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Radiofreccia - Solo una cosa...

 

La riflessione di Baricco con cui si apre il libro dedicato a "Radiofreccia" di Luciano Ligabue.


 

"Te stà dentro che qua fuori è un brutto mondo" 
Freccia 

Non solo brutto. Fa proprio schifo. Il mondo, quello raccontato da Ligabue e Leotti, è una merda ininterrotta, coerente, inossidabile e completa. Non te ne accorgi subito, anzi, mentre stai vedendo il film pensi che stai vedendo un film divertente, ti sembra di vedere qualcosa di allegro. Poi, a casa, se ci pensi bene: dio che merda di mondo. Fai i conti, e scopri che non si salva niente. Le famiglie fanno schifo, si va dalla madre un pò troia al padre incestuoso. Se ce n'è di normali, non si vedono. L'amore è fatto di matrimoni desolanti, gnocche senz'anima e bruttine con la vocazione da vittima. Circola violenza a dosi niente male, si va dal tentato omicidio al furto e spaccio. La radio sarebbe una cosa in fondo positiva, ma sta sicuro che ti arriva lo sponsor a mandare tutto in vacca. La gente è mediamente incattivita, i datori di lavoro (quanto meno l'unico che compare) sono tendenzialmente buoni ma alla fine ragionevolmente cinici. Anche i migliori (Freccia) diventano i peggiori.

E quando non diventano i peggiori (Bruno) fanno la figura dei buonisti pirla. E quanto all'amicizia, che è un po' il collante di tutta la storia, è un paracadute bucato. Utile a farsi qualche sghignazzata, ma al momento buono non salva nessuno, ognuno se ne va per la sua strada a rovinarsi in vario modo, e gli altri assistono, più o meno da lontano, senza voler o poter fare nulla. 
Bel mondo. 
(L'Italia, a ben pensarci. Così come la restituisce, tutti i giorni, il gran palcoscenico della provincia: riassunta didatticamente e disegnata in pochi tratti sintetici. Cinica, gaglioffa, moralista, immorale, geniale, un po' matta, tragica e divertente.Voilà. Un paese orrendo in cui è bello vivere. Mi chiedo se mai un film, anche solo un film, l'abbia raccontata in modo diverso. E' sempre lei, che rispunta nei film più diversi: c'è da credere che, alla fine, ci debba essere qualcosa di vero. L'Italia è quella cosa lì: vietato farsi illusioni.) 
Bel mondo. 
Eppure il sapore del film, diciamo la scia di sensazioni che ti lascia in testa, sa di voglia di vivere, di forza, perfino di ambizione. Strano. Alla fine è un film che sa di resistenza, di furiosi "non ci sto", di ottimismo, di fiducia incrollabile, di sfida alla merda. Strana miscela: desolazione e ottimismo, tragedia e farsa. E' tutto uno schifo, ma si ride di continuo. Che diavolo è successo? Senza farla troppo grossa, forse è una cosa che ha a che fare con la terra in cui tutto accade. Quella provincia lì. Da quelle parti sono così: la nebbia azzera la speranza e libera la fantasia. In quei paesi lì c'è sempre una galleria di matti come quella raccontata da Ligabue e Leotti. Ogni paese ha i suoi. E sono il simbolo, l'apoteosi di tutti i loro concittadini sani. Sono i capolavori di una tecnica di vita ben precisa: l'inferno non si cambia, ma chi ha detto che non possa essere divertente? E' il principio della commedia, e da quelle parti ce l'hanno nel sangue: mica gli serve un palcoscenico: la vita reale va benissimo. 
La commedia salva e condanna, da sempre. Ti salva perché non c'è merda che la commedia non riesca a rendere digeribile. 
Ti condanna perchè consacra la merda e la rende intoccabile. Quando senti Freccia recitare il suo credo e partire con le rovesciate di Bonimba (Boninsegna, lo dico per i giovani: era tracagnotto e poco agile, per cui la rovesciata, in lui, diventata una cosa imbarazzante, ma strappata con la rabbia alla forza di gravità e al buon senso) insomma quando lui parte col suo credo e inizia dalle rovesciate del Bonimba ha già capito tutto e sai che la salvezza che ti stanno raccontando è quella di trovare ossigeno nelle bolle della merda, senza neanche pensare un attimo di uscirci, dalla medesima, ma anche mai rassegnandosi a soffocarci dentro, sempre capaci a trovare una scappatoia o un rinvio, fino all'ultimo, e perfino davanti alla morte. 

Per me è la cosa più bella del film: al funerale di Freccia i suoi amici che non resistono a battere il tempo della canzone di Elvis e si mettono a tamburellare con le dita sulla carrozzeria del carro funebre. Anche la morte: mica la eviti, ma a modo tuo la freghi. 
Non so se siano cose che si possono imparare. Forse bisogna essere nati da quelle parti. 
Non so nemmeno se è una cosa che amo, perchè poi la realtà qualcuno si dovrà pur prendere la pena di cambiarla, non si potrà pensare di cavarsela tutta la vita a colpi di scorciatoie geniali, pacche sul culo e bestemmie in dialetto. Ma comunque l'ho vista raccontata in "Radiofreccia", e lì meglio che altrove, e con una sincerità che è una cosa un po' difficile da trovare, in giro, per cui alla fine ho pensato che non era un film qualunque, era un film che magari se me lo lasciavano fare ci scrivevo perfino su qualche riga, giusto così per dire qualcosa di non completamente stupido. Me l'hanno lasciato fare.


Inviato @ 22/09/2011 10:01:04 da | COMMENTI (0)


C. McCanldess...

C'è tanta gente infelice che tuttavia non prende l'iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l'animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l'avventura. La gioia di vivere deriva dall'incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell'avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso… Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un'esistenza non convenzionale...

 

 


Inviato @ 11/09/2011 02:34:49 da | COMMENTI (0)


"La fine è il mio inizio" - T.Terzani

L'educazione dovrebbe cominciare con l'insegnare il valore della non violenza, che ha a che fare poi con tutto: con l'essere vegetariani, col rispettare il mondo, col pensare che questa terra non te l'han data a te, che è di tutti e tu non puoi impunemente metterti a tagliare e a fare buchi. Il guaio è, secondo me, che tutto il sistema è fatto in modo che l'uomo, senza neppure accorgersene, comincia sin da bambino a entrare in una mentalità che gli impedisce di pensare qualsiasi altra cosa. Finisce che non c'è più bisogno della dittatura ormai, perchè la dittatura è quella della scuola, della televisione, di quello che ti insegnano. Spegni la televisione e guadagni la libertà.
Libertà. Non c'e n'è più. Io lo continuo a ripetere: non siamo mai stati così poco liberi, pur nella apparente enorme libertà di comprare, di scopare, di scegliere fra i vari dentifrici, fra le quarantamila automobili, fra i telefonini che fanno anche la fotograia. Non c'è più la libertà di essere chi sei. Perchè tutto è già previsto, tutto è già incanalato e uscirne non è facile, crea conflitti. Quanta gente viene rigettata dal sistema, viene emarginata perchè non rientra nel modello? Facesse invece delle altre cose! Ma non c'è altro, c'è solo una spinta verso il mercato.
E san Francesco? E tutti quegli altri? Tutti matti perchè non andavano a fare quello che bisognava fare a quei tempo? No, no, diversi! Persone che non la loro diversità hanno indicato anche un modo diverso di essere. Pensa, san Francesco, sarà stato simpatico?!
E' questa benedetta storia della libertà! Noi oggi ce la siamo ridotta immensamente, tanto che finiamo per vivere solo ai margini della nostra libertà a causa di tutto ciò che è automatico nel nostro modo di pensare, di reagire, di fare le cose. Questa è la grande tragedia. E le scuole oggi non sono fatte per insegnare ai ragazzi a pensare, son fatte per insegnare ai ragazzi a sopravvivere, per insegnar loro delle cose con cui poi trovano un posto in banca. E quando ne esci sei condizionato. Ripeti dei modelli prestabiliti. Non è che molto facilmente ti inventi qualcosa.
L'uomo ormai è succube dell'economia. Tutta la sua vita è determinata dall'economia. Questa, secondo me, sarà la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l'economia che domina le nostra vite, la battaglia per il ritorno a una forma di spiritualità – che puoi chiamare anche religiosità – a cui la gente possa ricorrere. Perchè è una costante della storia umana, questo voler sapere cosa ci sei a fare al mondo.
Occorrono nuovi modelli di sviluppo. Non solo crescita, ma parsimonia. Vedi, Folco, io dico che bisogna liberarsi dai desideri. Ma proprio per il perverso sistema del consumismo la nostra vita è tutta centrata su giochi, sport, mangiare, piaceri. Il problema è uscire da questo circolo vizioso: una cosa dopo l'altra dopo l'altra. Porca miseria, questo ti impone dei comportamenti che sono assolutamente assurdi. Tu non vuoi certe cose ma il sistema del consumismo ti convince, ti sdeuce a volerle. Tutta la tua vita dipende da quel meccanismo. Se invece cominci a non parteciparvi resistendo, digiunando, allora è come se usassi la non violenza contro la violenza. La violenza che ci fa alla fine? Mica te la possono cacciare in gola, la roba!
Occorre però un grande sforzo spirituale, un grande ripensamento, un grande risveglio. Che poi ha a che fare con la verità, di cui nessuno più si occupa. Lì Gandhi è di nuovo stupendo. Cercava la verità, quello che è dietro a tutto. “Prima credevo che Dio fosse la verità. Ora direi che la verità è Dio.”


Inviato @ 11/09/2011 02:28:47 da diariodelsottosuolo@gmail.com | COMMENTI (0)


L'ignoranza - M.Kundera

Nel corso dei vent'anni in cui Ulisse fu assente, gli abitanti di Itaca continuarono a mantenerne vivo il ricordo, ma non avevano affatto nostalgia di lui. Mentre Ulisse soffriva di nostalgia e non ricordava quasi nulla. Possiamo capire questa curiosa contraddizione solo se ci rendiamo conto del fatto che la memoria, per funzionare bene, ha bisogno di un allenamento incessante: i ricordi, se non vengono evocati di continuo nelle conversazioni fra amici, fuggono via. Gli esuli riuniti in colonie di compatrioti si raccontano fino alla nausea le stesse storie, che diventano in tal modo indimenticabili. Ma quelli che, come Irena o Ulisse, non frequentano i loro compatrioti vengono inevitabilmente colti da amnesia. Più la loro nostalgia, è forte, più si svuota di ricordi. Più Ulisse si struggeva, più dimenticava. Perchè la nostalgia non intensifica l'attività della memoria, non risveglia i ricordi, basta a se stessa, alla propria emozione, assobita com'è dalla sofferenza.

Dopo aver ucciso i temerari che volevano sposare Penelope e regnare su Itaca, Ulisse fu costretto a vivere fra persone di cui non sapeva nulla. Per lusingarlo, queste non facevano che ripetergli alla nausea quel che ricordavano di lui prima che andasse in guerra. E, convinte che non gli interessasse nient'altro che la sua Itaca (come non pensarlo, visto che per tornarci aveva percorso l'immensità dei mari?), gli propinavano tutto quel che era accaduto durante la sua assenza, avide di rispondere alle sue domande. Nulla avrebbe potuto annoiarlo di più. Ulisse aspettava una cosa sola, che gli dicessero finalmente: "Racconta!". Ed è la sola parola che non gli dissero mai.

Per vent'anni non aveva pensato che al ritorno. Ma quando fu di nuovo a casa capì, con stupore che la sua vita, l'essenza stessa della sua vita, il suo centro, il suo tesoro, si trovava fuori da Itaca, in quei vent'anni di vagabondaggio. E quel tesoro l'aveva perduto e l'avrebbe recuperato solo raccontando.

Durante il viaggio di ritorno, dopo aver lasciato Calipso, aveva fatto naufragio n ella terra dei Feaci, dove il re l'aveva accolto a corte. Lì non era che uno straniero, un misterioso sconosciuto. A uno sconosciuto si chiede: "Chi sei? Da dove vieni? Racconta!". E a lui aveva raccontato. Nel corso di quattro lunghi canti dell'Odissea, davanti ai Feaci sbalorditi, Ulisse aveva minuziosamente ripercorso le sue avventure. Ma a Itaca non era uno straniero, era uno di loro, ed è per questo che a nessuno veniva in mente di dirgli: "Racconta!".


Inviato @ 20/05/2011 11:02:37 da | COMMENTI (0)


Il paradiso in terra (BAR SPORT 2000)

Nel silenzio del deserto, tre uomini col mantello cavalcavano tra le dune imbiancate di luna.

- Vi dico che dobbiamo andare di là, - disse Baldo -verso la stella El-Daneb.

- Neanche per sogno, - disse Gas - la direzione è Ovest, bisogna seguire l'Orsa minore.

- Ragazzi, - disse il Nero - io sono l'unico che è già stato in quel posto. Perciò non litigate e seguitemi. Mezzo miglio a Nord, proprio sotto la luna.

Baldo e Gas sbuffarono e deviarono le loro cavalcature.

- Spero che tu abbia ragione, - disse Gas - è tre giorni che viaggiamo, ho il culo livido e ho più sete di un cammello bucato.

- Ehi Nero, davvero sei già stato laggiù? - chiese Baldo. - È proprio come raccontano le leggende?

Il Nero socchiuse gli occhi e si passò la mano sulla barba, facendo schioccare le labbra.

- Non sono leggende! Non c'è delizia uguale in tutto l'Oriente. Là, dove finisce il deserto, sboccia un'oasi. Palme, aranci, cedri, orchidee, gigantesche foglie di basilico, laghi d'acqua limpida pieni di ninfee, salamandre e pesci prelibati. E all'ingresso c'è un'insegna, illuminata dalle torce, che dice:

II Paradiso in Terra è qui per te, viandante.

- Per la barba del profeta, ma sarà tutto vero? Non sarà la solita fregatura per turisti?

- E un luogo magico, - sospirò il Nero - appena entrati, una decina di bellissime giovanette ti spogliano e ti fanno entrare in una vasca profumata di sandalo e petali di rosa. Ti lavano e ti spalmano di unguenti. Poi iniziano a massaggiarti...

- Sì, l'ho letto nei dépliant, - disse Gas eccitato - ti fanno sdraiare e ti camminano sopra con i piedi...

- Non solo: si ungono il corpo di olio e lo strofinano contro il tuo, poi spengono una a una le candele e...

- Io credo che dovremmo deviare a Est - li interruppe Baldo. - Guardate, non c'è neanche un'orma sulla sabbia, se il posto è così famoso dovremmo già vederne qualcuna, no?

- Il "Paradiso" è famoso ma anche molto esclusivo -sorrise il Nero. - Pochi sono ammessi! Ed è assai costoso. Avete portato i doni?

- Io ho calze di nailon, grappa e penne biro - disse Gas.

- Può andare, - disse il Nero - ma io ho di meglio: cinquanta collane di vetro, accendini di plastica e dieci Rolex d'oro falsi. E tu, Baldo?

- Banane.

- Banane? Vuoi entrare nel locale più esclusivo d'Oriente pagando in banane?

- Sono banane di Hyrmuz e la loro buccia è la droga più potente dei Sette Deserti. Ma insisto a dire che stiamo sbagliando strada.

- No, guardate! Vedete quel chiarore là, oltre le dune? Sono le luci del "Paradiso in Terra".

- Sì, sì, lo vedo, - gridò Gas - è il riflesso delle mille torce del viale d'entrata.

- Speriamo - mugugnò Baldo.

- Basta coi dubbi e spronate le cavalcature, amici, tra poco ci rifocilleremo nel miglior ristorante d'Oriente.

-1 dépliant dicono: "cucina internazionale" - disse Gas, entusiasta.

- Vi assicuro che non ho mai visto niente di simile, neanche nella reggia dell'emiro Ibrahim. Un buffet con ogni tipo di frutta, ananassi, datteri, manghi, papaye, pesche sciroppate, e poi aragoste del Mar Rosso, dodici tipi di yogurt, formaggi, marmellate, miele, nutella, prosciutto di cerbiatta, uova di quaglia, e anche il pane integrale e i crispies.

- E da bere?

- Tutto, dal distillato di fiori di cactus ai whisky di importazione e poi aperitivi, long drink, vasche di sangrilla grandi come fontane e ghiaccio! Montagne di ghiaccio che viene portato in volo dalle montagne dell'Atlante, negli artigli di aquile ammaestrate.

- E... gli spettacoli? - chiese Baldo.

- Ti sei convinto, eh, peccatore? - sghignazzò il Nero. -Su, al galoppo, guardate la grande luce che ci guida. Al di là di quelle dune ci attende Salima dai sette veli!

- Salima a noi! - gli fece eco Gas, spronando la cavalcatura nell'alta sabbia di una duna.

- E chi è questa Salima?

- Salima è il fiore più bello mai sbocciato in un deserto. A mezzanotte, quando tutte le torce si spengono, appare lei, alla luce rossa delle candele. E danza al suono di un'arpa Kouzak, leggera come il primo vento del mattino. Inizia a ballare e subito si toglie il primo velo e lo lancia agli spettatori gridando "Nureddes!". Chi prende il velo, potrà godere dei favori dei Nureddes.

- I Nureddes, - lesse Gas su un opuscoletto - sono una razza meticcia robustissima, amanti polifunzionali per chi ama il sesso estremo.

- Poi Salima, ancheggiando, lancia il secondo velo tra gli spettatori e sussurra: "Sulemane!".

- Leggo: "Le Sulemane sono giovanette laureate all'Università Statale per Odalische, e per la loro piccola statura sono capaci di soluzioni erotiche incredibili".

- Salima si toglie il terzo velo e dice: "Sport acquatici!".

- Windsurf, sci nautico, escursioni sub con istruttore nei meravigliosi fondali del lago dell'oasi, pesca sportiva, eccetera.

- Si toglie il quarto velo e sussurra: "Fitting".

- Yoga, body building, lezioni di tennis, aerobica per principianti, maneggio con le bellissime amazzoni siriache...

- Si strappa il quinto ed esclama: "La notte del "Paradiso".

- Ogni sera giochi, intrattenimento e danze col complesso "Imad e i sultani", spettacoli di prestidigitazione, riffa, gioco dei mimi e gare di barzellette.

- Si toglie il sesto velo e dice: "Sorpresa! ".

- Ogni notte una sorpresa; la danza dei dervisci, il karaoke, lo strip della donna serpente e il peep-show tra dromedari.

- Si toglie l'ultimo velo e dice...

- Siamo arrivati! - gridò Baldo, giunto per primo in cima alle dune. Tutti e tre guardarono in giù, e furono accolti da un inaspettato e fragoroso applauso.

- Sono arrivati, sono arrivati! - gridò un coro di voci. Sotto di loro c'era almeno un migliaio di viandanti di modesta estrazione sociale. Tutti sembravano circondare una stalla, sul cui tetto brillava un'insegna luminosa a forma di cometa. Dentro alla stalla si intravedevano una donna, un uomo barbuto, e qualcosa che sembrava un fagotto di stracci.

- Benvenuti ai Re Magi - urlò un tale, travestito con un paio di ali bianche.

- Un momento - disse Baldo. - Ci deve essere un equivoco, noi cercavamo un locale che si chiama...

- Come sarebbe a dire, - lo interruppe un pastore, che brandiva un gigantesco bastone - siete venuti senza doni?

- Pochi scherzi, - gli fece eco un nerboruto compare -sono due settimane che aspettiamo !

- Mamma, mamma, - si mise a piangere un bambino - i Re Magi sono arrivati senza i regali...

Un mormorio ostile percorse la folla.

- Ragazzi, - sussurrò sottovoce Melchiorre, il nero, agli altri due - mi sa che abbiamo davvero sbagliato direzione.

- L'avevo detto io! E adesso come ce la caviamo? - si lamentò Baldassarre.

- Lasciate fare a me - disse Melchiorre. Si eresse imponente sul cammello e gridò: - Ebbene, sì, siamo qui tra voi, siamo i Re Magi e siamo lieti di essere ospiti di questa... festa... sagra... festival...

- L'Epifania! - urlò una voce cristallina.

- Sì, l'Epifania! - gridò Melchiorre. - E naturalmente abbiamo portato i doni!

- Calze di nailon, accendini e droga - esclamò Gasparre.

- Come? - ruggirono i pastori.

- Voleva dire: oro, incenso e mirra - lo corresse Melchiorre.

- Allora avanti, - disse San Giuseppe - venite, entrate nella mia modesta capanna, o Magi d'Oriente.

- Viva i Re Magi - gridò la folla. - Evviva i generosi sovrani!

- La prossima volta prenoto in un Club Mediterranée -disse tra i denti Melchiorre, e spronando il cammello, avanzò trionfalmente tra due ali di folla festante.


Inviato @ 26/02/2011 18:03:42 da | COMMENTI (0)


Il bar di una stazione qualunque (BAR SPORT 2000)


Il bar della stazione della città di B. ronzava di gente. Erano i giorni di punta dell'esodo vacanziero. Truppe valigiate e zainate riempivano e svuotavano treni, attendevano stremate dal caldo, si accampavano nelle combinazioni più teatrali, dal presepe al bivacco militare.

E soprattutto si accalcavano alle casse del bar, inseguendo glaciali lattine e rugiadose bottiglie che, una volta conquistate, reggevano alte sulla testa come ostensori, o cullavano maternamente tra le braccia. Soldati in divisa gustavano nordiche rosee, chitarre di alternativi sfioravano teleobiettivi di samurai, mamme monumentali controllavano diserzioni di prole, babbi carichi come somari tentavano, con l'ultimo dito libero, di tenere al guinzaglio un botolo scatenato dagli afrori. Pazienti ferrovieri fornivano indicazioni a suor-sergentesse di brigate rosariate mentre branchi di giovanetti si spostavano compatti, e le sponsorizzazioni delle magliette si confondevano con quelle degli zaini, tanto da farli sembrare un enorme polipoide pronto a scivolare dentro al treno da un unico finestrino.

Quattro africani, ognuno con boutique al seguito, cercavano di piazzare mercanzia con alterna fortuna, un quinto riposava sdraiato tra collane, giraffe e occhiali neri, come il sultano di una reggia in liquidazione.
Due vecchie vestite di nero, in transito dalle isole, tagliavano fette di provola per una nidiata di marmocchi in mutande. Un uomo obeso, sudato, beveva birra a collo e mostrava coraggiosamente al mondo due cosciotti da tirannosauro sboccianti da shorts fucsia con la scritta "SportLine". Un barbone camminava reggendo nella mano destra una busta con la casa e nella sinistra il guardaroba.
Un'antilope bionda, bellissima, ambrata, avanzò tra i tavoli accendendo i sogni di tutti i militari presenti, ma ahimè, poco dopo la affiancò un Thor in canottiera traforata a riccioli biondi che educatamente si mise in fila troneggiando sopra brevilinei calabresi e sbarbine romagnole già rombanti in pole position per la discoteca.
Si attendeva il 9,06 in ritardo, il 9,42 speciale, il 10,00 seconda classe settori B e C. Tutti erano partenzapér o arri-vodà.
Solo due clienti del bar sembravano indifferenti alla generale eccitazione, come separati dalla folla da un velo invisibile.
Uno era un vecchio occhiceruleo, con un vetusto completo kaki, bastoncino di canna e sandali con calzini di lana. L'altro un uomo tozzo coi capelli corti, occhiali a specchio, e un completo blu di una certa eleganza. Erano seduti vicino all'entrata del bar. Il vecchio, che chiameremo il Parlante, sorseggiava una birra. L'uomo con gli occhiali neri, che chiameremo il Silenzioso, beveva svogliatamente un caffè freddo.
 Chiaramente il Parlante aveva voglia di attaccare discorso e il Silenzioso no: ma in queste situazioni un Parlante è sempre in nettissimo vantaggio. Basta che parli. E così fu.
- Certo, ce n'è di gente oggi - esordì.
- Abbastanza - grugnì il Silenzioso.
- A me non dispiace, - proseguì il Parlante, per niente scoraggiato dal preventivato mugugno - voglio dire, una stazione strapiena può dare ai nervi, ma una stazione vuota è triste. E poi, non so come spiegarle, questa gente che parte per le vacanze mi sembra più allegra, frenetica, ma piena di buonumore, non trova?
- Se lo dice lei - rispose il Silenzioso dietro la cortina degli occhiali.
- Io non parto - disse il Parlante, ormai lanciato. - Quest'estate resto in città, mia moglie ha dei problemi di cuore, e i medici ci hanno sconsigliato di muoverci, allora mi piace venire qua perché nel mio quartiere c'è un gran mortorio, sembra tornato il coprifuoco. Qua ci sono tante facce, dei bei giovani, delle belle giovanotte abbronzate. E la gente sembra migliore, ride di più, si chiama a alta voce, scherza. Forse perché stanno partendo, e sperano di trovare qualcosa di buono là dove vanno. Si parte per questo, no?
- C'è anche qualcuno che sta già tornando - disse il Silenzioso.
- Sì, ritornano e allora osservo quelle belle scene che mi ' piacciono tanto, uno scende dal vagone e guarda in fondo al binario, affretta il passo e poi riconosce la persona che lo aspetta, e le corre incontro. Si vedono degli abbracci che non si vedono tutti i giorni. E certi baci appassionati! E un momento che ci si vuole bene, magari un'ora dopo si litiga ed è già tornato tutto normale. E si hanno tante cose da raccontare; magari in vacanza non ti è successo granché, ma raccontandolo tutto si colora, si trasfigura. Anche senza volere, la vacanza diventa più bella di come è stata: le cose brutte diventano quasi comiche, le cose belle diventano uniche. Non trova?
- Non lo so. Non racconto mai quello che mi succede in viaggio...
- Ce n'è anche di quelli come lei, che si tengono tutto dentro, come un bel segreto, da coltivare durante l'inverno, come una pianta che si compra in vacanza e si mette sul balcone. E magari tornando si accorgono che gli mancava la loro vecchia città, che sentivano un po' di nostalgia. Il loro quartiere sembra meno noioso del solito. Fanno progetti, si dicono: "no, questo inverno non andrà come quello scorso". Magari questi progetti si spengono in fretta, ma che importa? E quelli che- partono? Si stancano più a organizzare la partenza che a lavorare una settimana, ma sembrano contenti. Perché sperano che là, nel posto dove arriveranno, ci sarà qualcosa di nuovo, che cambierà il loro destino. O magari gli basta qualche foto da guardare nelle sere d'inverno. Che ne pensa?
- Penso, - disse il Silenzioso con un sorriso sarcastico -che lei dovrebbe andarci piano con quella birra.
- Parla come mia moglie, - sospirò il vecchio - ma vede, dal momento che non parto, non mi va di stare chiuso in casa a mugugnare da solo, o guardare alla televisione gli ingorghi sulle autostrade, o invidiare quelli che sono partiti. Vengo qui e faccio anch'io parte della festa, immagino dei posti al mare o in montagna, o in un'altra città, dove ci potrebbe essere qualcosa di speciale per me. Ecco, guardi quella ragazza: c'ha scritto sulla schiena "Ocean Beach". Se la guardo, già sento aria di mare, e vedo le palme.
- Guardi che "Ocean Beach" è la marca dello zaino. E non sente che qua dentro manca l'aria per la ressa?
- Ha ragione - disse il Parlante. - Sì, anche a me spesso la folla dà fastidio. Divento nervoso nelle file, soffoco quando sono circondato dal traffico, mi vien da dar di matto, vorrei roteare il bastone e gridare via, via, lasciatemi un po' di spazio, due metri, tre metri almeno. E poi ci sono i rumori che ti svegliano la notte, i motorini, le facce ostili alla finestra, il nervosismo di quelli che credono di essere gli unici a patire il caldo. Sì, qualche volta mi arrabbio, ma poi mi chiedo: vivere insieme in fondo non è questo? Difendere il proprio diritto ad avere un po' di spazio, aria, silenzio, rispetto, speranza, ma senza aver paura di ciò che ci circonda, non vedere nemici dappertutto, invasori, gente che ti passa davanti, Lei, se per strada qualcuno la urta, cosa pensa? Che l'ha fatto apposta?
- Ma che razza di domande, - si spazientì il Silenzioso -e poi di che rispetto parla, non vede quanti barboni, quante persone inutili, miserabili, disperate, ci sono qua dentro?
- Forse ha ragione. Ma non li guardi nel momento in cui sono feriti, chini a terra, vinti. Li guardi nel momento che si tirano su, che sono allegri, che cercano di respirare. Guardi quel nero: carico come una bestia, va a vendere chissà cosa in chissà quale spiaggia, e canta. E guardi come si gode la sigaretta quella vecchiaccia. E quella coppia di ragazzi, beh, non sono proprio dei modelli di eleganza, ma vede come sono abbarbicati insieme a dormire, lì per terra.,.
- Sì, capisco cosa pensa - proseguì il vecchio. - Che lei è diverso, che non è affar suo occuparsene. Eppure sono sicuro che anche lei, almeno un giorno della sua vita, era ridotto da far pena. Ma negli ultimi tempi, in questo paese, si fa più in fretta a buttare via la gente. Si è accorciata la data di scadenza come gli yogurt. Vecchio, alè, scaduto. Drogato, ale, non dura un mese. Disoccupato, alè, tanto finisce male. Per carità non vorrei buttarla in politica. Ma di questo passo facciamo cittadini solo quelli che tengono il ritmo del gruppo, non so se lei si intende di ciclismo, o anche peggio, quelli che marciano tutti al passo, o quelli che c'hanno i soldi da farsi portare in spalla.
 - Calma, calma, - disse il Silenzioso - altroché politica, lei mi sta facendo un comizio !
- Ha ragione, sono un chiacchierone. Ma ogni giorno vedo la gente diventare cattiva per niente, odiare quella che non conosce, ripetere i tormentoni della televisione invece di dire quello che c'ha dentro. Allora mi arrabbio. E a me, glielo dico subito, se la borsa sale o scende non me ne frega niente. Io vedo se sale o scende l'avidità e la cattiveria. E sa cosa le dico? Ma che miseria, che crisi! Noi siamo un paese che potrebbe esportarla l'allegria, come le arance, aiutare gli altri paesi, potremmo essere gente che regala la speranza, invece di aver paura di tutto e montare le fotoelettriche intorno alla casa.
- Ma che discorsi sconnessi. Ci vorrà pure un po' di ordine - sbuffò il Silenzioso.
- Ha ragione ha ragione, sto esagerando. Volevo solo spiegarle perché passo il mio tempo qui. Perché penso che bisognerebbe sempre sentirsi come se si partisse il giorno dopo, o come se si fosse appena tornati. Tutto diventa più prezioso; quello che si lascia e quello che si trova. Il dolore è facile da ascoltare, quello ti arriva addosso, urla, ha una voce terribile, è sempre lui a raggiungerti. La speranza è una vocina sottile, bisogna andarla a cercare da dove viene, guardare sotto il letto per poterla ascoltare. O venire in una stazione.
- I suoi sono discorsi da pomeriggio estivo,- disse il Silenzioso consultando l'orologio, - ma mandare avanti un paese è molto più difficile.
- Ne convengo - disse il vecchio sorridendo. - Mi scusi se le ho attaccato un bottone, vedo che lei sta partendo. Beh, spero che vada in un bel posto e che passi una bella vacanza.
- Grazie - disse l'uomo, e si allontanò, fendendo deciso la calca.
- E difficile parlare con un uomo che ha gli occhiali neri, - pensò il vecchio - non si vede mai cosa pensa davvero. Forse l'ho annoiato. O forse il mio discorso lo ha toccato. Sembra che a certuni parlar di speranza metta paura. Eppure a me questa gente che parte e torna mette allegria. Sì, sa-ran avidi, nervosi, pigri, disordinati, cialtroni, si spingono e si rubano il posto ma hanno diritto di provarci un'altra volta, han diritto di cercarsi un posto migliore, o di tornare a casa e ricominciare. Sì, ricominciare almeno una volta prima di rassegnarsi. Non è molto, ma è qualcosa.
Una famiglia gli passò davanti di corsa, il treno stava arrivando. Un bambino correva goffo, trascinando un triciclo rumoroso. La bimba teneva la mano sul cappello di paglia per non perderlo. Il padre aveva un gilè da pescatore a trenta tasche e naturalmente non trovava più il biglietto. La madre lo perquisiva rimproverandolo. Il barbone, guardando la scena; rise. Il nero addormentato si svegliò sbadigliando come un leone.
Il vecchio aveva finito la birra, si asciugò la fronte e uscì, un po' barcollante, sulla pensilina del primo binario. Venendo dall'aria condizionata del bar, fu come tuffarsi nel brodo. Vide il Silenzioso che si avviava verso l'uscita. Gli sembrò che non avesse più la valigia, ma non ci fece troppo caso. Era troppo incantato a guardare la gente. Gli sembrava di aver scoperto qualcosa, qualcosa di importante che gli sarebbe servito per quello che gli restava da vivere.
"Se avessi con me un quaderno ce lo scriverei sopra" pensò.
"Oggi, stazione di Bologna, due agosto di un anno vicino al duemila, ore dieci e venti del mattino, tutti sono allegri perché partono, e faccio finta di partire anch'io."

Inviato @ 26/02/2011 18:00:16 da | COMMENTI (0)


G. Flaubert - Memorie di un pazzo
Stanco della poesia, mi lanciavo nel campo della meditazione.
Sulle prime mi appassionai a quello studio imponente che si propone l'uomo come scopo e che mira a spiegarsi tutto di lui, che arriva a sezionare le ipotesi e a discutere sulle supposizioni più astratte, a pesare geometricamente i termini più vuoti. L'uomo, granello di sabbia gettato nell'infinito da una mano sconosciuta, povero insetto dalle gracili zampe che, sull'orlo dell'abisso, vuole abbarbicarsi a ogni ramo, che mira alla virtù, all'amore, all'egoismo, all'ambizione, che cerca in tutto questo una facoltà per meglio sostenersi, che i si aggrappa a Dio, ma finisce sempre per perdere le forze, mollare la presa e cadere...
Uomo che vuol comprendere ciò che non è e fare del nulla una scienza; uomo, anima fatta a immagine di Dio e il cui genio sublime si ferma a un filo d'erba e non riesce a superare il problema di un granello di polvere!
E così la stanchezza mi vinse; cominciai a dubitare di tutto. Giovane, ero già vecchio; il mio cuore era solcato da rughe e, osservando dei vecchi ancora vispi, pieni di entusiasmo e di speranze, ridevo amaramente di me stesso, così giovane eppure così disincantato sulla vita, sull'amore, sulla gloria, su Dio, su tutto ciò che è o che può essere.
Provai tuttavia una naturale repulsione prima di abbracciare questa fede nel nulla; una volta sull'orlo del baratro, chiusi gli occhi; vi precipitai.
Ne fui contento, perché non dovevo più aspettarmi altre cadute. Ero freddo e calmo come la pietra di una tomba. Credevo di trovare la felicità nel dubbio; insensato che non ero altro! così non si fa che rotolare in un vuoto incommensurabile! È un vuoto immenso, che fa drizzare i capelli dall'orrore non appena ci si avvicina al ciglio del precipizio.
Dal dubbio su Dio, arrivai al dubbio sulla virtù, fragile idea che ogni secolo ha fondato come ha potuto sull'impalcatura delle leggi, idea ancor più vacillante.
Vi illustrerò più avanti tutte le fasi di questa vita cupa e meditativa, passata in un cantuccio davanti al fuoco, a braccia conserte e con un eterno sbadiglio di noia, solo per tutto il giorno, volgendo di tanto in tanto lo sguardo alla neve dei tetti vicini, al tramonto con i suoi raggi di pallida
luce, al pavimento della mia camera, o a un teschio giallo, sdentato, che sogghigna perennemente sul mio camino, simbolo della vita e di quanto essa sia fredda e beffarda.
Più avanti leggerete forse tutte le angosce di questo cuore così provato, così afflitto dall'amarezza. Conoscerete le avventure di questa vita così placida e così banale, così piena di sentimenti, così vuota di fatti.
È poi saprete dirmi se non sia tutto derisione e beffa, se tutto ciò che si canta nelle scuole, tutto ciò che si pilucca nei libri, tutto ciò che si vede, si sente, si dice, se tutto ciò che esiste...

Non concludo, tanto mi è amaro dirlo. Ebbene! se tutto ciò non sia altro che pietà, fumo, nulla!


Inviato @ 18/08/2010 12:39:33 da | COMMENTI (0)


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