare questo nostro diritto.
 

Un altro diritto irrinunciabile è quello della privacy. Vi sono leggi sulla “riservatezza dei dati” che dovrebbero proteggerci, ma sono mal concepite e non funzionano come dovrebbero. Dobbiamo impegnarci, come cittadini, contro le molteplici violazioni (pubbliche e private) di questo diritto. E, come singole persone, evitare di cadere in qualcuna delle molte trappole tese in giro (non solo in rete) per impadronirsi dei nostri dati e manipolarli.


Inviato @ 14/05/2010 12.00.36 da | COMMENTI (0)


IL DUBBIO: STRUMENTO PRIMO VERSO LA RICERCA DEL VERO E DELL’ESATTO

Contro ogni conformismo e pigrizia, anche a costo di mettere a repentaglio le nostre misere certezze ed i nostri piccoli privilegi, varrebbe la pena recuperare il senso perduto “dell’oggettività del reale”. Onori e tranquillità ci hanno reso in gran parte autoreferenziali al punto tale da ignorare l’altro se non è portatore di condivisione obbligata. Il fatto che l’uomo sia divenuto decostruttivo è visibile dalla decadenza in cui ha trascinato la società.
I dialoghi che instauriamo prendono spesso spunto da imput indotti e pilotati e le deduzioni che ne traiamo sono la logica del mercato e non il frutto della ricerca personale del vero. Non si tratta a questo punto di polemizzare su quel che va o quel che non va lasciando sterile il campo della discussione. Il ritorno al buon senso potrebbe essere il primo passo verso la ricerca del “socialy correct”.
Quanto tempo siamo costretti a perdere in inutili difficoltà ed evitabili dispendi di energia? Perché la formazione dei giovani alfabetizzati crea pessimi cittadini?
Saggezza ed assurdità dovranno scontrarsi nuovamente nella battaglia contro l’ingiustizia sociale e questo sarà inevitabile finchè partotiremo ancora figli capaci di smontare le logiche dei poteri assoluti. Questi singoli, i singoli del futuro, daranno di nuovo vita al NOI e saranno rigenaratori di quella parte umana armonica che fa di ogni essere parte integrante dell’universo tutto.
Non trovate limitante un’esperienza finita? Perché accontentarsi del significato quando possiamo andare verso la verità? Perché cullarci nella certezza dell’IO quando possiamo condividere con gli altri le nostre incertezze?
Non esistono morali “giuste” se i “principi” della politica e delle fedi non smontano il degrado del mondo. Rimettere in discussione le funzioni operative che si muovono fra i paradossi della vita di questo pianeta ci permetterà di risalire fino alle fonti di tanti crimini.
Il singolo contemporaneo è chiamato a decostruire con puro scetticismo laico le convinzioni che hanno prodotto e alimentatto la menzogna e la corruzione.
Il nostro tempo è il tempo in cui impera un’intensa attività devastatrice contro il genere umano, come testimoniano gli archivi della storia più recente e ciò che può dimostrarsi vero va ricercato fin da ora. Accettiamo il fardello di una posizione importante come quella di “esseri umani” e riduciamo le entrate dei ricchi con scelte consapevoli ed ecologiche.
Il pianeta tutto chiede aiuto...

Anna Rossi

Stralcio di relazione all’incontro annuale “Filosofi del nostro tempo”:
“Certezza e scetticismo” RIMINI, 31 gennaio 2010


Inviato @ 04/03/2010 11.55.16 da | COMMENTI (0)


RE: RE: AVATAR e la paura di vivere

Vedi, secondo me il problema è proprio "Abbiamo la forza di rinunciare a tutto questo?". E se mai qualcuno rispondesse "sì", ho una tremenda paura che possa diventare di moda. L'uomo si abitua, rende tutto soggetto alla moda. Penso per esempio ad un ragazzo che ho sentito parlare in una presentazione un anno fa, Ario Sciolari (http://www.backtothemother.it/). Con due cani ha preso lo zaino e per "respirare la grande Madre Terra" si è messo in cammino, ha attraversato Alaska e Scandinavia da solo, a piedi; ha comprato un lodge sperduto in Svezia, quando è in Italia vive in una baita alpina che si è costruito da sè (è una guida del CAI, non un Krakauer improvvisato). Quando lo vidi pensai a tante cose, ma dopo qualche giorno prevalse il pensiero "e se prima o poi anche questo sarà moda?", come la Polinesia francese in cui Gauguin era solo e abbandonato e oggi è meta di milioni di turisti (non viaggiatori), o la catena himalayana, che proprio per la sua altezza si credeva fosse meta anti-turistica per eccellenza, e oggi registrano migliaia di visite all'anno nonchè un inquinamento metropolitano (http://www.lamiaaria.it/rubriche/cosa-si-fa-nel-mondo/himalaya-inquinamento-da-metropoli.aspx). Per non parlare degli Indiani d'America, che vivono sul turismo nelle riserve. Ecco, non saprei proprio dove dirigere la mia fuga se tutto quello che tocca l'uomo diventa moda o distruzione. Non c'è nemmeno una foresta dove correre con Boccadoro.

 

Malkuth


Inviato @ 04/03/2010 11.49.20 da | COMMENTI (0)


RE: AVATAR e la paura di vivere

 

Sono parole queste che invitano l’essere umano a riflettere sulla propria situazione psicosociale e lo esortano ad analizzare se stesso per far venire a galla le lacune o i problemi, forti e presenti nell’adolescente, che se considerati attentamente possono diventare occasione di crescita e maturazione. In particolar modo nel contesto giovanile di questo nostra nuova era che non è più in grado di lasciare spazio ai valori, alle tradizioni, alla fede e soprattutto a quell’attività umana essenziale per la propria vita che è la ricerca del significato. Come ben afferma P.Locci al giorno d’oggi tutto appare scontato e in un certo senso consueto e dovuto, si rincorre a tutti i costi il piacere e il consumo sfrenato e si pretende una felicità e un benessere assoluto, senza però aver mai contribuito o partecipato in prima persona a creare  quella bellezza tanto sognata, fonte di tanto bene per se stessi e gli altri “fratelli”.

Però un momento, è vero che l’adolescente d’oggi è più che mai privo di qualsiasi bussola (la mancanza di un’educazione sana dal punto di vista famigliare, l’assenza della possibilità di sviluppo e maturazione da parte delle scuole, l’enorme superficialità e distrazione che i media e le tecnologie quotidianamente distribuiscono, la mancanza forte di appartenenza e di valore alle cose), ma attenzione, bisogna poi dare atto che il malessere e la depressione di questi ragazzi, in fondo è ben motivata. Voglio dire, a prescindere dall’avvilente passività e assoluta inettitudine nel dirigere la propria vita, effettivamente viviamo in un mondo, in una realtà e in una società di tipo occidentale, terrificante, assolutamente assurda ed estremamente distante dalla dimensione umana e dai suoi valori cardine. Se Leibniz potesse vedere in che miserabile stato si è ridotto l’uomo contemporaneo, cambierebbe di certo la sua teodicea del “Dio ha fatto il miglior mondo tra tutti quelli possibili” in “questo mondo è il peggiore tra tutti quelli possibili”. E non è assolutamente una visione apocalittica la mia, tutt’altro, purtroppo è solo fortemente realistica: abbiamo conquistato la tecnica e ogni suo segreto, siamo stati in grado di andare sulla Luna e di arrivare a velocità e produttività inimmaginabili, ma a quale prezzo? Cosa si è sacrificato a tutto questo?

Distruggendo velocemente quella straordinaria fonte di vita di cui l’uomo ne è solamente una piccola appendice, la Natura e sostituendo le grandi verità che hanno messo in luce i filosofi, ovvero i fondamenti imprescindibili umani, i suoi valori e la voce profonda del cuore, cosa abbiamo ottenuto? La produzione dissoluta, lo sfruttamento illimitato, la capitalizzazione di ogni bene, la competitività disumana che addirittura al titanico Nietzsche oggi avrebbe fatto orrore, l’alienante situazione dell’uomo che si trova costretto ad annullarsi nelle cose più banali e superficiali, ma soprattutto la totale assenza di senso e di significato che come uno spettro mostruoso, aleggia costantemente sulla vita di ciascuno di noi. E si potrebbe continuare a lungo, molto a lungo.

Ho visto Avatar solo ieri e sinceramente per i film che guardo solitamente ero partito abbastanza scettico, ma al termine della visione ricordo di aver provato la stessa angosciante sensazione che mi attanagliò dopo aver guardato il meraviglioso Balla coi lupi. Com’è stato possibile che l’uomo sia arrivato ad un livello di tale di civiltà, se di civiltà si può ancora parlare? Come ha potuto l’umanità involvere in tale modo? Come ha potuto l’uomo smarrirsi in un’oscurità tale e rimanerne intrappolato per tutto questo tempo? E guardate che qui non si parla di fantascienza, di favola, il mondo che abbiamo visto sul grande schermo non è solo il frutto della fantasia, ma purtroppo, di storia. Mi riferisco alle grandi diverse società “perfette” che il tempo raramente ha saputo fornirci, come la popolazione dei Sioux. E guardate che quegli indiani che Avatar ci ricorda nel vestire, nei valori sociali e nei gesti ( basti pensare ai gridi di battaglia che fanno da colonna sonora alle scene) sono esistiti veramente, così come la loro società e la scrupolosa sacralità (altro concetto fondamentale perduto) che, esattamente come nel film, permaneva in ogni loro attività, dalle più importanti alle più comuni e quotidiane. E vi ricordo che questa meravigliosa popolazione è stata sterminata dal sanguinario esercito americano (guarda caso eh?); in quella situazione più per ambizioni colonialistiche che per la preziosa materia prima di Pandora, ma la brutale crudeltà che emerge da entrambi i casi, è la medesima.

Non intendo togliere nulla agli enormi vantaggi del progresso umano in campo medico e tutto ciò che la scienza ha saputo donare, ma ripeto e non mi stancherò mai di farlo, a quale prezzo?

E’ davvero meglio poter vivere 100 anni immersi nelle comodità più fantasiose e sentirsi onnipotenti e illimitati (perché è proprio il concetto di limite che ha perso la scienza d’oggi), per poi arrivare a stento alla fine del mese facendo qualcosa di completamente inutile? (perché in fondo ora la scelta di poter fare qualcosa c’è l’ha soltanto chi ha i soldi e può permettersi di “fare altro oltre che campare”). Per poi vivere in un buco grigio dove al posto dell’aria si respira merda e per vedere anche solo un metro quadrato di verde bisogna fare chilometri e chilometri? Per poi condurre la propria vita totalmente privi di bussola, senza alcuna appartenenza a nulla rischiando di incorrere continuamente nel nichilismo più totale? (mai infatti come oggi l’indifferenza e l’isolamento ammorbano l’uomo in quella stupida espressione moderna che è la depressione). Certo, noi ora abbiamo “la birra e i blue jeans” (citazione di Avatar), mentre “loro” erano riusciti a vivere e incarnare le verità del mondo nonostante tutte le fragilità e i grandi limiti che può comportare  uno sviluppo tecnologico non progredito come il nostro ( e chissà perchè agli Avatar non interessavano scuole, medicinali e tecnologie…).  Quale è stato il prezzo tutto ciò che abbiamo?
Io stimo moltissimo e ho la massima considerazione per i grandi coraggiosi e temerari che stanno con i piedi per terra e impiegano le loro energie e tempo per tentare di modificare e migliorare da dentro questa malata realtà (come ad esempio l’associazionismo No Profit e la politica giovanile), ma a parer mio siamo arrivati ad un punto tale che la distanza che separa il nostro mondo da quel mondo, neanche dei sogni, ma una realtà dove solamente ci possa essere maggior rispetto dell’essere umano e della sua dignità, è diventata incolmabile, infinita.

E allora non vedo più di malocchio la fuga. Non quella stupida e illusoria della droga, dell’alienazione da discoteca o dell’alcol, ma semplicemente quella che impone di ricercare la propria realtà umana altrove, in un qualcosa di diverso. In un altro luogo remoto, magari tra quelle rare popolazioni che nel bene e nel male esistono ancora o in qualche comunità che ha trasformato la propria rabbia, ribellione e disgusto in qualcos’altro di differente, di più vicino all’uomo.
Mia sorella ad esempio da 4 anni è in clausura, è diventata una monaca carmelitana, ha fatto quella scelta dopo tanto tempo che tentava di cambiare questa marcia realtà dal di dentro. E sbagliate se vedrete nella sua scelta un modo comodo per scappare dal mondo e vivere la propria beatitudine, la verità infatti è tutt’altra. E’ in realtà un atto estremamente coraggioso di una persona che ha deciso di mettersi finalmente in gioco e di sacrificare tutta la propria vita passata per una nuova esistenza fatta di autentico sapore e verità, di un tipo di ricerca e di significato proveniente da un’esigenza interna (non tutti sentono lo stesso bisogno di pienezza che sentiva Jake) difficilmente ottenibile in questo contesto. Contrariamente a tutti noi che ogni giorno tacitamente subiamo la più grande offesa alla nostra dignità, lei ha reagito tenendosi alle spalle la paura e la vigliaccheria che spesso ci inchiodano dove siamo, rendendoci docili e remissivi.
 
Ma c’è ancora qualcuno che, stanco di tutto questo, decide di riprendere le redini della propria vita e di non restare impotente in una rete che non lascia scampo, e visto che la vita è solo una, a proprio rischio e pericolo, intende vivere appieno il tempo a disposizione. Almeno cercando una qualche rara forma ancora esistente o di costruirsela, come hanno fatto alcuni, piuttosto che vivere da macchina moderna che si accontenta e si trascina avanti per inerzia e si nutre di soli sogni. E’ un salto nel vuoto e perché no, verso l’ideale che anima i sogni. Perché come ci ricorda Tolstoj:
 

“L'ideale non può essere tale che quando il suo raggiungimento sia attuabile solo nell'idea, nel pensiero; quando esso appaia irraggiungibile solo nell'infinito e quando, per conseguenza, la possibilità d'avvicinarsi a esso è allo stesso modo infinita. Se l'ideale fosse non soltanto raggiungibile, ma se potessimo immaginarci la sua realizzazione, cesserebbe d'essere ideale.(...) "
Il significato della vita umana sta nel moto verso questo ideale, ed è lo sforzo per il raggiungimento dell'ideale a spingere l'uomo verso ogni progressione e, ogni nuova possibilità di vita.”
 


 Stefano - dal Diario del sottosuolo

 


Inviato @ 04/03/2010 11.47.42 da diariodelsottosuolo@gmail.com | COMMENTI (0)


Avatar e la paura di vivere
Avatar e la paura di vivere
 

Si legge in questi giorni che “Avatar” (James Cameron, 2009) provocherebbe depressione e idee di suicidio in soggetti giovani e giovanissimi. Non sono in grado di quantificare questo fenomeno, né saprei dire  in che misura è già presente in Italia, ma, se pure riguardasse pochi individui, sarebbe comunque un segnale allarmante.

Vorrebbe forse dire che se oggi si riproponesse “A beautiful mind”  (Ron Howard, 2001), gli spettatori comincerebbero ad avere allucinazioni? Oppure, dopo aver visto una riedizione di “Un giorno di ordinaria follia”  (Joel Schumacher, 1993), uscirebbero dal cinema pronti a fare una strage?  Non lo credo. La suggestione, anche collettiva, è un fenomeno ben conosciuto. Ma uno stato depressivo difficilmente può essere classificato come un fenomeno collettivo.

Un mondo fantastico, meraviglioso e perfetto è sempre esistito. Nelle favole. Nei sogni. Nelle utopie. Il livello tecnologico altissimo raggiunto nella realizzazione di Avatar indubbiamente permette un’immersione quasi totale nel mondo virtuale di Pandora, ed è comprensibile un certo grado di coinvolgimento. Tuttavia i giovani d’oggi dovrebbero essere avvezzi agli “effetti speciali” molto più di chi, ad esempio, ha sperimentato il cinerama de “La conquista del West”, nei lontani anni ’60 (John Ford, 1962).

Allora cosa sta succedendo?

 
Questi alcuni dei post pubblicati sui forum e riportati dai giornali:

    «Da quando ho visto Avatar sono depresso. Guardando il favoloso mondo di Pandora, ho realizzato che vorrei vivere in un posto così. Ho pensato di uccidermi, magari rinascerò in un luogo simile a quello del film, dove tutto è come in Avatar»

    «Quando mi sono svegliato la mattina dopo essere stato al cinema, il mondo mi è apparso grigio. Il mio lavoro, la mia vita, tutto ha perso ogni valore. E' tutto così insignificante, è un mondo di morte»

    «Sono depresso perchè voglio vivere a Pandora, dove ogni cosa è perfetta. Inoltre, mi sento triste perchè il mio mondo fa schifo, sono disgustato da come la razza umana ha distrutto la Terra»

Senza ovviamente generalizzare, ho avuto spesso modo di constatare che i ragazzi delle ultime generazioni danno per scontati una serie di “privilegi” che scontati non sono, né tanto meno dovuti. E se li aspettano, li pretendono. Come se la vita dovesse loro “un credito illimitato” (così diceva un mio paziente).

Come se avessero nella testa un modello ideale al quale la vita deve uniformarsi. Pace e amore. Una natura amica e incontaminata. Giustizia per tutti. Bellezza, felicità e armonia. Come a Pandora. Se l’idea è questa e ci si guarda intorno, è facile convincersi di essere stati defraudati, di stare subendo un’ingiustizia.

 

Si potrebbe parlare di una forma di egocentrismo di tipo infantile. Quello per cui i bambini piccoli pensano che tutto ruoti intorno a loro. Che il mondo esista solo per soddisfare le loro esigenze. I bambini sono esseri “nuovi” senza passato e futuro, senza storia, concentrati nell’attimo presente. Ed è giusto e fisiologico che sia così.

Ma molti adolescenti continuano a trascinarsi, talvolta fino all’età adulta, una preoccupante mancanza di consapevolezza rispetto ad un contesto spazio-temporale che è la storia dell’esistenza umana. Si percepiscono come se fossero i  “primi”, staccati dal passato, come se gli esseri umani delle generazioni precedenti, degli anni, dei millenni precedenti, e di altri luoghi, non fossero esistiti e non esistessero;  non avessero a loro volta trovato difficoltà e dolore e non avessero dovuto lottare per migliorare la propria condizione.

Quanti si rendono conto che solo cent’anni fa non c’erano il telefono, la televisione, l’insulina e gli antibiotici, che in trent’anni ci sono state 2 guerre con milioni di morti, che solo sessant’anni fa mangiare 3 volte al giorno era una conquista e andare a scuola un lusso, che solo quarant’anni fa avere un lavoro gratificante, un’automobile, una bella casa, comodità e divertimenti, era per pochi fortunati?!  E che in altri luoghi del mondo è ancora così?!

Non è un po’ assurda la pretesa di trovare tutto già fatto, problemi risolti, natura in equilibrio, specie umana finalmente saggia ed evoluta? 

Il mondo è brutto? La vita non è come la vorrei? Ci sono i cattivi che stanno rovinando il mio mondo perfetto? Allora io non voglio starci.

Allo stesso modo, non si accettano fallimenti, sconfitte, abbandoni. La felicità mi è dovuta, è un mio diritto. Dovrei conquistarmi tutto con le unghie e con i denti? Allora non voglio starci.

E anche tutto il resto del mondo deve funzionare bene, perché io non sono egoista, voglio che tutti siano felici, che abbiano da mangiare e l’acqua, e libertà, e calore quando fa freddo, e le foreste amazzoniche devono vivere, e cibo e rispetto per gli animali… Non è già così? Allora non voglio starci. 

Rendersi conto di questo schema mentale è molto importante. Faccio un esempio: se ad una persona capita  un incidente, una malattia, un lutto, quella persona soffre diciamo in modo sano; ma se all’incidente, alla malattia o al lutto, si somma la convinzione di aver subìto un’ingiustizia -  perché è successo? non era così che doveva andare… - la sofferenza diventa insopportabile.

A chi si sente deprivato di un diritto, e non è abituato a combattere per conquistarlo, non resta che la fuga. Nella droga, nell’alcool, nella musica allucinogena dei rave party, nell’estraniamento  mascherato da un’iperemotività esasperata quanto fuggevole. Nel consumismo compensatorio o nell’idealismo più inconcludente. Oppure nella depressione, la cui genesi coincide con una sorta di “resa” di chi è convinto di non farcela.

Tutto questo esisteva già prima di Avatar. 

E’ legittimo desiderare una vita serena in un mondo meraviglioso, inseguire sogni e ideali. Ma avere un modello di “vita perfetta” è sicura fonte di delusioni e disperazione. Crescere significa riuscire a smantellare questo modello e a sostituirlo con un’idea ragionevole di esistenza reale. Acquisendo anche  la capacità di consolarsi degli aspetti iniqui e crudeli con le sorprendenti meraviglie che pure, incredibilmente, ci circondano. 
E qui vengo alle domande fondamentali: chi insegna ai bambini che la realtà è imperfetta, ma va affrontata? Che le favole sono necessarie e che è bello riposarsi nella fantasia, ma che l’esistenza va vissuta come una sfida, mettendoci tutta la forza e il cuore di cui siamo capaci? Chi spiega loro la differenza tra un desiderio e la possibilità di realizzarlo?

Chi insegna ai giovani che ogni singolo individuo è chiamato ad assumersi delle responsabilità e a fare la propria parte perché questo vecchio mondo, l’unico che abbiamo, difficile e terribilmente complesso, diventi migliore? 

Avatar non c’entra, ha solo illuminato la punta di un iceberg che si aggira silenzioso intorno a noi. 

Si possono tirar su dei figli forti, consapevoli, coraggiosi, oppure degli esseri fragili, sempre in fuga, con tanti sogni nella testa e tanta paura di vivere. Degli avatar sperduti sull’imperfetto pianeta Terra.

Agli adulti la scelta. 


Paola Locci


www.paolalocci.it


Inviato @ 04/03/2010 11.46.00 da | COMMENTI (0)


Taoismo, la religione senza Dio…

Taoismo,  la religione senza Dio…


 

La Spiritualità Laica non è  un termine “inventato” (come qualche suo detrattore afferma).

In verità la Spiritualità Laica è la prima forma di riconoscimento spirituale nell’uomo, che affonda le sue radici nello psichismo naturalistico, nell’intuizione analogica,  nelle espressioni sacre della coscienza prima dell’avvento di ogni religione.

Naturalmente è  possibile individuare  in alcune pseudo  religioni del passato questa “spiritualità naturale” priva di dogmi, di libri sacri e di preghiere.

 

Sono realmente esistite nell’evoluzione del pensiero umano almeno  tre forme “pseudo-religiose”  prive del concetto di un “Dio creatore” personale ma che mantengono la verità di un’unica matrice per tutte le cose. Questa matrice  è definita Tao o  Senza Nome, nel taoismo; Brahman o Assoluto Non-duale nell’Advaita;  Sunya o Vuoto nel buddismo.

 

In precedenza mi sono occupato sovente dell’Advaita e del Buddismo, sento ora giunto il momento di parlare un pochino del Taoismo,  talvolta descritto come  la “dottrina degli umili o dei semplici”, ed in tal senso il termine “laico” abbinato a tale sentire mi sembra estremamente consono. Infatti il significato originario di laico è proprio “semplice, umile,  fuori da ogni contesto ordinativo  sociale e religioso”.

 

Il padre riconosciuto di questa “filosofia di vita”  fu Lao Tse.  Cominciamo con il dire che nel pensiero di Lao Tse troviamo quella condanna dell’orgoglio e del raggiungimento, fondamentale in ogni spiritualità laica.  Sullo stesso filone si pone anche  il pensiero di Nisargadatta Maharaj,  saggio laico advaita…. ma anche nel proto-cristianesimo si può avvertire  un tale intendere, ad esempio nelle parole riferite a Gesù: “Tutto ciò che è eccelso fra gli uomini è abominazione dinanzi a Dio”.  L’orgoglio, questa follia di grandezza ascritta all’individuo,  è semplicemente un’illusione dell’uomo… poiché di fronte al Tao ogni grandezza umana è da considerarsi nient’altro che vana. E qui si comprende anche  la causa sottile della  differenza ideologica tra  Confucianesimo e Taoismo,  ma di questo argomento magari parleremo in una prossima occasione. 

 

Nei detti di  Lao Tse spesso e spesso ritroviamo la disapprovazione dell’orgoglio e del criterio di raggiungimento personale e ciò in virtù della legge di concatenazione dei contrari, l’alternanza dello Yang e dello Yin che è la manifestazione cinetica del Tao. Infatti allorché la forza Yang, attiva, trova il suo culmine automaticamente è sospinta verso il suo contrario Yin, passivo.  La punizione per l’orgoglio è quindi in Lao Tse una sorta di legge naturale. “Un gran vento -egli dice- non può durare più dello spazio di un mattino. Una bufera cessa col giorno. L’armata gloriosa non vincerà in eterno. L’albero elevato sarà abbattuto”  Egli spiega nel Tao Te King  come l’orgoglio stesso sia il presagio della caduta: “Colui che si alza sulla punta dei piedi non sta ritto.  Colui che marcia a passi gloriosi non farà un lungo cammino. Colui che si esibisce non brilla.  Colui che si esalta è senza onore. Colui che si prevale del suo talento è senza merito.  Colui che fa pompa dei suoi successi non vi si mantiene.  Questi sono per il Tao eccessi di nutrimento  e umori superflui.  Tutto ciò che è sotto il Cielo ne prende nausea. E l’uomo del Tao non rivolge loro nemmeno uno sguardo!”

 

Questa legge fondamentale non impedisce però a Lao Tse di mantenere un atteggiamento equanime e corretto  nei confronti delle cosiddette “vie del mondo”.  “La via del Cielo –egli dice- toglie all’eccedente per compensare il mancante ma la via degli uomini meschini toglie all’indigente per aumentare il ricco” . La via del Cielo, dirà successivamente Lie Tseu (un altro taoista), è la via dell’umiltà e la via degli uomini meschini è quella dell’arroganza.  Simile concetto viene espresso  nel Libro dei Proverbi, annunciando la caduta di Babilonia: “L’arroganza precede la rovina e l’orgoglio precede la caduta”.

 

Ma la disistima  per l’orgoglio e la considerazione per l’umiltà  non esauriscono la “dottrina” taoista.  Lao Tse considera il Tao una sorta di Madre che genera, nutre e protegge tutti gli esseri dell’universo. Ma è difficile affermare se il Tao “è”  o “non è”. Nella metafisica del Tao la kenosi originaria è priva di ogni sostanziale processo,  forma  o sostanza. Ne consegue che agli occhi del nostro pensiero determinista  la “pienezza” del Tao appare simile al “vuoto”.  Il Tao è visto come un abisso senza fondo e ciò non dimeno esso dà origine a tutte le cose, un vortice caotico da cui sorge ogni armonia.

 

Quindi se il vero Tao  al nostro percepire determinista  appare  come un nulla, che per noi  corrisponde alla corsa verso il vuoto del sé,  esso contemporaneamente segna il ritorno beato  nella  matrice silenziosa, che attira  e proietta  l’esperienza del pensiero  empirico  e poi lo riassorbe nel nulla da cui proviene.  Questa kenosi del Tao procede per sua propria natura e non presuppone alcuna volontà creatrice o distruttrice. E da qui si comprende la non  valutazione taoista per un Dio personale. 


Inviato @ 04/03/2010 11.29.09 da | COMMENTI (0)


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